False notizie e false verità

04/10/2018 di:

Per una democrazia liberale il bene più prezioso è l’informazione: il diritto di partecipazione alla cosa pubblica, infatti, conserva effettivo significato soltanto in presenza di una informazione attendibile e plurale; quando questa viene manipolata, tale diritto si riduce alla possibilità di esprimere opinioni eterodirette. A ragione, pertanto, si dibatte molto su come contrastare il preoccupante fenomeno delle fake news. Beninteso, gli “inventori di verità” sono sempre esistiti, talvolta causando drammatici epiloghi: basterebbe ricordare la diceria degli untori di manzoniana memoria. Oggi si è aggiunta la straordinaria proliferazione delle notizie false, la loro capillare diffusività per la forza moltiplicatrice dei social e la loro “permanenza telematica”.

L’attuale saturazione informativa induce ‒ con un meccanismo che i massmediologi chiamano di risparmio cognitivo ‒ a far propri in modo acritico i messaggi perentoriamente assertivi, sebbene non sostenuti da alcun argomento o riscontro. La vita sociale diviene un mare torbido in cui il cittadino avido di notizie può facilmente abboccare ad esche informative senza avvedersi dell’amo della menzogna. Fenomeno che si fa ancor più pericoloso quando le esche vengono posizionate secondo una precisa strategia da entità che mirano a sviare l’opinione pubblica dal suo fisiologico orientamento. Nonostante le controindicazioni del rimedio, si sta facendo strada l’idea di istituire un’Autorità indipendente in grado di bonificare l’offerta informativa dalle notizie false. Comunque, anche a prescindere da questa contromisura “istituzionale”, è sempre possibile, anche se in concreto non facile, che il “consumatore” svolga accertamenti per sbugiardare il prodotto conoscitivo che gli viene offerto.

Esistono invece informazioni rispetto alle quali anche il più attrezzato e diffidente spirito critico risulta praticamente disarmato: sono le notizie vere, quando vengono enfaticamente proposte con incalzante successione. I riflettori dei media, orientati dalle leggi del mercato o dalla politica, seguono di volta in volta determinate tipologie di eventi, che, nello specchio deformante dell’informazione, si ingigantiscono a dismisura.

Non molto tempo fa, le notizie di alcuni casi di meningite fulminante, date con il clamore e con l’insistenza imposte dalle leggi della concorrenza mediatica, hanno determinato un’ansia collettiva che ha condotto ad una impennata dei vaccini del 30 per cento, nonostante le autorità sanitarie avessero rassicurato sull’assoluta normalità statistica del fenomeno. Fenomeno che poi è tornato nel cono d’ombra del disinteresse dei media, nonostante queste manifestazioni patologiche continuino dolorosamente a verificarsi. Per venire all’attualità e su ben altro versante, si pensi al problema dell’immigrazione: avendovi la politica e i mezzi di comunicazione “appoggiato” una lente di ingrandimento, si registra una percezione del fenomeno sino a quattro volte superiore alla sua consistenza effettiva (cfr. ricerca Istituto Cattaneo).

Queste folate di insistita e talvolta morbosa attenzione mediatica inducono una dispercezione collettiva dei problemi reali (secondo il Rapporto Ipsos l’Italia è il paese europeo in cui la distorsione è più accentuata). Se si dà con molta enfasi la notizia di due ravvicinati episodi di mancato rientro di detenuti dal permesso premio, si induce l’impressione di un sistema lassista e fallimentare, nonostante la percentuale dei mancati rientri non raggiunga nella realtà l’uno per mille dei permessi concessi.

In simili, frequentissime evenienze, si verifica un pericoloso fenomeno troppo spesso ignorato o superficialmente considerato un incendio al di là del fiume: la somma di tante notizie vere dello stesso tenore, offerte in martellante sequenza, produce, per così dire, una fake truth, una falsa verità o, forse meglio, una verità ingannevole. Con rilevanti conseguenze sociali e politiche. I fatti, posizionati davanti ai riflettori dei media, si proiettano sullo schermo della comunicazione sociale come enormi ombre cinesi, suscitando – in una “società emotiva” qual è l’attuale – ansie e allarmismi.

Se la politica svolge il suo ruolo di indicare, al di là delle fibrillazioni contingenti, la via da seguire verso sorti, se non magnifiche, almeno progressive, il fenomeno resta confinato nella sua dimensione di psicologia collettiva. Ma se su di esso si innesta un’azione di governo sagomata sui sondaggi, se la cometa della politica, anziché precedere, segue i re magi dell’opinione pubblica per assicurarsene l’assenso, il cammino civile di un popolo diviene inevitabilmente ondivago ed esposto ad ogni regressione sull’onda emotiva generata da queste “verità ingannevoli”.

Ciò è particolarmente evidente sul piano della politica penale. Di fronte a un ingiustificato allarmismo per talune condotte devianti, non ci si preoccupa di rassicurare fornendo i dati reali del fenomeno: si ha infatti il timore di deludere la collettività che potrebbe sentirsi non capìta e voltare elettoralmente le spalle. Tanto meno ci si preoccupa di rimuovere o contenere le cause di tali condotte, approccio molto impegnativo che darebbe risultati nel medio-lungo periodo e quindi non spendibili nel mercato del consenso. Ci si preoccupa soltanto di esibire una muscolarità sanzionatoria, che ovviamente non risolve alcun problema, ma ha il vantaggio di non costare nulla e di ostentare sollecita attenzione per le preoccupazioni dei cittadini-elettori.

Càpita così di assistere spesso a scriteriati interventi legislativi, con i quali il Dulcamara di turno prepara pozioni normative con cui imbonire l’opinione pubblica (“udite, udite, o rustici”). Sul finire degli anni Settanta per contrastare il fenomeno dei sequestri di persona si stabilì per il relativo reato un minimo edittale di pena superiore a quello previsto per l’omicidio. In tempi più recenti si è introdotto il delitto di omicidio stradale, quasi che un’autonoma e più grave figura di reato – e non la prevenzione, i controlli e le inibizioni amministrative – potesse fronteggiare la criminale tendenza a mettersi alla guida in condizioni psichicamente alterate.

Ma tutto lascia intendere che l’odierna stagione politica non tema confronti su questo terreno del diritto penale à la carte. È all’esame del Parlamento una proposta della Lega che, tra l’altro, si preoccupa di fronteggiare il fenomeno dei furti e delle rapine “domiciliari” concedendo una licenza di uccidere per respingere l’intrusione mediante effrazione nel proprio domicilio. Per soprammercato, si esibisce anche una “rodomontata punitiva” nei confronti degli autori del furto con strappo. La trovata, non certo originale, è quella di includere questo reato nell’elenco dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede il divieto di concessione di qualsiasi misura alternativa nel corso dell’esecuzione della pena. Si tratta di una norma inizialmente prevista per la criminalità mafiosa e poi divenuta una sorta di attaccapanni penale cui appendere il reato “stagionale” secondo le esigenze demagogiche del momento, dissennatamente ignorando ogni criterio di razionalità e di proporzione. Ebbene, se fosse approvata questa proposta di legge, al condannato per aver strappato la borsetta a una signora sarebbe preclusa a priori ogni misura risocializzante, a cui invece potrebbe essere ammesso il colpevole del delitto di strage. Ovviamente è del tutto irrilevante, nell’ottica demagogica, che tanto i reati “domiciliari”, quanto i furti con strappo siano statisticamente declinanti: la loro narrazione mediatica ha un forte impatto emotivo sulla popolazione, e tanto basta per “cavalcarli”.

Le conseguenze di questo andazzo ‒ improvvido, ma purtroppo remunerativo in termini di consenso ‒ sono molto gravi. Tanto più gravi, perché insidiose e inavvertite. Anzitutto, il sistema normativo perde progressivamente di razionalità, e quindi di credibilità. E una collettività che non ha più fiducia nella propria giustizia è votata alla disarticolazione in lobby e gruppi di potere. Nell’agone politico, poi, sono penalizzati coloro che propongono progetti impegnativi e lungimiranti a tutto vantaggio dei professionisti della comunicazione per slogan, tweet e toni stentorei. Il sistema scivola ineluttabilmente verso una democrazia “taroccata”. O meglio, a voler chiamare le cose con il loro giusto nome, verso quella forma degenerata di democrazia che da più di duemila anni prende nome di oclocrazia: cioè governo delle masse, della gente, delle moltitudini; in definitiva delle loro pulsioni e dei loro istinti. E in questi duemila anni la storia ha offerto non pochi esempi dell’infausto e spesso drammatico destino che attende le oclocrazie.

L’articolo è tratto dal Corriere della sera – La lettura del 30 settembre 2018