Il nazionalismo di sinistra in Europa

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I.

Nel maggio 2016, a una conferenza del partito di sinistra tedesco Die Linke, il movimento TortenfürMenschenfeinde (“Torte in faccia ai misantropi”) colpì ancora. Entrato a sorpresa nella sala, un membro dell’organizzazione antifascista tirò un pezzo di torta in faccia a Sahra Wagenknecht, una importante esponente di Die Linke al Bundestag. E fece centro: la faccia di Wagenknecht si coprì di glassa al cioccolato, con una striscia di panna montata che andava da un orecchio all’altro.

L’attacco alla Wagenknecht era motivato dalla sua aperta presa di posizione contro una politica di frontiere aperte in Germania. In precedenza aveva contestato la decisone del Cancelliere Angela Merkel di accogliere più di un milione di rifugiati, sostenendo che la Germania doveva mettere dei limiti all’ingresso ed espellere chi aveva abusato della “ospitalità” tedesca. L’attacco dolciario – che faceva seguito a un’analoga offensiva con torta alla crema contro un membro del partito di estrema destra Alternative for Germany – contribuì all’isolamento della Wagenknecht nel suo partito, che aveva in ogni caso garantito il suo appoggio alla politica della Merkel.

Circa tre anni dopo, tuttavia, Wagenknecht e le sue idee sui migranti sono diventate maggioritarie, in Germania e in tutta Europa. Nel settembre 2018 Wagenknecht e suo marito, Oskar Lafontaine, hanno fondato Aufstehen (“Svegliatevi”), un movimento politico che combina proposte economiche di sinistra con una politica di esclusione sul piano sociale. Il movimento ha raccolto 170.000 aderenti dal lancio ufficiale; stando a un recente sondaggio, più di un terzo degli elettori tedeschi potrebbe sostenere l’iniziativa della Wagenknecht.

«Sono stanca di lasciare la piazza a Pegida e a Alternative for Germany (partiti anti-islamici)» ha detto all’evento di lancio. Sul palco è stata affiancata da vari esponenti del partito dei Verdi tedeschi e della SPD. «Dobbiamo raccogliere più seguaci possibile nella sinistra» hanno scritto diversi esponenti socialdemocratici in una dichiarazione congiunta.

II.

Con la fondazione di Aufstehen la Wagenknecht è entrata nel novero della nuova avanguardia della politica di sinistra in Europa. In Francia Jean-Luc Mélenchon è a capo di La France Insoumise, un movimento populista di sinistra che ha preso posizioni critiche sulle migrazioni di massa. «Non sono mai stato a favore della libertà di ingresso» ha dichiarato Mélenchon, affermando che i migranti «rubano il pane» ai lavoratori francesi. Oggi è il più popolare fra i politici di sinistra in Francia, considerato da molti la voce dell’opposizione al presidente Emmanuel Macron e il campione del movimento dei Gilets Gialli.

Nel Regno Unito, il leader del Labour Party Jeremy Corbyn propone una visione radicale di trasformazione socialista. Eppure, anche se è stato un aperto sostenitore dei diritti dei migranti dai banchi di Westminster, come capo del partito Corbyn ha espresso il suo profondo scetticismo riguardo ai confini aperti. «Il Labour non ha sposato la libertà di movimento per i cittadini della EU come principio», ha detto, indicando per il Labour una politica di «gestione ragionevole» basata «sulle nostre necessità economiche”.

La crescita di questi leaders nazionalisti di sinistra segna una drammatica svolta contro la libertà di movimento in Europa, tradizionalmente considerata un diritto di base legato alla cittadinanza.

Dimenticatevi lo slogan del Manifesto dei Comunisti «i lavoratori non hanno nazione»; la nuova faccia della sinistra europea assume una sembianza radicalmente differente. La libertà di movimento, è, per citare Wagenknecht, «l’opposto di quello che è la sinistra»: incoraggia lo sfruttamento, erode il senso di comunità, nega la sovranità popolare. Invocare frontiere aperte, in quest’ottica, è opporsi agli interessi delle classi lavoratrici.

Diffondendo queste posizioni, questi nuovi movimenti non stanno solo mettendo in discussione le politiche migratorie in Europa; stanno ridefinendo i confini della politica di sinistra in maniera pericolosa e inopportuna. Nei prossimi decenni è prevista un’esplosione dei fenomeni migratori globali: per il 2100 circa un milione di migranti chiederanno di entrare nella UE ogni anno.

I populisti di destra portano avanti già da tempo il loro attacco ai migranti: in Italia, il vice primo ministro Matteo Salvini ha proclamato la “pulizia di massa” mentre il Primo Ministro ungherese Victor Orbàn ha proposto di “rispedire in Africa” i recenti arrivi. Nel momento in cui i movimenti nazionalisti di sinistra stanno crescendo nei sondaggi, non è chiaro chi metterà in discussione la loro visione pessimistica sull’immigrazione e si batterà per il diritto alla libertà di movimento.

III.

Nell’aprile del 1870, Karl Marx scrisse una lettera a due emigrati tedeschi a New York, esortandoli a prestare «particolare attenzione” a quella che definì «la questione irlandese».

«Sono arrivato alla conclusione ‒ scriveva Marx ‒ che il colpo decisivo contro le classi dominanti inglesi non può essere assestato in Inghilterra ma solo in Irlanda». Per Marx, l’Irlanda avrebbe giocato un ruolo decisivo a causa della sua emigrazione di massa – il Messico del suo tempo. «L’Irlanda manda continuamente il suo surplus sul mercato del lavoro inglese, e così facendo abbatte i salari e indebolisce la posizione materiale e morale della classe lavoratrice inglese» continuava. «È il segreto che consente alla classe capitalista di mantenere il suo potere».

Nel secolo e mezzo che è seguito, la lettera di Marx è diventata il riferimento chiave per la critica da sinistra della libertà di movimento.

Questo passaggio è citato come prova di una tensione di fondo fra gli obiettivi tradizionali della sinistra (eguaglianza, solidarietà, poteri dei lavoratori) e una politica di confini aperti. «Karl Marx ha chiarito questo punto tanto tempo fa», ha affermato nel 2016 LenMcCluskey, segretario generale della seconda organizzazione sindacale inglese e stretto alleato di Jeremy Corbyn.

Il fatto è che i critici della libertà di movimento in genere dimenticano di citare le conclusioni di Marx: «Allo stato delle cose – scrisse – se la classe lavoratrice vuole continuare la sua lotta con qualche possibilità di successo, le organizzazioni nazionali devono diventare internazionali».

L’analisi di Marx relativa alle migrazioni di massa non lo portava ad auspicare confini più stretti. Al contrario, lo portava a sostenere la mobilitazione internazionale per proteggere i diritti dei lavoratori in un mondo di libertà di movimento.

Dopo tutto, lo stesso Marx era un emigrato “triplo”: era scappato dalla Prussia a Parigi, aveva affrontato l’esilio da Parigi a Bruxelles, e – dopo un breve periodo di incarcerazione da parte delle autorità belghe – aveva preso la strada per Londra. E poi non era certo un immigrato modello: povero, malato, noto procrastinatore, Marx era più il tipo dello scroccone che del combattente, campando grazie alla generosità di Friedrich Engels. Come tale, Marx aveva poca simpatia per «il tipico lavoratore inglese» che «odia il lavoratore irlandese, vedendolo come suo concorrente che abbassa i suoi standard di vita». La soluzione alla questione irlandese non era di piegarsi a questi pregiudizi, sosteneva, ma eliminare l’antagonismo fra i vari settori della classe lavoratrice: «Una coalizione dei lavoratori tedeschi con i lavoratori irlandesi – e naturalmente con quelli inglesi e americani che sono disponibili a parteciparvi – è la conquista più grande che potete strappare» consigliava.

Dopo Marx, il concetto di internazionalismo di sinistra venne associato al sostegno della libertà di movimento con motivazioni sia etiche che strategiche. Dal punto di vista etico, i confini aperti davano eguali opportunità ai lavoratori di tutte le nazionalità. Fatto ancora più importante, il movimento delle persone attraverso i confini creava nuove opportunità per una sfida coordinata al capitalismo.

Gli internazionalisti come Marx erano a favore della libertà di movimento per le stesse ragioni per cui erano a favore del libero scambio: acceleravano il passo della storia e acuivano le contraddizioni del capitalismo.

«Non c’è alcun dubbio che l’estrema povertà, da sola, costringe la gente ad abbandonare la propria terra nativa, e che i capitalisti sfruttano i lavoratori migranti nella maniera più vergognosa – scriveva Vladimir Lenin nel 1913 –. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi davanti al significato positivo di questa moderna migrazione delle nazioni […]. Il capitalismo mobilita le masse dei lavoratori di tutto il mondo […] abbattendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo i lavoratori di tutti i paesi».

Ai tempi di Lenin, un analogo dibattito sulle migrazioni era in corso nella sinistra europea. Ma mentre ora la visione pessimistica di Wagenknechte di altri nazionalisti di sinistra sta prendendo il sopravvento, allora quella di Lenin ebbe la meglio.

Al Congresso della II Internazionale del 1907 a Stoccarda, in Germania, i capi del Partito Socialista d’America proposero una risoluzione che chiedeva la fine della «deliberata importazione di lavoro straniero a basso prezzo». Moris Hillquit, uno dei fondatori del partito, sosteneva che gli immigrati asiatici – le “razze gialle” ‒ a differenza degli europei, costituivano «una riserva di inconsapevoli crumiri». Il Congresso respinse la risoluzione: «Il congresso non cerca rimedi alle potenziali conseguenze sui lavoratori derivanti dall’ immigrazione e non crede in nessuna clausola di esclusione, né politica né economica, perché esse sono inefficaci e reazionarie per natura».

Lenin non si dimenticò l’incidente. In una lettera del 1915 alla Lega Americana per la Propaganda Socialista, chiamò in causa i socialisti americani per i loro tentativi di porre restrizioni all’immigrazione dal Giappone e dalla Cina. «Crediamo che non si possa essere internazionalisti e allo stesso tempo in favore di queste restrizioni ‒ scrisse ‒. Questi socialisti sono in realtà degli sciovinisti».

IV.

Al tempo della lettera di Lenin, si sa, le grandi potenze europee si erano infognate in una frenesia di violenza nazionalista. Nella prima guerra mondiale, i soldati inglesi cantavano “Domina, Britannia”, i tedeschi “Germania uberalles” mentre marciavano tutti verso la morte. Anche il Partito Socialdemocratico Tedesco – la forza più importante della II internazionale – votò per la guerra. Citando le necessità di autodifesa nazionale, gran parte della sinistra europea abbandonò la difesa dei confini aperti.

Ma alla fine della successiva guerra mondiale – che lasciò 80 milioni di morti e altri 60 milioni cacciati dalle loro terre – il sostegno alla libertà di movimento era passato da frange marginali della sinistra al cuore dell’establishment politico del dopoguerra. Quando le nazioni Unite si trovarono a Parigi per stendere la bozza della Dichiarazione sui Diritti Umani nel novembre del 1948, il comitato considerò la mobilità «di vitale importanza». «La libertà di movimento era il diritto sacro di ogni essere umano», commentò il rappresentante del Cile. «Il mondo appartiene a tutta l’umanità”» aggiunse il rappresentante di Haiti.

Gli architetti dell’Unione Europea assunsero questa visione della libertà di movimento come fondamentale al progetto di integrazione europea. Nel Trattato di Roma del 1957, che gettò le fondamenta per l’unione dell’Europa, i diplomatici e i ministri inclusero la «libertà di movimento per i lavoratori» come una delle quattro libertà – accanto a quella dei beni, dei servizi e dei capitali – che sarebbero state alla base del governo della Comunità Economica Europea. La decisione puntava a favorire la ricostruzione dell’Europa permettendo ai lavoratori di muoversi verso i posti in cui erano più richiesti.

Nelle tre decadi successive questa quarta libertà passò da una misura economica temporanea a un diritto di cittadinanza europea. L’accordo di Schengen del 1985 eliminò i confini interni e i controlli alle dogane che ne conseguivano: il trattato di Maastricht del 1992 stabilì una cittadinanza dell’Unione europea che garantiva la libertà di movimento su base personale, non in quanto partecipanti alla forza-lavoro.

Era stata la grande ambizione del presidente socialista francese François Mitterrand. «Stiamo trasformando tutta l’Europa in un unico spazio» annunciò in un’intervista televisiva il giorno della Bastiglia del 1990. «Ora muri e barriere sono caduti. La tempesta non è finita […] ma stiamo raggiungendo l’obiettivo».

V.

La trasformazione della libertà di movimento da richiesta politica a pilastro della governance dell’EU è stata cruciale nel provocare l’emergere del nazionalismo di sinistra in Europa. Dal trattato di Maastricht – firmato e celebrato da socialisti come Mitterand – le speranze in un Mercato Unico Europeo come forza di coesione sociale sono sostanzialmente andate deluse. Oggi l’UE appare molto poco come un’utopia dei lavoratori e molto di più come una fortezza neoliberale: pretendendo, imponendo e difendendo anche con la forza un ordine basato sul libero mercato. Le banche, le corporations, gli investitori sono liberi di muovere i loro capitali per tutto il continente, ma i governi nazionali non sono liberi di programmare politiche che vadano incontro agli interessi dei loro territori.

È su questa contraddizione che si basa la visione di Melenchon dell’EU come “progetto totalitario”.

In parole povere, i riferimenti dei movimenti radicali sono cambiati. Cent’anni fa i movimenti di sinistra propagandavano l’integrazione a livello internazionale come risposta allo «sciovinismo borghese mascherato da patriottismo», come diceva Lenin. Oggi, invocano la devolution nazionale come risposta all’incontrastato potere del capitalismo globalizzato.

Entrambi gli approcci puntano a combattere il capitalismo e a promuovere una più giusta distribuzione delle risorse; il secondo, tuttavia, vede le istituzioni internazionali come strumenti del capitalismo e non come potenziali veicoli del potere dei lavoratori. Il suo obiettivo, espresso chiaramente nei fautori di sinistra della Brexit, è di togliere il controllo a quelle istituzioni: «una finestra di opportunità che si presenta una volta nella vita» per «una rottura radicale con il neoliberalismo» come hanno scritto Thomas Fazi e William Mitchell, autori di Reclaiming the State, nel loro articolo del 2018 su Jacobin intitolato “Perché la sinistra dovrebbe abbracciare la Brexit”. Il risultato, per questi critici, è che la libertà di movimento è l’agnello da sacrificare nella rottura radicale con la EU.

Fazi e Mitchell, per esempio, non menzionano le migrazioni nel loro resumé di 3000 parole sul perché abbracciare la Brexit. Nella loro ottica, la priorità assoluta è costituire un’economia socialista, cosa che considerano impossibile all’interno dei vincoli del mercato comune. I migranti, quindi, sono un danno collaterale.

Molti nazionalisti di sinistra in Europa non si fermano qui, tuttavia; vedono l’abbandono della libertà di movimento come un fine valido in sé. Queste critiche possono essere divise sommariamente in tre categorie: economiche, culturali, e politiche. Tutte puntano a giustificare l’introduzione di nuovi controlli alle frontiere.

La principale di queste critiche, partendo dalla lettera di Marx del 1870, rifiuta la libertà di movimento sulla base delle conseguenze sullo sfruttamento dei lavoratori. «Lo Stato ha il dovere di proteggere uomini e donne dai lavoratori stranieri che portano via i loro posti di lavoro per salari più bassi», ha detto Oskar Lafontaine, cofondatore di Aufstehen, in una difesa dei controlli alle frontiere nel 2005. Analogamente, in un intervento sul Guardian in appoggio alla candidatura di Jean-Luc Mélenchon alle presidenziali del 2017, il professore di Cambridge Olivier Tonneau sosteneva che «il nobile principio della libertà di movimento» è stato «perversamente trasformato in emigrazione economica forzata, che ha tagliato i salari e fomentato tensioni fra i popoli». Jeremy Corbin ha una posizione simile. Dopo il referendum sulla Brexit, Corbyn precisò la sua opposizione alla libertà di movimento nella EU. «Se libertà di movimento vuol dire libertà di sfruttare a poco prezzo i lavoratori in una corsa al ribasso, non potremo mai accettarla in nessuna futura relazione con l’Europa» scrisse.

Il problema è che non c’è virtualmente alcuna prova a sostegno dell’affermazione che i lavoratori stranieri abbattono i salari e scoraggiano l’assunzione di lavoratori locali. In un fondamentale rapporto del settembre 2018, il Comitato di Consulenza sull’Immigrazione del Regno Unito ha rilevato che «gli immigrati hanno un impatto nullo o minimo sull’andamento dell’occupazione e della disoccupazione della forza lavoro nata nell’UK». Di fatto, aggiungeva, «ci sono alcune indicazioni che suggeriscono che migranti con competenze professionali hanno un impatto positivo sulla quantità di formazione disponibile per la forza lavoro nata nell’UK». Questi risultati relativi all’Inghilterra hanno trovato riscontro in quelli dell’OCSE, che nel 2014 ha trovato che «L’immigrazione contribuisce a stimolare l’innovazione e la crescita economica» e che gli immigrati danno di più in tasse di quanto ricevono in benefici.

«In parole povere – ha scritto l’economista Jonathan Portesin un articolo recente che riassume due decenni di ricerche – gli immigrati non ci portano via il lavoro».

Il vero pericolo per gli standard di qualità del lavoro non è la libertà di movimento, ma la sua restrizione. Paesi come gli Stati Uniti hanno imparato in ripetute occasioni che i rigidi controlli di frontiera non sono efficaci nello scoraggiare le migrazioni: secondo uno studio pubblicato nel 2007 dalla rivista Regulation&Governance, la chiusura dei confini ha avuto significativamente ben poca influenza sulla propensione (della gente) a migrare illegalmente negli USA».

Al loro arrivo, gli immigrati non autorizzati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento, danneggiando così l’intero mercato del lavoro: esattamente il problema per cui si giustificano le restrizioni. Il lavoro non autorizzato è in gran parte lavoro nero e senza protezioni; le persone che lo svolgono non hanno nessun potere di contrattazione nei confronti dei datori di lavoro. Uno studio su vasta scala ha trovato che il 37% degli immigrati clandestini aveva subito violazioni del salario minimo, in confronto al 21% di immigrati legali, mentre l’85% dei primi non veniva pagato per gli straordinari, in confronto al 67% di quelli con regolari documenti.

Ad un livello più teorico, la critica economica non regge. Sostenendo la necessità di un’immigrazione controllata, molti distinguono fra due tipi di migranti: migranti economici in cerca di lavoro e richiedenti asilo in cerca di un rifugio. I secondi pongono un problema umanitario, che molti nazionalisti di sinistra sono pronti (per buona ragione) ad affrontare, mentre i primi minacciano il mercato del lavoro e quindi richiedono una regolamentazione più stretta. «Quando parliamo di migrazione economica ‒ ha detto alla BBC il ministro ombra laburista per il commercio internazionale Barry Gardiner ‒ l’economia deve agire in favore del popolo e del pubblico inglesi».

Ad un esame più approfondito questa distinzione non sta in piedi. Ogni giorno, decine di giovani arrivano nel Sud Europa dopo strazianti viaggi dalle loro case. Ma L’EU tira a separare in maniera drastica quelli degni di asilo da quelli che migrano alla ricerca di un’opportunità economica. I ragazzi della Siria – riconosciuti come rifugiati di guerra – tendono a ricevere asilo rapidamente, mentre quelli del Pakistan hanno poche speranze di riceverlo, nonostante siano probabilmente scappati da livelli i violenza simili. «La migrazione è qualcosa che la gente intraprende per cercare di sopravvivere ‒ disse una volta Jeremy Corbyn alla camera dei Comuni ‒. Ogni caso è una storia umana». 

VI.

La critica culturale non si preoccupa di queste distinzioni. Piuttosto, si oppone a tutte le forme di migrazione sulla base del fatto che esse erodono, diluiscono o comunque minano la cultura nazionale. La libertà di movimento «non è anche uno dei principi del socialismo», ha scritto nel 2017 il giornalista di sinistra inglese Paul Mason. «Dice a persone con forti tradizioni culturali, un forte senso della comunità locale (in molti casi tutto quello che è rimasto loro dall’era industriale), che “il vostro passato non è importante”». Mettendo in discussione il loro patrimonio culturale, quindi, l’immigrazione rischia di incitare a una ancor maggiore xenofobia le comunità di lavoratori.

In realtà, non c’è una reale base empirica neanche per queste affermazioni. In moltissimi casi – dal voto sulla Brexit alle elezioni generali in Germania dello scorso anno – aree con il numero minore di migranti hanno espresso il più forte rifiuto culturale. E le ricerche suggeriscono che il contatto fra differenti comunità – gay e convenzionali, neri e bianchi, sciti e sunniti – porta in realtà a una maggiore e non a una minore solidarietà. Una meta-analisi di 713 campioni indipendenti tratti da 515 studi ha concluso che il contatto «tipicamente riduce i pregiudizi fra i gruppi». In altre parole, se l’obiettivo è ridurre la xenofobia, i confini non sono la soluzione, l’interazione lo è.

VII.

L’esistenza di atteggiamenti anti-immigrati in Europa spesso assume le caratteristiche di una critica politica: i cittadini europei non hanno mai potuto dire veramente la loro sulle regole che governano l’Unione, che si tratti di immigrazione o di regolamentazione ambientale. Il principio della libertà di movimento è senza senso in assenza di un sostegno democratico, sostiene questa argomentazione. E ancora una volta si trova una giustificazione per uscire dall’EU: solo allora gli elettori saranno in grado di determinare il loro futuro politico.

Ma mentre alcuni invocano l’uscita come pretesto per bloccare le migrazioni, altri, come Costas Lapavitsas, ex membro del Parlamento greco per Syriza e autore del libro Gli argomenti della sinistra contro la EU, la considerano come un modo per ricostruire una libertà di movimento più equa e globale. In effetti, la libertà di movimento all’interno della EU si basa sulle restrizioni a chi vuole entrare da fuori (un sistema definito la “Fortezza Europa”). Piuttosto che riformare l’EU dall’interno e difendere ed estendere il principio della libertà di movimento, questi critici pensano che uscirne sia la via migliore verso una politica dell’immigrazione più umana. In altre parole, vogliono distruggere la libertà di movimento per salvarla.

Questi critici si considerano in generale degli internazionalisti, tweettando messaggi di sostegno ai partiti fratelli e andando su e giù per il continente per parlare alle loro riunioni. Ma attenzione: questo non è l’internazionalismo dei vostri nonni. Ha poco in comune con la visione ottimistica di Lenin sull’immigrazione che «unisce i lavoratori di tutti i paesi». Si fonda su un desiderio decisamente nazionalistico di riappropriarsi della sovranità nazionale, di eliminare gli eccessi della liberalizzazione e di rivendicare i confini dello stato-nazione.

Mélenchon, ad esempio, ha smesso di far suonare l’Internazionale alle sue manifestazioni pubbliche. Preferisce invece sbandierare il tricolore e cantare la Marsigliese.

VIII.

In realtà la nuova visione nazionalista di sinistra che sta emergendo in Europa non è così diffusa nel mondo. Nell’ultima decade, esperti e politici hanno frequentemente messo in risalto le similitudini fra i processi sviluppatisi in Europa e negli Sati Uniti. La crisi finanziaria del 2008 ha messo in luce le profonde interconnessioni fra i due sistemi bancari, mentre il terremoto populista del 2016 ha fatto emergere le comuni crepe nelle loro democrazie.

Ma una delle caratteristiche che più colpiscono nel dibattito sulle migrazioni è la divergenza di atteggiamenti fra le due rive dell’Atlantico. Mentre l’avanguardia della sinistra in Europa fa marcia indietro nel sostegno all’immigrazione, il sostegno è in crescita nella sinistra americana. Nel 2006, il 37% dei Democratici pensava che l’immigrazione negli Stati Uniti dovesse diminuire, mentre il 20% pensava dovesse aumentare. Nel 2018 solo il 16% dei democratici pensa che debba calare, mentre un bel 40% pensa il contrario. Dato da confrontare con quello dell’Inghilterra, dove il 49% degli elettori del Labour pensa che l’immigrazione sia troppo alta, e solo un microscopico 5% pensa sia troppo bassa.

Il rapido aumento del sostegno all’immigrazione nella sinistra americana segna una storica inversione di ruoli. Ricordate il congresso della II Internazionale del 1907, in cui la mozione del Partito Socialista d’America per la restrizione dell’immigrazione fu bocciata dai patiti europei? Oggi non c’è virtualmente nessun politico democratico che propone una linea dura sull’immigrazione. Nell’ala progressista del Partito Democratico, in particolare, troviamo una vigorosa difesa dei diritti dei migranti e l’appello ad abolire del tutto le agenzie di contrasto all’immigrazione (una posizione agli antipodi dell’atteggiamento critico verso la libertà di movimento che sta fiorendo in Europa). Come ha rimarcato Diane Abbot, parlamentare laburista e ministro ombra dell’Interno: «Una vera sicurezza ai confini […]. È questa la proposta del Labour».

Come si spiega questa improvvisa divergenza negli atteggiamenti a cavallo dell’Atlantico? E cosa ci può dire sugli argomenti della sinistra nazionalista contro la libertà di movimento?

Un meccanismo plausibile è di tipo demografico. Molto si è detto sulla transizione degli Stati Uniti, nei prossimi tre decenni, da un paese abitato predominantemente da bianchi a uno con maggioranze e minoranze più complesse. Intanto, la comunità latinoamericana, in rapida crescita, è anche la più attiva nel movimento a favore dell’immigrazione. È possibile, quindi, che l’opinione pubblica stia cambiando semplicemente seguendo le maree demografiche americane.

Ma la demografia non è sufficiente per spiegare questa divergenza. Dopo tutto, la percentuale di residenti nati all’estero negli Stati Uniti è circa esattamente la stessa che in Germania o in Francia: il 13.1% contro rispettivamente il 12.8% e l’11.7%. Il profilo demografico di un paese, quindi, non determina necessariamente i suoi atteggiamenti verso l’immigrazione. In ogni caso, è difficile capire come queste tendenze a lungo termine possano produrre un cambiamento così rapido negli atteggiamenti.

Al contrario, il fattore chiave è il sistema elettorale attorno a cui la demografia cambia. Negli Stati Uniti, un sistema bipartitico molto polarizzato ha gettato le basi per una aperta e decisa difesa dell’immigrazione da parte della sinistra. Mentre i repubblicani invocano “costruiamo il muro” i Democratici vogliono buttarlo giù. Mentre il presidente Trump tende a radicalizzare l’Agenzia per il Controllo delle Dogane e dell’Immigrazione, senatori come Elizabeth Warren e Kirsten Gillibrand chiedono la sua abolizione. Mentre l’amministrazione repubblicana incarcera i minori migranti, il Partito democratico chiede una forma di amnistia. In breve, la politica dell’immigrazione è una politica di contrapposizioni.

«Le opinioni degli americani sull’immigrazione sono cambiate di più in questo breve periodo che in qualunque altro periodo in qualunque paese nella storia» dice lo scienziato politico Rob Ford della Università di Manchester. «Sembrerebbe suggerire, paradossalmente, che politiche migratorie dure creino le condizioni per un cambiamento radicale a favore dell’immigrazione».

I commenti di Ford dovrebbero fornire un certo conforto ai fautori dell’immigrazione in Europa. Nel momento in cui i partiti di estrema destra stanno prendendo il potere nel continente – creando un “asse” (come lo ha subito definito il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz) anti immigrati da Berlino a Vienna a Roma – le posizioni dell’opposizione di sinistra potrebbero di nuovo spostarsi in favore della libertà di movimento. In un certo senso, cercando di distruggere il diritto alla libertà di movimento, la nuova destra radicale europea può finire per salvarlo.

Ma l’ampiezza della divergenza fra i casi dell’Europa e degli USA pone domande di fondo su come definiamo la sinistra oggi. Cosa significa che i Democratici associano la critiche economica europea alla libertà di movimento ai loro nemici Repubblicani, o che associano l’emergente critica culturale alla libertà di movimento alle marce della destra radicale in città come Charlottesville, Virginia?

IX.

Nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani del 2017, Jeremy Corbyn ha pronunciato un discorso alla sede di Ginevra delle Nazioni Unite in cui ha presentato la sua visione di un nuovo sistema globale basato su «cooperazione, solidarietà, azione collettiva». La crisi migratoria che stiamo vivendo, ha sostenuto, è stata alimentata da una miscela di diseguaglianze economiche, guerre e distruzione del clima, e la sua soluzione sta nell’affrontare queste cause. «I paesi europei possono, e devono, fare molto di più, poiché il numero di morti fra i migranti e i richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo continua a salire» ha detto Corbyn. «Ma siamo chiari: la riposta a lungo termine è una vera cooperazione internazionale basata sui diritti umani, che affronti alla radice le cause dei conflitti, delle persecuzioni, delle diseguaglianze».

E tuttavia anche in questa visione la libertà di movimento viene vista con sospetto. Nel caso migliore ci distrae dalla vera soluzione (una specie di cerotto sotto il quale i problemi reali del mondo continuano a incancrenire). Nel peggiore, ci rende insensibili all’ingiustizia con il dare il benvenuto all’immigrazione invece di condannare le condizioni che costringono la gente a migrare. «La gente non migra per piacere ‒ ha detto Jean-Luc Mélenchon nel 2017 ‒. L’esilio è sofferenza».

Mélenchon ha certamente ragione, come la ha Corbyn nella sua insistenza sulla necessità di affrontare alla radice le cause della crisi. Il grosso problema è però che neanche un grande incremento della cooperazione internazionale potrà ridurre significativamente le migrazioni nel corso della nostra vita. Prima della fine del secolo, fino a due miliardi di persone potranno essere costrette a migrare solo a causa dell’innalzamento dei livelli del mare. Anche se tutte le sinistre radicali europee andassero al potere e mantenessero le loro promesse, molte famiglie sparse per il mondo continuerebbero nella loro inarrestabile ricerca di un posto più sicuro o migliore.

Sahra Wagenknecht ha descritto la politica della libertà di movimento come “ingenua”. Ma i dati suggeriscono che i confini chiusi metto a rischio la solidarietà internazionale invece di rafforzarla; rafforzano le diseguaglianze invece di ridurle; alimentano la xenofobia invece di contrastarla. I nuovi nazionalisti della sinistra europea sembrano non rendersi conto dei probabili risultati dei loro tentativi di bloccare il libero movimento: decine e decine di morti in mare, un’esplosione di baraccopoli ai confini, la continuazione dello sfruttamento economico dei migranti disperati e un sistema sempre più militarizzato di apartheid dei permessi d ingresso

È la formula di Corbyn girata a testa in giù. A breve termine, i controlli sulla migrazione possono portare un po’ di voti e mettere qualche granello di sabbia negli ingranaggi del capitalismo internazionale. Ma a lungo termine questi controlli possono a loro volta diventare cause fondanti di conflitti, persecuzioni, diseguaglianze.

Oggi gli attivisti – non i partiti politici – si battono con forza in favore dei confini aperti. Alla conferenza del Labour di settembre, la campagna laburista per la libertà di movimento ha distribuito migliaia di volantini ai partecipanti. A Berlino, i dimostranti hanno marciato contro l’estrema destra sotto le bandiere del “Movimento per la libertà globale”. Da parte loro, i lanciatori di torte hanno invocato una TortalerKrieg — una guerra totale delle torte – finché i leaders tedeschi non ascolteranno le loro grida. «Nessun attivista vuol tirare torte ai politici – insistono –. Ma una torta alla crema è l’ultima risorsa […]. Il lancio di una torta è l’ultima risorsa ai confini dell’umanità».

L’articolo è tratto da The Nation del 1 gennaio 2019
La traduzione è di Davide Lovisolo

One Comment on “Il nazionalismo di sinistra in Europa”

  1. Collegare l’articolo all’immagine di Auschwitz-Birkenau mi pare “leggermente” fuori luogo. tanto più che il percorso che portò allo sterminio non c’entra molto con l’afflato patriottico, e, forse, anche poco con il nazionalismo, ma assai di più con l’imperialismo e il progetto di “colonizzare” l’Europa per creare un impero in concorrenza con gli USA, potenza che stava ormai sostituendo l’Inghilterra. Le migrazioni sono un fenomeno complesso, da sempre, che vanno trattate in maniera complessa. E L’Europa avrebbe avuto mezzi e capacità (se ci fosse stata la volontà politica) per evitare 30.000 morti in mare in in una manciata di anni. Situazione più unica che rara nella storia delle migrazioni, dove la strage è diventata “normale” e dove, in realtà, una volta sbarcati gli immigrati, non c’è molta preoccupazione per le successive condizioni di vita, caratteristica tipica dei paesi capitalisti (e di questa fase) dove ognuno se la gioca da solo con la famosa “mano” invisibile. Peccato che questa mano sia assai poco generosa e, oggi come 100 anni fa, assai maggiori sono le storie di miseria e fallimenti. Ma si sa ognuno è “imprenditore” di se stesso, anche se muore affogato, torturato e sfruttato. In quanto a Marx, faccio presente che il suo obbiettivo era il capovolgimento dei rapporti di forza e la rivoluzione non la lubrificazione del capitale, che era sì, per Marx, fattore di progresso (avendo distrutto i vecchi rapporti feudali). L’internazionalismo era una visione rivoluzionaria della società futura non certo il lubrificante del capitale.

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