Ragazzi a New York

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Scendo giù per la Quinta Strada in cerca di un posto dove mangiare, e da lontano vedo avvicinarsi un gruppo di ragazzi con le magliette arancione che scandiscono uno slogan che mi pare familiare – «how many kids did you kill today?» quanti ragazzini hai ammazzato oggi? Lo gridavano ai tempi della Guerra del Vietnam al presidente Johnson – «hey hey, LBJ, how many kids did you kill today». Lo gridano adesso, mentre infuria un’altra guerra, solo che invece di LBJ dicono NRA: ehi, National Rifle Association, quanti ragazzini hai ammazzato oggi?
Poi dicono che i ragazzi non hanno memoria storica. Mi fermo a salutarli, faccio un paio di foto, proseguo – e due isolati più giù Washington Square è gremita di ragazzini – mi viene in mente il nostro Alfredo Bandelli: «Oggi ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti, le compagne, quindici anni…». Non so quanti siano, la piazza è grande, ma nello spazio fra la storica fontana dove un tempo si sedevano a suonare Woody Guthrie e Cisco Houston e l’arco che apre la piazza stanno fitti che non ci passa un ago.
La sera prima, a Broadway, Bruce Springsteen raccontava la sua vita, intrecciata con le canzoni, in jeans e maglietta, sul palco con pianoforte e chitarra, come uno zio nel salotto di casa che racconta storia agli amici. Una delle ragioni per cui ho sempre rispettato Bruce Springsteen è che non ha mai fatto finta di avere un’età diversa da quella che ha; e adesso, che è più vicino ai settanta che ai sessanta, fa i conti con la propria storia, coi rapporti col padre (mi si inumidiscono inevitabilmente gli occhi quando canta My Father’s House), la traumatica scoperta del rock and roll (Growing Up), poi sul palco sale Patti Scialfa e cantano insieme una delle mie passioni segrete, Tougher than the Rest, e per la prima volta sentendola da vicino mi accorgo che anche lei ha una gran voce.
Nel fare i conti con la propria storia, Bruce ci fa capire che è anche la nostra; sarà per il prezzo dei biglietti, sarà per Broadway, ma il pubblico è quasi tutto di mezza età, gente che con lui è cresciuta e – ammettiamolo – invecchiata (a un certo punto dice, queste cose ditele ai vostri figli – se gli interessano). Quando accenna ai tempi neri che attraversa l’America, e non solo, è tutta una generazione che deve fare i conti con la propria storia e i propri fallimenti. Non è una cosa triste; prima di finire con Born to Run, chiude , a sorpresa, con una preghiera, poi Long Walk Home (che ne è, che significano oggi, i simboli della nostra democrazia?) e Land of Hopes and Dreams – la sua forza è che continua a dirci, nonostante tutto non smettete mai di sperare e di immaginare. E quindi di lottare. Aggiunge: ho visto la marcia per la vita dei ragazzi, contro la armi e la violenza, dopo la strage di Parkland, l’ennesimo massacro di ragazzi, 17 ammazzati in una scuola in Florida il febbraio scorso. «Per un vecchio come me» (dice proprio così, an old man) «questa è un’ispirazione». Come sempre parla anche per me.
A Washington Square, «the kids are all right», come cantavano gli Who di My Generation. Springsteen ha invitato la mia generazione a guardarsi addosso, e a passare il testimone a questi ragazzini di scuola media, e neanche dell’ultimo anno che gridano basta, «enough is enough». I cartelli sono fatti a mano ognuno diverso, da quello che dice. «Quando dicevo che preferivo morire che fare il compito in classe era un’iperbole, non l’avete capito?», alla ragazzina che ha scritto: «Di che si deve preoccupare una ragazza? Primo, i ragazzi carini. Secondo, se ho i capelli in ordine e il trucco a posto. Terzo, se entra in classe un pazzo con una mitragliatrice e ci ammazza tutti. Quarto, il compito in classe di domani».
Si alternano sul palco, bianchi e neri, ragazze (più numerose) e ragazzi, gay e straight (Bandelli cantava «gli operai con gli studenti», qui l’unità è di colore, di genere, di identità sessuale, e anche di classe, vengono dalle scuole del centro come da Harlem e dal Bronx).
Mi si inumidivano gli occhi ascoltando My Father’s House, mi succede lo stesso adesso, circondato da questi figli e nipoti. Nessuno parla più di un minuto, tutti dicono qualcosa. Sono arrabbiati, decisi, informati, niente ideologia ma moltissima coscienza. Sanno fin dove possono arrivare, spiegano che non chiedono l’abolizione ma il controllo delle armi. Evocano la violenza contro le donne (centinaia di femminicidi), la violenza poliziesca contro i neri (Black Lives Matter), contro i gay (la strage di Orlando un anno fa). Una ragazza: «Io vengo da una famiglia conservatrice, ma qui non è questione di schieramenti, è questione di vita e di morte». Un ragazzo nero con un nome portoricano: «Io non ci pensavo proprio finché cinque rapinatori con due pistole a testa hanno fatto irruzione nella stanza della mia ragazza e l’hanno rapinata. Non aspettate che succeda a qualcuno che amate prima di impegnarvi».
Sono maestri della comunicazione hanno ritmo e sfiorano la rima, gestiscono magistralmente l’antifona, il call and response dell’oralità tradizionale, con la folla assiepata strettissima intorno a loro. Qualcuno ha un foglio scritto, molti leggono dal telefonino. «I social sono pieni di veleno e di menzogne, ma sono anche il posto dove ci possiamo informare e comunicare fra noi. Usate Instagram, usate Facebook. Leggete anche il New York Times. Soprattutto, parlate fra voi». «Siamo in tanti, siamo noi la democrazia, e stiamo arrivando». Sale un gruppo con le magliette arancione e una chitarra: per fare un movimento, dicono, ci vuole una canzone. Hanno belle voci, armonizzano sapientemente, soprattutto sanno quello che vogliono: «Siamo qui per cambiare il mondo e non vi lasceremo entrare nelle nostre vite».
Nel pomeriggio, ne parlo in una lezione alla New York University. Una signora mi dice, riusciranno a cooptare anche loro, o a spedirli su un binario morto. I media e le destre sono già al lavoro per isolarli e deriderli. Ma mi sembrano diversi, troppo vivi, per lasciarsi ingabbiare.
Chissà, forse ancora una volta ha ragione l’antico Bob Dylan che, a pochi metri da qui, annunciava: «I figli e le figlie sono fuori dal vostro controllo – levatevi di mezzo se non potete dare una mano». E se invece di controllarli, o di metterci da parte a fare il tifo, seguissimo l’ispirazione e provassimo a dare una mano? Sarà un long walk, ma forse anche loro ci aiuteranno ad arrivare a casa. Il futuro esiste ancora.
da Il Manifesto, 22 aprile 2018 («Basta pistole», i ragazzi sono all right)

Alessandro Portelli

Alessandro Portelli, storico, critico musicale e anglista, è stato professore di letteratura angloamericana all'Università di Roma La Sapienza. Tra i principali teorici della storia orale ha, tra l’altro, raccolto poesie e canzoni popolari statunitensi e scritto diversi saggi sulla letteratura afroamericana.

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