Il Brasile che volta pagina

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Le urne hanno emesso il loro verdetto indiscutibile. 58 milioni di brasiliani hanno scelto il candidato che ha raccolto il malcontento per i lunghi anni segnati da processi per corruzione in capo a tutti i partiti storici. Sceglie l’uomo forte che promette di stroncare la violenza armando i cittadini, il politico che si spaccia per nuovo ma che promuoverà in campo economico e sociale le vecchie teorie di Milton Friedman.

Bolsonaro è razzista in un paese con il 40 per cento della popolazione di colore, è contro i diritti di genere nel Brasile del forte movimento femminista e dei matrimoni arcobaleno, è a favore dello sfruttamento dell’Amazzonia contro gli interessi dei popoli indigeni.

Ma in realtà non è stato eletto per nessuna di queste cose in particolare, ma per il suo essere contro il sistema, pur essendo parlamentare da 25 anni e avere appoggiato ben 8 governi.

La vittoria della destra radicale si è avuta soprattutto nelle zone industrializzate e più ricche del paese, dove tanti anni fa era nata e cresciuta la leadership di Ignacio da Silva Lula.

Molti osservatori hanno fatto parallelismi tra il processo di Mani Pulite italiano e la Tangentopoli brasiliana, l’inchiesta Lava Jato. Una solo cosa è certa, la magistratura ha fato tabula rasa di una classe politica e ciò che è uscito, Berlusconi o Bolsonaro, rischia di tornare indietro come un boomerang contro chi chiedeva la testa dei corrotti.

Ma in Brasile la differenza la faranno i movimenti sociali, il principale argine per difendere i diritti conquistati in questi anni. Bolsonaro, che nel suo primo discorso da presidente ha garantito il rispetto della Costituzione, avrà un’opposizione articolata ed agguerrita nella società. La sinistra brasiliana dovrà rinnovarsi integralmente e partire da qui, soprattutto dovrà riconquistare i ceti medi e i lavoratori del grande sud produttivo brasiliano che ora ha perso. Bolsonaro ha disfatto Haddad proprio nei centri dove una volta si consumò la rivolta contro i militari e iniziò la grande riscossa della sinistra, che ora resta forte solo nel povero Nordeste.

Nel Brasile che ha spostato gli equilibri regionali, si riapre una stagione di lotta aspra e si è avverata la profezia che nessuna conquista è eterna e che la politica, di qualsiasi segno, se non si rinnova rischia di venire spazzata via dai populismi. Che Trump e Salvini siano stati tra i pochi leader a congratularsi con il nuovo presidente fa capire quali saranno le sue alleanze.

Il paese sudamericano ha fatto un salto nel vuoto, ma a differenza di altri momenti drammatici della sua storia, esiste una rete di contenzione tessuta da quei movimenti che restano la parte più viva di una società oggi in forte crisi di identità.

L’articolo è tratto da Huffington Post del 29 ottobre

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