Il razzismo ha radici profonde

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È evidente a chiunque non voglia mettere la testa sotto la sabbia che in Italia vi sia una escalation di violenza di stampo razzista. Chi vuole contrastarla non deve prendere scorciatoie, ma cercare di capirne le radici profonde, le condizioni di possibilità, le dinamiche che le hanno prodotte.

Attaccare semplicemente Salvini può dare l’idea di aver contributo a contrastare il razzismo, ma significa comunque fermarsi alla superficie del problema. Certo, è drammatico che di fronte ad atti palesemente violenti e xenofobi verso persone umane – siano essi migranti o cittadini italiani – il Ministro dell’interno non riesca a prendere una posizione decente. Ed è del tutto paradossale che in questo contesto – e mentre i dati del Rapporto di Antigone sulla situazione carceraria mostrano il contrario – il Ministro arrivi a citare Mussolini, promotore delle leggi razziali, e a sostenere che l’unica emergenza siano i reati commessi dagli immigrati. Reati che, da quanto ha lui stesso dichiarato, sono meno di un terzo del totale. Ma sebbene le sue dichiarazioni siano indegne di un Ministro degli interni di un Paese liberal-democratico, non è Salvini la causa di quanto accade. La propaganda xenofoba della Lega non è una novità – ricordiamoci Fontana prima delle elezioni in Lombardia (www.volerelaluna.it/politica/2018/03/08/lo-stupidario-razzista-la-costituzione-livio-pepino) – e può funzionare da miccia, da detonatore. Ma se non ci fosse una bomba pronta ad esplodere, la miccia o il detonatore non servirebbero a nulla. O magari spunterebbe un altro in grado di farla deflagrare.

Xenofobia, anti-semitismo, islamofobia, l’odio verso il diverso – si tratti dei Rom, dei sinti, della comunità LGBT, o di qualunque altro gruppo specifico e identificabile – sono fenomeni ricorrenti nella storia delle società umane, inclusa la nostra. Quando le cose vanno bene diventano marginali e latenti, coltivati da frange minoritarie e scarsamente rilevanti, incapaci di fare danni eccessivi e di dare un’impronta alla società, addirittura vittime a loro volta di stigmatizzazione e repulsa proprio a causa di tali posizioni. Quando le cose vanno male queste pulsioni alla chiusura della società favoriscono l’emergere di una politica identitaria, diventano la valvola di sfogo della pressione interna che cova nella società. Perché quando le cose vanno male abbiamo sostanzialmente due scelte: studiare e cercare di capire perché le cose vanno male; e quindi modificare di conseguenza i nostri modi di pensare, di agire, di fare le cose. Oppure cercare un capro espiatorio, che costituisce una formidabile scorciatoia cognitiva e morale: l’individuazione di un colpevole della situazione permette di andare avanti come si è sempre fatto, senza fare la fatica di capire davvero com’è cambiato e come sta cambiando il mondo, e soprattutto senza dover modificare le nostre abitudini psicologiche, cognitive e comportamentali.

Da molto tempo l’Italia ha il triste primato in Europa dell’antisemitismo sul web. E il MIUR ha dovuto creare da anni una squadra di imbianchini da inviare a coprire le scritte razziste e anti-semite sui muri delle scuole. I media – non solo i politici – cavalcano le pulsioni razziste pur di vendere (www.volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/06/17/i-media-e-la-paura-ai-confini-della-realta). Un reato commesso da uno straniero va in prima pagina e la nazionalità del criminale basta a “spiegarne” il comportamento. Un reato commesso da un italiano no, solo se particolarmente efferato. E allora diventa “dramma”, “pazzia”, o altro termine volto a rassicurarci: è un’eccezione. Come se storicamente non fossimo uno dei più grandi esportatori di criminalità organizzata nel mondo. Come se corruzione, evasione ed elusione non fossero sintomi di una cultura dell’illegalità diffusa.

Consapevoli o inconsapevoli, i media contribuiscono a diffondere una visione di un mondo diviso in italiani e stranieri. Ma il mondo andrebbe diviso in persone oneste e disoneste, indipendentemente dalla nazionalità, come mi spiegava mio padre quand’ero bambino.

Un grande sociologo ebreo tedesco fuggito in tempo dalla Germania nazista, Norbert Elias, ha posto alcune domande essenziali rispetto all’Olocausto, che in ultima analisi è stato anche il razzismo anti-semita portato alle sue estreme conseguenze: cosa ha reso possibile il rapido imbarbarimento della civile Germania? Quali sono i pilastri del processo di civilizzazione, che se vengono meno rendono possibile l’avvio di processi di de-civilizzazione? Quali sono le condizioni in cui si possono effettivamente avviare tali terribili processi? Le sue risposte sono illuminanti anche per guidarci di fronte alle sfide contemporanee e meritano una riflessione.

La Germania del XIX e della prima metà del XX secolo era all’apice della civiltà europea in tutti i campi: basti pensare a Hegel, Feuerbach, Marx, Nietzsche, Weber, Schmitt, Goethe, Wagner e moltissimi altri. Eppure in Germania si è affermato un regime totalitario che ha progettato e meticolosamente realizzato la “soluzione finale”. Elias sostiene che il processo di civilizzazione, di progressivo auto-controllo delle pulsioni violente, naturalmente implicite nell’animalità degli esseri umani, è il frutto di una progressiva interiorizzazione delle etero-costrizioni messe in opera dalle leggi e dalle autorità pubbliche. L’efficienza e la stabilità del monopolio della forza dello Stato sono quindi particolarmente importanti da questa prospettiva. Nella Repubblica di Weimar tale monopolio era inefficace e minato dall’esistenza di Gruppi paramilitari legati alle varie forze politiche. E non può stupire che il partito più incline e disponibile all’uso della violenza si sia imposto in tale contesto.

Al contempo tale affermazione è potuta avvenire solo in seguito alla crisi del 1929, all’iper-inflazione, e nel contesto di una diminuzione del ruolo geopolitico della Germania che molti tedeschi percepivano come ingiustificata. In sostanza il nazismo ha potuto affermarsi solo in una situazione in cui le persone non avevano più una prospettiva e una visione positiva per il futuro.

Una situazione simile a quella che stiamo vivendo, pur con molte differenze. Da un lato la crisi economica che per 10 anni ha imperversato e colpito l’Italia e l’Europa. Dall’altro uno scenario geopolitico mondiale radicalmente cambiato e molto più instabile e pericoloso di un tempo. L’ascesa della Cina ha portato a uno spostamento del focus strategico americano verso l’Asia. Il conseguente vuoto di potere ha alimentato le crisi geopolitiche tutto intorno all’Europa, dall’Ucraina al Medio Oriente al Nord Africa. Con Trump è divenuto chiaro che la nostra sicurezza non è più garantita dagli USA. È la mancanza di prospettive rispetto al futuro in termini di benessere e sicurezza, che ha aperto spazi alle forze nazionaliste in salsa populista in tutta Europa. Alcune di esse si limitano a cavalcare malcontento e paure; altre si spingono a seminare odio per lucrare consensi, dando voce alle pulsioni alla chiusura della società, alla ricerca di un capro espiatorio per nascondere le nostre responsabilità.

Entrambe questo tipo di forze trovano nell’Unione Europea, cha ambisce a essere unita nelle diversità, il loro nemico, essendo l’UE fondata sulla tolleranza, sul riconoscimento dell’eguaglianza e delle diversità. È lungi dall’essere perfetta l’UE, ma è un esperimento di messa in comune della sovranità, della creazione di istituzioni comuni per risolvere pacificamente le controversie e per affrontare insieme i problemi comuni: è l’opposto del nazionalismo, della chiusura, della violenza. E, dunque, è il nemico per i populismi di ogni risma, la cui propaganda sta creando un terreno fertile per la diffusione di stereotipi, pregiudizi e doppi standard che alimentano le tendenze razziste, xenofobe e antisemite.

Per queste ragioni la critica a Salvini è necessaria, ma non sufficiente. Occorre anche l’assunzione della responsabilità di offrire una visione e una prospettiva costruttiva per superare la crisi, per ridare speranza, in modo da incanalare le forze della società verso un cambiamento positivo, invece che in una spirale depressiva che si manifesta nelle tendenze alla chiusura legate alla percezione di un declino inevitabile e irreversibile. Questa prospettiva e questa visione non può che essere l’Europa: un’Europa diversa, più unita, più democratica, più solidale, più rispettosa dei diritti umani e quindi più accogliente per le sue diversità e per i suoi cittadini, vecchi e nuovi. Solo la prospettiva di un governo federale dell’UE, o almeno dell’Eurozona, in grado di mettere a frutto le enormi potenzialità dell’Europa rilanciando sviluppo e occupazione può incanalare le energie vive della società ridandole speranza.

Di fronte alle grandi sfide si vede di che pasta sono fatte le leadership politiche. Ma ognuno di noi, individualmente ha la possibilità e il dovere nella propria famiglia, sul lavoro, nella propria cerchia sociale di battersi contro ogni forma di razzismo, antisemitismo, xenofobia e discriminazione con la parola e con l’esempio, con la coerenza delle proprie azioni. E collettivamente abbiamo la possibilità e il dovere, come europei, di fare qualcosa. Le prossime elezioni europee del 2019 saranno un fondamentale banco di prova.

L’articolo è tratto da l’Espresso del 5 agosto 2018