La maggioranza ha consenso e durerà

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È cominciata una strana esercitazione: prevedere quando crollerà il governo. Già Gramsci ammoniva a non sognare ad occhi aperti. Sottovalutare l’avversario è sempre una debolezza in politica. E tale fragilità è ancora più marcata per chi ha dovuto subire l’affronto di essere sconfitto non da un grande leader, ma dal «capo politico» Di Maio.

Aspettare che il governo crolli è perciò rassicurante e illusorio. È rassicurante perché non si coglie il dato strutturale di cui l’esecutivo è espressione. Si tratta di un fenomeno assai più ampio del caso italiano e che autorizza a parlare di un «momento populista» come dimensione complessa che abbraccia culture, comportamenti di massa, linguaggi.

Non è scontato che la durata dell’esperienza populista sia effimera. Può ben capitare che si tratti di una fase durevole, perché inserita in una tendenza epocale destinata a lasciare tracce. Del resto il ciclo populista coinvolge l’Impero con il comandante in capo dai capelli arancioni, sua maestà britannica, mezza Europa un tempo oltre Cortina, l’Austria e l’Italietta. Non è una strana coppia quella che oggi è insediata al comando. La convergenza è solida, su aspetti nodali la cultura politica di Salvini e Grillo è condivisa: il sovranismo, ovvero l’Europa come nemico e la vicinanza agli ordini di Trump (il governo accetta la tap, sollecita l’incremento delle spese militari per la ridefinizione dei costi della Nato).

La pretesa che dopo la febbre populista, con il culto dell’inesperienza innalzata a valore, si torni ad assaporare il gusto della normalità dell’azione dello statista è infondata. Chi ha votato di Maio non ragiona nei termini della politica chiamata a governare con capacità, responsabilità. Il buon governo, o l’efficacia e credibilità della condotta del politico, sono sfumate come condizioni per concedere il consenso. Se ai Cinque stelle pervenisse una domanda di governo efficace e responsivo nelle sue politiche pubbliche, non si capirebbe la resistenza al potere del sindaco Raggi che non viene affondata dagli scandali, dall’incompetenza, dalle polizze intestate, dal degrado della capitale. Il fallimento dell’azione di governo, la convivenza con pratiche di gestione spartitoria, non comportano l’esaurimento elettorale del grillismo. Per chi sceglie il sostegno in nome dell’antipolitica e della punizione della casta, l’inadeguatezza del potere, anche di quello «nuovo», costituisce una paradossale conferma della bontà del voto di risentimento.

Anche lo spread, evocato come sacro giustiziere dopo la vacanza della speculazione, potrebbe in realtà rafforzare il corto circuito del sovranismo che si nutre di un complesso del complotto. È già cominciata una denuncia continua delle manovre ardite dalle potenze arcane che ostacolano il governo del cambiamento. Del resto, il cavaliere a suo tempo non abbandonò palazzo Chigi per lo spread impazzito, ma si decise a passare la mano al tecnico per le minacce incombenti sulle sue aziende.

Bisogna per questo ribaltare le letture che aspettano l’esplosione automatica del governo per il venire a galla della bella contraddizione. Sul piano degli interessi e dei valori la convergenza al potere è solida. Quando Di Maio esige la flat tax per aggredire un’«emergenza sociale», rivela che nel culto degli interessi micropadronali non esistono contraddizioni reali all’interno dell’esecutivo. Anche se il sindacato tace e non intende ancora fare i conti con il principio di realtà, la coalizione sociale al potere è organicamente ostile al lavoro. Il voto del M5S contro la reintroduzione dell’articolo 18 lo conferma. Sul piano dei valori la convergenza gialloverde è senza traumi. La stessa convivenza con la banalità del male del razzismo e con le parole violente del Viminale, dimostra che il contratto non è un incontro occasionale. Le parole pronunciate da Grillo contro «l’indignazione di un uovo in faccia», il blog del comico le ha sempre sostenute. Contro lo jus soli, le invasioni dei neri, la bomba sociale dei rom, l’oracolo si è sempre spinto senza esitazioni.

Al potere si trovano due sovversivismi, il cui unico interesse è durare. Il lepenista spinge per una soluzione carismatica e plebiscitaria alla crisi della repubblica che può trovare appagamento affidandosi all’uomo forte che «se ne frega». Il grillino sogna la fine della repubblica parlamentare (sostituita con la piattaforma), la chiusura delle libere elezioni (soppiantate dal sorteggio), la cancellazione dei partiti del conflitto ideale e di classe (in nome della unità organica della «gente»).

La coalizione di destra, nella sua capacità di catturare con i simboli dell’antipolitica e l’etica triste del rancore, è l’espressione vincente e tragica di una caduta drastica della cultura politica di massa. La consapevolezza di essere una minoranza sconfitta ma non vinta deve essere il punto di partenza per riprendere il cammino.

Non bisogna coltivare l’illusione di recuperare il popolo scappato, quelli che hanno votato gialloverde in gran parte hanno maturato una scelta irreversibile. Non torneranno indietro, disprezzano ogni residuo di sinistra esistente. La lotta, il conflitto duro, con una forte carica etico-politica, per ricostruire un nuovo progetto deve essere l’assillo. Soprattutto la sottrazione del mondo giovanile dal contagio gialloverde è il tema cruciale della battaglia delle idee.

Se le donne di Garbatella, che affrontano i fascisti del terzo millennio cantando «bella ciao», si meritano il richiamo orale del questore, che le classifica «socialmente pericolose», vuol dire che sono tornati anni difficili. Quelli che una volta avrebbero richiesto esercizi democratici di resistenza, nella teoria e nella prassi.

L’articolo è tratto da Il Manifesto del 3 agosto 2018

La fotografia della homepage è di Vincenzo Cottinelli