Suicidio assistito: un problema rimosso

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Laura ha cinquant’anni e una gravissima malattia neurodegenerativa che le ha ridotto giorno dopo giorno il suo spazio di vita a una sedia a rotelle. Reso i movimenti, i respiri sempre più faticosi fino a toglierle ogni autonomia. Per anni ha lottato, tenendo il segreto per non coinvolgere la famiglia, si è laureata, ha fatto l’avvocato. Ma ora, non ce la fa più “Rivoglio la mia dignità, voglio morire. Aiutatemi”. Laura è una delle duecento persone che ogni anno, 600 dal marzo 2015, chiedono informazioni, aiuto per ottenere l’eutanasia. Scrivono, chiamano l’Associazione Coscioni per essere indirizzati, aiutati ad andare a morire. In Svizzera. Perché in Italia, dove con 70mila firme nel 2013 è stata depositata una proposta di legge per la legalizzazione della “dolce morte”, in 5 anni il Parlamento non ne ha discusso neppure un minuto del diritto di scegliere come morire, dice Marco Cappato, tesoriere della Coscioni.

In Italia dopo anni di discussioni, dibattiti e polemiche sono state approvate le DAT, le Disposizioni anticipate di trattamento nel dicembre del 2017. Prevedono che uno possa lasciar scritto, per quando non avrà il modo di comunicare, le sue scelte di cura. A quali terapie si vuole rinunciare, comprese idratazione e nutrizione. L’eutanasia non è prevista nel biotestamento e ancora oggi è illegale in Italia.

“Domani manifestazione a Montecitorio perché venga messa all’ordine del giorno della Camera dei Deputati la discussione del disegno di legge”, prosegue Cappato. Mentre poco prima una delegazione composta da Marco Cappato, Mina Welby, Carlo Troilo, Filomena Gallo, Marco Perduca e Marco Gentili incontrerà il Presidente della Camera Roberto Fico consegnandogli le 130.000 firme dei cittadini italiani a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare. Una raccolta di firme che prosegue, e continuerà sino a quando il parlamento non discuterà il disegno di legge. Nel pomeriggio è convocato alla Camera l’intergruppo per le scelte di fine vita che conta 34 parlamentari impegnati nella richiesta di immediata discussione della legge popolare. “Vogliamo richiamare ciascun parlamentare a confrontarsi con la grande questione sociale che Marco Pannella definiva della “morte all’italiana”, cioè dell’eutanasia clandestina e dell’accanimento contro i malati ‒ dichiara Cappato ‒. In attesa dell’udienza della Corte costituzionale sul processo a mio carico, vogliamo che ora anche il Parlamento si faccia vivo e discuta la nostra legge di iniziativa popolare”.

“Abbiamo lasciato passare i primi 100 giorni di Governo, dice Filomena Gallo, segretario della Coscioni. Ora però è arrivato il momento anche di prendere in considerazione temi che tra l’altro sono stati sollevati attraverso lo strumento delle iniziative popolari. Siamo grati al Presidente della Camera per l’incontro concesso, perché l’attenzione del Parlamento alle iniziative popolari, di qualunque segno esse siano, è un fatto istituzionale prima ancora che una questione di parte”. Perché sono tanti gli italiani che vorrebbero andarsene senza dover buttarsi giù da una finestra di ospedale come il regista Mario Monicelli. Ma morire in pace, nel proprio letto, con gli amici, i parenti accanto.

Cosi scrivono alla Coscioni o direttamente a Cappato, che è stato inquisito proprio per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo che, dopo anni di sofferenza per un incidente che lo aveva reso tetraplegico, non riteneva la sua vita più vivibile. Lettere che arrivano quasi ogni giorno.

Laura scrive che quando da ragazzina ha scoperto la sua condanna ha taciuto:

«Non volevo che la famiglia entrasse in una cappa di tristezza e disperazione. Decisi quindi di tenere questo segreto per me e quando cominciarono a vedersi le prime difficoltà avevo una serie di scuse pronte e quando iniziarono a diventare più pesanti dirottavo tutto sul fatto che probabilmente qualcosa non aveva funzionato durante l’intervento alla colonna vertebrale che avevo fatto molti anni prima. Passarono così gli anni, mi sono laureata. Lavoro ma ora è diventato davvero tutto difficile a livelli insopportabili. Ormai è difficilissimo anche stare seduta, scrivere alla tastiera del computer. Ogni anno che è passato da quel lontano giorno ha portato via un pezzo di me, dei miei sogni e della mia autonomia. In poche parole non hai più la sacrosanta libertà, libertà di scegliere, di andare, di fare, di essere. Ed ecco il motivo per cui la contatto. Dopo anni in cui ho lottato, stretto i denti e protetto chi mi stava vicino, ora voglio la libertà di scegliere! E voglio rivolgermi in Svizzera fino a quando avrò le forze nelle braccia per non dover da coinvolgere nessuno. Rivoglio la mia dignità. La ringrazio e sin dora mi scuso per il disturbo per le informazioni che vorrà darmi».

Lettere scritte da figli per i genitori malati. Come Luigi che scrive:

«Dal capezzale di mio padre, che mi ha chiesto di farlo. Da mesi tra atroci sofferenze e in uno stato di assoluta lucidità, sta combattendo la sua ultima battaglia contro un carcinoma gastro esofageo. Ha creduto di poter domare la belva, così ha chiamato il suo male. Qualche ora fa, dopo due giorni di sofferenze tremende, con un filo di voce mi ha sussurrato: “Voglio morire, così non posso vivere. Chiama Marco Cappato”. So che non puoi fare niente perché la crudele ipocrisia di chi decide che in questo Paese non si può scegliere di morire con dignità, ti impedisce di aiutare mio padre, ma l’amore che mi lega a lui mi ha spinto a scriverti e diventare la sua voce».

Libertà ed eutanasia saranno anche protagonisti del XV Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica, in programma dal 5 al 7 ottobre a Milano all’Università degli Studi di Milano, col titolo “Le libertà in persona”. Al centro della tre giorni ci saranno temi della libertà di ricerca, che coinvolgono genoma, stupefacenti, staminali, biotecnologie, aborto, disabilità, intelligenza artificiale, eutanasia, laicità.

L’articolo è tratto da La Repubblica del 13 settembre 2018