Forti con i deboli

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Pare che i giapponesi non conoscano la parola “ritirata”, evidentemente espressiva di un’idea inaccettabile per quella cultura, e l’abbiano sostituita con il termine Tenshin, che significherebbe “girarsi ed avanzare”.

Al termine della deprimente campagna d’autunno riguardante la manovra economica, ci sentiamo decisamente più vicini al Paese del Sol levante: costretti alla ritirata dopo le bellicose minacce all’Europa di non retrocedere neppure di un millimetro, ci sentiamo raccontare di una vincente avanzata verso gli obbiettivi perseguiti. Operazione più patetica, che scandalosa: da sempre l’auto-narrazione della politica ha con la verità lo stesso rapporto che ha l’esca con l’amo; come purtroppo sa bene chi, per tentazione o per necessità, dopo le affabulazioni ha avuto l’avventura di abboccare al doloroso amo della realtà.

Tutto sommato, si potrebbe guardare con un certo sollievo all’epilogo della vicenda finanziaria; e poco importa che il ripensamento in extremis sia dovuto a senso di responsabilità o a cinico calcolo politico.

È difficile però sottrarsi a meno tranquillizzanti riflessioni se ci spostiamo dal piano dei rapporti con soggetti forti (come sono, appunto, gli altri Paesi europei, soprattutto quando si è riusciti nella non facile impresa di averli tutti unanimemente contro) al trattamento riservato agli ultimi: infatti, quando la minacciosa spavalderia, su cui è basata l’attuale azione politica, si scontra contro un potente, il problema è soltanto quello di nascondere le escoriazioni del pugno inutilmente sbattuto sulla pietra; ma quando si dirige contro il frangibile schermo dei diritti degli indifesi, degli underdog, l’effetto può essere devastante. Non solo per loro: ogni regime autoritario nasce sotto forma di inflessibilità verso minoranze senza voce e socialmente poco tollerate (accattoni, detenuti, immigrati, zingari, etnie minoritarie, omosessuali, apostati religiosi o politici), additate come causa di molti dei più allarmanti problemi.

I segnali attuali non sono rassicuranti. Basta ricordarne alcuni, per avvertire una certa inquietudine.

La popolazione penitenziaria sta tornando ai livelli che ci procurarono l’umiliante condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo “per trattamenti inumani e degradanti” e che sono concausa non marginale del doloroso aumento dei suicidi in carcere: la soluzione sarebbe quella di costruire nuovi carceri; soluzione risibile (la storia patria delle “carceri d’oro” insegna), controproducente (come tutti gli organismi internazionali ammoniscono) e comunque tardiva (il problema è drammaticamente attuale, non può attendere lustri).

Centinaia di migliaia di immigrati vengono parcheggiati sul nostro territorio nazionale senza diritti, né risorse, né opportunità: non è difficile prevedere che molti saranno indotti a delinquere per sopravvivere. Con il risultato che alla fine la conseguenza potrà servire a giustificare la causa: non gli diamo né diritti, né risorse, né opportunità perché portano delinquenza.

Le ruspe contro gli abusivi e le baraccopoli: operazioni di facciata che si limitano a delocalizzare il problema che non si vuole o non si sa risolvere. L’introduzione del reato di accattonaggio molesto: una sorta di bullismo normativo verso chi ci ricorda con fastidiosa insistenza la disperazione e la miseria. Tutto ciò, naturalmente, nel pieno rispetto della legalità e del principio di uguaglianza, poiché «la legge – spiegava Anatole France – vieta ai ricchi come ai poveri di dormire sotto i ponti e di chiedere l’elemosina».

Alla fine, probabilmente, il nostro campo visivo non sarà più turbato da colpevolizzanti presenze; intirizziti questuanti non busseranno più con petulante insistenza ai finestrini delle nostre tiepide auto; l’arredo urbano non sarà più deturpato da miserevoli giacigli. Nel nuovo, bonificato contesto sociale, non saremo più costretti a provare l’imbarazzo di dover decidere se stendere o no la nostra mano; la protenderemo soltanto, obbedienti e solerti, per consegnare i documenti a una divisa.

L’articolo è tratto da “Avvenire” del 30 dicembre 2018