Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

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Il reddito di cittadinanza costituirà un’importante misura sociale “anti-povertà”, ma anche un impegno finanziario molto pesante per il bilancio statale, e da più parti è quindi giunta la domanda se non sarebbe meglio cercare di eliminare la povertà abolendo anzitutto la disoccupazione, che affligge oltre 3 milioni di cittadini, di cui moltissimi giovani. Erogare al giovane disoccupato e povero – si è detto – un reddito di cittadinanza è, in sé, giusto e umano, ma sarebbe infinitamente meglio procurargli un lavoro, così da consentirgli di vivere davvero, e non solo di sopravvivere.

La legge, per il vero, prevede che i Centri per l’impiego agiscano in tal senso, e addirittura che l’importo del reddito di cittadinanza vada al datore di lavoro che eventualmente assuma quel giovane, ma non c’è assolutamente alcuna certezza che giungano davvero offerte di lavoro, e in numero sufficiente.

Eppure, a nostro giudizio, c’è una via per riassorbire e abbattere la disoccupazione, in specie giovanile, in modo certo, sicuro e rapido e, soprattutto, senza aumentare l’onere che le finanze pubbliche si sono accollate con il reddito di cittadinanza. La via – lo anticipiamo subito – è quella di utilizzare le risorse finanziarie che sarebbero assorbite dal reddito di cittadinanza per redistribuire il lavoro “che c’è”, riducendo, senza penalizzazione economica, gli orari di lavoro, e allo scopo forniremo esempi numerici assumendo, in via convenzionale e dimostrativa, l’importo “standard” del reddito di cittadinanza che è di 780 euro mensili.

Lo strumento giuridico per raggiungere in tempi brevi il fondamentale obiettivo del riassorbimento della disoccupazione è già previsto dalla legge, e in specifico dall’art. 41 del decreto legislativo n. 81/2015. È denominato “contratto di solidarietà espansiva”, e altro non è se non un accordo sindacale aziendale, nel quale, da una parte, viene stabilita una riduzione dell’orario settimanale per i lavoratori già in servizio e, dall’altra, pattuita l’assunzione di nuovi lavoratori, in proporzione della riduzione. Ad esempio, se i lavoratori già in forza riducessero (volontariamente, beninteso) da cinque a quattro giornate la settimana lavorativa, per ogni quattro lavoratori “riducenti orario” si creerebbe, con assoluta certezza, un posto di lavoro per un disoccupato.

Il meccanismo presuppone però, per funzionare, che sia realizzata una condizione che, purtroppo, è stata fino ad ora assente nella disciplina legislativa dei contratti di solidarietà: che sussista, cioè, un’adeguata compensazione della decurtazione salariale discendente dalla riduzione di orario. Poiché quest’ultima è del 20% (da cinque a quattro giornate) sarebbe del 20% anche la riduzione salariale, sicché un salario netto medio di 1300 euro mensili si ridurrebbe a soli 1040 euro. Un importo troppo basso, che la maggioranza dei lavoratori non potrebbe sostenere.

Qui, però, interviene l’idea innovativa: la compensazione può venire proprio dalla provvista di 780 euro stanziata per il reddito di cittadinanza e che invece, secondo la nostra proposta, andrebbe destinata e suddivisa tra quei quattro lavoratori per indurli a ridurre l’orario settimanale di una giornata e creare così il posto di lavoro per quel disoccupato, il quale, pertanto, del reddito di cittadinanza non avrebbe più bisogno.

È un utilizzo, per così dire, “indiretto”, ma ottimale, delle risorse già stanziate per il reddito di cittadinanza, che, nel concreto, potrebbe assumere la forma di una detrazione di imposta di 195 euro mensili (780 : 4 = 195), in favore dei lavoratori “riducenti orario”. Così il loro salario netto in busta paga risalirebbe da 1040 a 1235 euro mensili, con una perdita del solo 5% (ossia di 65 euro) rispetto ai 1300 euro iniziali, ma con il grosso vantaggio di un giorno libero in più a settimana. E quel modesto 5% di perdita, tra l’altro, potrebbe ridursi ancora con qualche semplice misura di “welfare aziendale” prevista negli stessi contratti di solidarietà espansiva.

Crediamo che tutti i lavoratori pagherebbero ben volentieri 65 euro al mese (ma probabilmente meno o nulla del tutto) per avere un giorno libero in più alla settimana, ma, ammesso che lo voglia solo la metà, si tratterebbe pur sempre di 8 milioni, su 15 totali di lavoratori a tempo indeterminato, con il consequenziale riassorbimento immediato di due milioni di disoccupati, ossia di tutta la disoccupazione giovanile e oltre. E soprattutto – questo è il bello – senza ulteriore onere per le finanze pubbliche rispetto a quanto già impegnato con l’introduzione del reddito di cittadinanza.

Ma cosa occorre, in pratica, per realizzare questa proposta? Dal punto di vista normativo ben poco: una modifica-aggiunta di due righe all’art. 13 del Testo Unico Imposte sui Redditi (TUIR) che istituisca l’accennata detrazione di imposta di 195 euro mensili per chi riduce il suo orario, in attivazione di un contratto aziendale di solidarietà espansiva. Non occorre neanche alcun contatto o conoscenza tra i lavoratori riducenti orario e i neo assunti.

Quel che occorre, invece, è un impegno assiduo delle parti sociali, perché bisognerà, nelle singole imprese, stipulare i contratti di solidarietà dopo aver censito i candidati alla riduzione di orario, da un lato, e i candidati all’assunzione dall’altro. Ma per i sindacati si tratterebbe solo di fare il loro mestiere nel modo più gratificante, trattandosi di creare nuova occupazione e di migliorare le condizioni di vita dei già occupati. Quanto ai datori di lavoro, trattandosi soprattutto di assumere giovani, magari con rapporto di apprendistato, si tratterebbe di una grande occasione per realizzare piani formativi di ringiovanimento e qualificazione degli organici.

Con diminuzione del costo del lavoro, perché il monte-ore complessive lavorate non cambierebbe e i nuovi assunti costerebbero di meno.

L’articolo è tratto da “Il Manifesto” del 21 marzo 2019