Si scrive sovranismo, si legge nazionalismo

image_pdfimage_print

«Estate sovranista» titola l’Espresso il tradizionale articolo agostano di costume politico-balneare. Quasi a conferma di quanti ritengono la qualifica di “sovranista” un tormentone, un termine alla moda, una formula da talk show. Ed effettivamente l’espressione, cui fanno ricorso dai portavoce più zelanti del liberismo al Pd fino alla sinistra internazionalista indirizzandola a un arco di forze che va da Mélenchon ai neonazisti, può destare legittimi sospetti. Sospetti di vacuità, se non altro.

Converrebbe dunque fare un po’ di chiarezza.

In effetti i fenomeni ai quali assistiamo, le politiche identitarie, le contrapposte “priorità nazionali”, le diverse formule di “protezione etnica”, i cosiddetti “populismi”, andrebbero chiamati con il nome che classicamente li designa: nazionalismo. Sebbene, almeno in Europa, dopo il 1945 il discorso nazionalista non possa indicare più nulla di rassicurante e riporti alla memoria circostanze agghiaccianti, non mancano esponenti politici e ideologici pronti comunque a rivendicarne i meriti. I più moderati si attengono invece a una retorica della Nazione, invitata a farsi prima azienda, poi partito, che dell’inclinazione nazionalista tiene accuratamente celate le implicazioni aggressive, autoritarie e gerarchiche. Tuttavia, il ricorso insistente al termine “sovranismo” non può ridursi a una semplice questione di pudore linguistico o di eufemismo politico.

Il ricorso a questa espressione sarebbe del tutto incomprensibile fuori d’Europa. Non avrebbe gran senso tacciare la Cina, l’India, il Venezuela o gli Stati Uniti di Donald Trump di “sovranismo”. Fuori dal Vecchio continente esiste il nazionalismo punto e basta. La ragione è semplice: sovranismo è una postura ritagliata a partire dall’appartenenza all’Unione europea e destinata a trasformarsi in puro e semplice nazionalismo non appena un paese dovesse averla abbandonata.

Diciamo che è una premessa o un primo passo verso l’“exit” che consiste nel contrapporre l’interesse nazionale in quanto tale (non degli esclusi, dei lavoratori, dei precari, degli sfruttati o dei ceti medi impoveriti, ma della Nazione intesa come corpo omogeneo) non solo agli attuali squilibri e rapporti di forza, ma al progetto comunitario nel suo insieme. Progetto peraltro già bloccato e distorto proprio dalle sovranità nazionali europee in competizione fra loro per garantirsi, con ogni mezzo disponibile, il favore delle multinazionali e dei mercati finanziari. Ossia dall’antieuropeismo degli “europeisti”.

Nella sostanza il “sovranismo” poggia su due pilastri principali. Il primo è la maggiore libertà di spesa che, non volendo procedere ad alcuna redistribuzione della ricchezza entro i propri confini, muovendo anzi contro ogni principio di progressività fiscale, deve essere contesa solo all’Unione e trova il suo esito più radicale nel controllo sulla moneta, ossia alla fine dei conti, nell’uscita dall’Euro. Il secondo consiste nel controllo sulla circolazione delle persone e sui diritti di cittadinanza. Compresi quelli dei cittadini dell’Unione che tornerebbero così ad essere “stranieri”, sia pure per il momento di serie A, con tutto ciò che ne consegue sul piano della libera circolazione, dell’accesso al lavoro, al welfare e allo studio. Inutile precisare che da un’evoluzione di questo tipo paesi come l’Italia avrebbero tutto da perdere. Non sarà dunque solo l’immigrazione extracomunitaria a patire la fine, per ora strisciante, degli accordi di Schengen.

Che questi controlli (della moneta e della circolazione) possano essere esercitati democraticamente è quanto di più improbabile e smentito dall’esperienza storica si possa immaginare. Il nazionalismo, nelle sue fasi embrionali o conclamate, fa appello al popolo ma agisce come stato. Stato forte incline alla repressione delle singolarità e di ogni processo di autorganizzazione. Che ha avuto, come sappiamo, versioni di destra e di sinistra. Omogeneità, stanzialità, concordia nazionale forzata sono i suoi imperativi.

Prendiamo l’esempio classico del controllo sulla moneta in uno dei suoi aspetti più semplificati. Questo permetterebbe, dicono i sostenitori della sovranità nazionale, di svalutare favorendo l’export e l’allargamento dell’occupazione. Linearità piuttosto discutibile. Ad abbattere il costo delle merci, a prescindere dalla loro qualità, concorrono infatti, tra altri fattori, automazione e salari da fame, mentre l’inflazione e i costi dei beni d’importazione (primi fra tutti i prodotti energetici) oltre a indirizzare le imprese a risparmiare sul costo del lavoro, colpirebbero i livelli di vita di tutti.

C’è inflazione e inflazione. Quella sospinta dalle rivendicazioni salariali della classe operaia negli anni Settanta, recava il segno di una conflittualità che spostava i rapporti di forze, costringendo sulla difensiva disponibile al compromesso il fronte dei profitti (e combatteva di fatto, non solo idealmente, la natura di merce della forza lavoro). Quella presumibilmente conseguente all’uscita dall’Euro graverebbe tutta sulle spalle di un lavoro precario, ricattabile e immiserito. Senza contare il fatto che chi batte moneta oggi a proprio arbitrio deve fare i conti con mercati finanziari senza freni né argini e con un potere di speculazione che non ha precedenti. Non è una strada per acquisire forza, ma un modo di usarla se già la si possiede.
La sovranità monetaria di un tempo non esiste semplicemente più e non può essere resuscitata se non nelle peggiori fantasie autarchiche. Tanto è vero che neppure il più temerario dei “populisti” ci si avventura davvero.

Queste mitologie, radicate nella indimostrabile convinzione che solo lo stato nazionale permetta l’esercizio della democrazia e il sostegno delle classi subalterne, costituiscono l’esile sostanza del sovranismo intento ad alimentare la competizione tra le nazioni europee con inevitabile vantaggio per quelle che dispongono di una forza maggiore. Distogliendo così le forze democratiche dal tentativo di agire sulle contraddizioni che le attraversano pur di evitare l’emergere conflittuale delle proprie.

“Sovranismo” non è dunque il disco per l’estate, ma neanche una forma politica dotata di autonomia e stabilità. Si tratta dell’insieme di proiezioni ideologiche, politiche protezioniste e statalismo che lavorano, dentro la crisi dell’Unione europea, per il ritorno del nazionalismo nel Vecchio continente. E cosa questo potrebbe comportare sarebbe preferibile non doverlo andare a verificare.

L’articolo è tratto da “Il manifesto” del 14 agosto 2018