Niger 1: Aerei, bambini e trafficanti

image_pdfimage_print

Primo giorno

Edoardo: Sì, confesso di essere uno di quelli che fino a due mesi fa non distingueva il Niger dalla Nigeria. Mentre a Rebibbia i miei studenti erano chini sul foglio col compito in classe di analisi logica, mi sono studiato bene la cartina dell’Africa appesa al muro. Ed eccola qui, lampante, a colori, la ragione per cui oggi il Niger è il crocevia a cui tutti guardano con allarme: questo vasto Paese senza sbocco sul mare è incastrato in mezzo agli stati più caldi dell’Africa occidentale e del cosiddetto Sahel, la lunga fascia orizzontale subsahariana che va dall’Atlantico al mar Rosso, cento milioni di abitanti, e sempre meno acqua. A ovest il Mali, la cui disintegrazione l’esercito francese si affanna invano a tamponare dal 2013, e il Burkina Faso, attraverso cui passano le rotte di migranti dai paesi del Golfo di Guinea; a sud Benin e Nigeria (il che vuol dire Boko Haram e il fuggifuggi dalle incredibili violenze perpetrate dalle sue milizie), a oriente il Ciad e a nord la frontiera (si fa per dire, una linea tracciata nel deserto) con l’Algeria e con la Libia. Niger, il punto di passaggio formicolante di tutto quanto si muove oggi nell’area: rifugiati, migranti, armi, capitali occidentali e cinesi, funzionari e militari di mezzo mondo. E le miniere di uranio che riforniscono le centrali atomiche francesi, garantendo acqua calda nei termosifoni e nei bidet che pure a Parigi non hanno. Niamey è perennemente avvolta da un pulviscolo sabbioso. Alberi, persone, automobili e motociclette, frutta e merci esposte sui banchetti per strada sono coperte da uno strato sottile, come dopo l’eruzione di un vulcano. L’albergo è in cima a un’altura che dà sul fiume Niger, e da qui si può vedere il lungo ponte che lo attraversa gremito di gente: è una manifestazione studentesca, imponente, ma all’apparenza molto pacifica. Sfilano lenti, innumerevoli e stranamente silenziosi. «Protestano, protestano sempre, dagli universitari ai bimbi delle elementari», dice un Nigerino con un filo di sarcasmo: «… e se non rompono le vetrine a sassate, come in Europa, è perché ci sono poche vetrine». L’impressione immediata è infatti quella di un paese molto povero abitato da gente insolitamente mite. Che si accontenta di poco, di pochissimo e anche per questo non parte in massa per l’Europa, piuttosto migra a cercar lavoro verso i paesi del Centrafrica. Invece di andare a Nord, il nigerino indigente va verso sud. Gli studenti scendono in piazza perché il governo spende nella sicurezza (leggi: repressione) invece che nell’educazione e nella sanità. E’ un circolo vizioso e paradossale questo della sicurezza: ossessionati dal terrorismo e dai migranti, Stati Uniti ed Ue versano in Africa un fiume di denaro per misure di sicurezza, solo un esiguo rivolo finisce a beneficio delle popolazioni locali poverissime, sicché alla fine i disperati e gli esasperati che non hanno più nulla da perdere si arruolano nelle formazioni jihadiste. Ergo, le spese massicce per la sicurezza fomentano l’insicurezza. Adesso, per esempio, che il traffico di migranti verso il confine con la Libia e oltre è stato vietato, non è che i convogli siano scomparsi, solo battono sentieri diversi e più pericolosi nel Sahara, per sfuggire i controlli. La scoperta degli ultimi quindici anni di storia è che il problema non è tanto combattere e alla fine rovesciare i jihadisti, bensì creare, in seguito, un briciolo di stabilità e di benessere per la popolazione: se non si raggiungono questi ultimi obiettivi, le iniziative poliziesche e militari servono a poco. Attualmente in Niger ci sono circa 55.000 rifugiati dal Mali (nella zona di Tillabery, a ovest), 110.000 dalla Nigeria (a est, zona di Diffa) e più di centomila nigerini sfollati internamente. Un numero enorme…

Niger, i rifugiati in attesa a Niamey
Il presidente dei rifugiati
 
Secondo giorno

Francesca: Il Niger è il uno dei Paesi più poveri del mondo (alcuni dicono il quarto, altri il quinto), basta guardarsi intorno per crederci, ma c’è un altro elemento evidente e non segnalato dalle classifiche mondiali: i nigerini sono forse uno dei popoli più belli sul pianeta. Uomini e donne, sono quasi tutti belli. Aggraziati, eleganti. Come i musicisti che incontriamo stamattina, riuniti sotto un capanno all’aperto in un giardino senza fiori né erba. Ci accovacciamo sulle stuoie all’ombra di un baobab e li ascoltiamo suonare i loro strumenti fatti di pelle di capra. L’unica donna, Laetitia, originaria delle Isole de La Réunion, canta e suona una tastiera dai tasti intermittenti, alcuni funzionanti, altri no, accanto a lei il più anziano del gruppo intona una sorta di blues parlato, agitando le braccia e poi ballando, e non posso fare a meno di notare una somiglianza che fa sorridere per la sua assurdità: è davvero uguale a Capannelle, il famoso caratterista del cinema italiano, il vecchietto de «I soliti ignoti». Però nero. Si chiamano Studio Shap Shap e sono bravissimi. E’ un benvenuto gentile di breve durata, non siamo venuti fin qui per ascoltare musica, la vera missione deve ancora cominciare. Andiamo a visitare il Guichet Unique, il centro di servizi per i rifugiati. Ci accoglie una fulva ragazza inglese dalla pelle diafana, sembra fragilissima ma non lo è affatto come del resto non lo sono le altre ragazze (quante donne!) dell’Unhcr che impareremo a conoscere. Parla cinque lingue e comunica con tutti. Ci spiega che qui i rifugiati ricevono assistenza sanitaria, legale, educativa, in questo ufficio hanno la possibilità di denunciare soprusi e sfruttamenti potendo contare su riservatezza e protezione. Arrivano in molti, una media di cinque famiglie al giorno.

Edoardo: Vengono dal Mali, dal Togo, dal Camerun, dalla Costa d’Avorio. Alcuni di loro si sono spinti fino nel cuore del Niger, ad Agadez, ai confini col deserto, con l’idea di proseguire verso la Libia e oltre, ma hanno capito che non ce l’avrebbero fatta mai e allora hanno ripiegato verso la capitale per chiedere asilo. I loro guai sanitari sono sempre quelli: malattie respiratorie nella stagione secca, le febbri malariche nella stagione delle piogge, severe infezioni urinarie. Certe volte sarebbe sufficiente avere in dotazione una zanzariera e imparare a installarla come si deve. Fuggono da ogni genere di catastrofe, calamità naturali, saccheggi, incendi, e proprio grazie ai loro racconti si comprende quanto sia labile la distinzione tra i cosidetti migranti economici e chi fugge da una guerra o da una campagna di pulizia etnica o religiosa. Se il tuo bestiame muore di sete, o se ti viene requisito dai jihadisti (bene che va), il risultato alla fine è il medesimo: devi andartene. Partire prima di morire. «Il luogo dove rischi di perdere la vita, purtroppo devi lasciarlo» è la mesta considerazione di uno di loro. Incontriamo alcune donne del Mali che son venute a prendere delle medicine, una allatta seduta tranquillamente su pavimento, i loro bambini sono bellissimi, anche se uno è strano, i suoi occhi roteano e la testa si piega verso l’alto e verso il basso senza fermarsi mai. Ha un disturbo mentale. Anche di quello si occupa il dottore del centro, un giovane piccolo, scrupoloso e paziente. Ma le bambine guardandoci non possono fare a meno di ridere scuotendo il groviglio di treccine che hanno in testa. Ci sono poi rifugiati residenti in Niger ormai da tempo, per esempio, un congolese affabile che sussurra: «Sì, anche qui la situazione è instabile… è una polveriera… e può scoppiare da un momento all’altro».E allora, gli chiedo, prevedete di spostarvi ancora? «E dove? Dove andiamo? Oh, no, io non voglio muovermi più neanche di cento chilometri… almeno fin quando la situazione non precipiterà anche qui!», ma con un gesto della mano e un sorriso sembra voler scacciare questa eventualità. Ho letto una statistica che sfata il mito dell’invasione usato in Europa per fomentare gli elettori: in realtà, solo il 6% dei migranti lascia il continente, la stragrande maggioranza si muove tra gli stati africani.

Francesca: Nel cortile interno del centro mi siedo accanto a una donna ivoriana, parliamo in francese. E’ in attesa del visto per l’Europa. «Attesa» è la parola cardine dell’esistenza di ciascun rifugiato, costretto a vivere in un non-luogo, sospeso, la sua identità piano piano si annulla, si cristallizza in attesa di tornare e essere qualcosa, qualcuno. Vive i suoi giorni senza alcuna possibilità di decisione ma dipendente da decisioni altrui. «Penso solo all’avvenire dei miei figli», mi dice la donna, «che possano continuare a studiare in Europa. Il resto non ha importanza». La sua valigia è pronta da giorni.

Edoardo: Un gruppo di eritrei, evacuati dalla Libia, viene ospitato in una «Case de passage», in attesa di essere trasferito in Francia. Sappiamo che voleranno con nostro stesso aereo per Parigi, tra poco meno di una settimana, anche se non possiamo annunciarlo. La discrezione, in questi casi, è d’obbligo, per non rendere ancora più spasmodica l’attesa e più cocente la delusione per un eventuale rinvio.

Francesca: Il centro d’accoglienza è un fabbricato a due piani, con varie camerate che ospitano una cinquantina di persone. Chiediamo se qualcuna di loro sia disponibile a un incontro, non hanno molta voglia di parlare, ma un paio di loro acconsentono. Due ragazze in particolare hanno storie molto simili e terribilmente «classiche», che un altro ospite della casa, Amman, si offre di tradurre per noi in un inglese smozzicato. Oromia è partita che aveva tredici anni, ora ne ha venti. Ha girato l’Etiopia, il Sudan, il Libano (faceva la babysitter, in Medio-Oriente è tipico lo sfruttamento domestico delle ragazze eritree), poi daccapo in Etiopia, quindi Sudan, da lì in Egitto e infine in Libia, dove l’hanno incarcerata.

Edoardo: Thenat invece ha ventidue anni, viene da Asmara, è stata sbattuta su e giù attraverso gli stessi paesi africani per un anno e mezzo e poi è finita dentro in Libia per tre mesi, in cinque diverse prigioni, e lì è stata dura, molto dura: da trenta a cinquanta persone per cella. Finché quelli dell’Alto Commissariato sono riusciti a evacuarla, l’11 novembre scorso, qui in Niger. «Ah! Tutti i giovani in Eritrea sognano di passare il mare e andare in Europa…». Ha lo sguardo perso, triste, severo, gli angoli della bocca piegati all’in giù, i capelli schiariti, anzi quasi bruciati, dal sole e dall’henné, e manifesta un solo desiderio, adesso, che la fa smaniare: «Voglio telefonare a casa! Sono sette mesi che non sento nessuno».Ma sarebbe molto pericoloso sia per lei sia per la sua famiglia laggiù. Tutta la nostra frammentata conversazione si svolge sul filo del non-detto, di ciò che le ragazze tacciono, e comunque drammaticamente esprimono, tacendolo. Ce n’è un’altra che invece è molto più spigliata, ironica, ci tiene a dire la sua, e parla un inglese disinvolto. «Come ti trovi qui in Niger?» «Io? E’ come se fossi nata oggi…!» «E qual è il tuo sogno?»«Mi accontento di poco», e ride. «Vorrei sterminare tutte queste zanzare!». I paesi che dovrebbero prestarsi più volentieri ad accogliere questi rifugiati, oltre la Francia, sono la Svizzera, la Svezia e il Canada.

Niger, migranti e passeur ad Agadez
Dall’aereo
Terzo giorno

Edoardo: Veniamo guidati attraverso corridoi dipinti di verde brillante e illuminati al neon degli Uffici dove si esaminano le domande di asilo e si rilascia lo status ufficiale di rifugiato in Niger. Il responsabile ha un nome quasi brianzolo, da vecchio film di Dino Risi tipo «Il vedovo», si chiama Malangoni: è un uomo bello, elegante, e parla un francese ricercato, strutturatissimo, cosa che riscontreremo spesso nelle nostre conversazioni nigerine a ogni livello. Ma come fa il Niger a essere così ricettivo, coi migranti e i rifugiati, mentre ci sono paesi europei che erigono muri per tener fuori poche centinaia di persone? Monsieur Malangoni pazientemente ci spiega che «non si ha un particolare merito nell’accogliere uno straniero che fugge dal suo paese, qui in questa parte dell’Africa… perché costui, a ben pensarci, non è affatto uno straniero» o non viene percepito come tale. Le nazioni che circondano il Niger sono abitate dagli stessi popoli, vi si parla un po’ dappertutto una lingua comune, il kanuri, e non è infrequente che di due fratelli, uno stia in Niger e l’altro in Nigeria, oppure, vista la poligamia, che uno abbia una moglie di qua e un’altra di là (Malangoni ride sotto i baffi). Insomma la frontiera è un fatto amministrativo e poco più. La solidarietà qui non è un valore astratto ma un dato naturale, fisico, così come sono beni comuni l’aria e l’acqua. La solita frase «siamo tutti fratelli», detta con estrema leggerezza da Malangoni, non suona affatto retorica, ma concreta. Quest’uomo fascinoso, in chiusura della nostra seria conversazione politica, butta là con nonchalance di aver recitato, quand’era ragazzo, nientemeno che al Teatro di Parma…! Dunque, la vocazione dell’attore…

Francesca: Di questa penosa condizione dello spirito, l’attesa, oggi siamo prigionieri anche noi: è previsto per la giornata infatti l’arrivo dell’aereo che porta in salvo le persone evacuate dalle prigioni libiche, ma non sappiamo se e quando atterrerà. Facciamo un giro per la città non-città e scattiamo fotografie, raccogliamo immagini. A 360° l’obiettivo restituisce lo stesso scenario. Strade perlopiù sterrate, baracche, edifici sgangherati, assenza di segnaletica stradale. Non esiste un monumento oltre l’imponente moschea finanziata da Gheddafi, non esiste un centro. E ogni cosa è avvolta dalla polvere. (che si infiltra inesorabile sotto i vestiti, nelle narici). Banchetti di mercanzie, tranci di carne e canne da zucchero, frutta, tuberi e pezzi di ricambio, stoffe colorate, e poi plastica, plastica, plastica. Le insegne delle bottegucce dipinte a mano, con un commovente e accurato stile naif, Coiffeur, Atelier de Couture, Bijouterie Touareg, i muri rosso mattone con su scritto «Défense d’uriner», le motociclette coreane scassatissime e le biciclette, e soprattutto i bambini. Numerosissimi. E’ la cosa che più mi salta agli occhi tutte le volte che mi trovo in un paese povero. La loro chiassosa presenza, sempre più rara da noi, qui è predominante. Nessuna notizia dalla Libia. Ci propongono una gita sul fiume, a poco più di mezz’ora da Niamey. Il grandioso Niger, il cui corso misterioso (forma una mezzaluna) ha fatto impazzire i geografi di mezzo mondo. Con le jeep attraversiamo una zona desertica costellata da arbusti rinsecchiti. Mi pare di vedere degli uccelli appollaiati sui rami, sembrano corvi, cornacchie, ma è un’illusione ottica: sono brandelli di plastica nera (chissà perché, sempre di quel colore) trasportati dal vento e afferrati dai rami secchi. Due piroghe ci aspettano sulla riva del fiume e confesso non vedo l’ora di montare sulla mia, forse per un ricordo d’infanzia che mi prende alla gola. E infatti, appena il barcaiolo si allontana da terra e sento il rumore dell’acqua sotto i colpi della pagaia, mi sento bene. E’ una sosta rilassante, quasi ipnotica. Necessaria. Attracchiamo al villaggio del barcaiolo accolti da uno stuolo di ragazzini urlanti, ci scortano verso quella che per noi è un’attrazione e per loro abitudine: un enorme albero grondante grappoli di pipistrelli giganti. Di nuovo in barca avvistiamo un gruppo di ippopotami che galleggiano uno dietro l’altro sul filo della corrente. Siamo in Africa.

Edoardo: (Dalla traversata in piroga del placido Niger, invece io ho tratto un’impressione grigia, velata. Vorrei descriverla comunque, in poche parole. Frotte di bambini, pipistrelli e ippopotami, dalle cui massicce sagome i nostri barcaioli, manovrando lunghe pertiche sul fondale, si tengono saggiamente alla larga. I bambini del villaggio strillano di entusiasmo, i pipistrelli pure, facendo tremare nervosamente gli alberi a cui sono appesi, i cinque ippopotami sbuffano o dormono a pelo d’acqua, suppongo. Immagini convenzionali. Isteria e calma sono come sempre intrecciate. Mi torna in mente una poesia di Claudio Damiani su un ippopotamo dello zoo di Roma «E fece uno sbadiglio spalancando/ tutta quanta la bocca…”». Ispirato dalla metrica, insieme Louise Donovan, Relation Officer Unhcr, irlandese, che è a bordo delle mia stessa piroga, canticchio sottovoce una ballata delle sue parti «Some says the devil is dead/ and buried in Killarney». La canzoncina prosegue dicendo che il diavolo è risorto… e si è arruolato nell’esercito inglese. Be’, quasi ogni epoca e ogni luogo hanno avuto la loro guerra più o meno santa, non dimentichiamocelo.) Mentre stiamo tornando a Niamey, riceviamo la notizia che l’aereo previsto dalla Libia stasera non arriverà. Doveva avere a bordo 74 persone evacuate d’emergenza dalle prigioni di Tripoli: cinquantuno bambini quasi tutti «unaccompained», cioè senza famiglia, ventidue donne e un uomo. Pare che alcune milizie abbiano mitragliato un aereo sulla pista di atterraggio.

Francesca: L’aereo arriverà forse domani. Di conseguenza, il nostro programma si adegua agli eventi: partenza all’alba per Agadez dove rimarremo soltanto qualche ora invece dei quattro giorni previsti in modo da essere di ritorno in tempo per accogliere i rifugiati.

Niger, l’arrivo dalla Libia
In salvo
Quarto giorno

Edoardo: (Come sono tipici questi non-luoghi, questi non-spazi dell’attesa: stazioni, porti, aeroporti, luoghi di transito…)

Francesca: Ci alziamo che è ancora buio per partire alla volta di Agadez, con un volo del World Food Program. Appena saliti a bordo, dalla cabina di pilotaggio proviene il seguente messaggio: «Benvenuti a bordo del volo diretto ad Agadez. Vi invito a continuare il vostro impegno umanitario per questo paese». Non mi era mai capitato di ascoltare un invito di questo genere rivolto ai passeggeri. Insieme a noi c’è Alessandra Morelli, rappresentante dell’Unhcr in Niger, ed è ovvio che l’invito, per quanto pleonastico, sia rivolto soprattutto a lei. Dietro tutte questo delicatissime operazioni c’è il suo instancabile operato e la sua totale abnegazione. Agadez, a nord, ai confini col deserto, è una tappa fondamentale per i flussi migratori, un corridoio strategico per l’agognato passaggio in Libia, ed è qui che si è sviluppato un fiorente commercio amministrato dai passeurs, i trafficanti di migranti, che dal 2015 è stato messo fuorilegge. Più tardi ne incontreremo alcuni che hanno cessato la loro attività. Prima ci attendono dei brevi ma essenziali briefing istituzionali. Il Governatore di Agadez, elegantissimo nel suo caft0ano bianco, si dice contento di averci qui «J’aime que les gens voient de près ce qui se passe ici» (mi piace che la gente veda da vicino ciò che accade qui) e nel congedarci ci regala una sorta di benedizione «Le désert va vous porter beaucoup de sérénité» (il deserto vi offrirà serenità). Proseguiamo con la visita al Consiglio Regionale, fondamentale sotto il profilo politico e strategico. Il Consigliere è assente, ci riceve il suo braccio destro che accoglie Alessandra Morelli dicendole: «Unhcr è arrivato in un momento di estremo bisogno» e lei risponde che il suo ufficio, oltre a occuparsi dei rifugiati, si propone di creare un polo di assistenza e collaborazione con la popolazione locale. «Noi non erigeremo muri». Il commento del nigerino al discorso di Alessandra è stato sorprendente: «Poétique et pathétique» (quest’ultimo aggettivo in francese è privo di accezioni negative, vuol dire commovente). Andiamo di corsa, visto il poco tempo a disposizione, all’incontro con il Sultano dell’Aïr, nel suo palazzo a due passi dalla famosa Moschea, col minareto di fango filmato da Bernardo Bertolucci ne «Il tè nel deserto». Palazzo è un parolone, non c’è nulla di imperiale qui, tranne il deserto che circonda la città. Ci accoglie seduto su un trono che sembra provenire dalla scenografia di un set televisivo. Ha il volto coperto ed è abbigliato con uno sgargiante costume tuareg. Non si lascia andare a grandi discorsi, forse perché affetto da un leggero difetto di pronuncia, una s blesa, ma si presta a farsi fotografare per la tradizionale stretta di mano. Abbiamo davvero poco tempo e dobbiamo incontrare ipasseurs (o meglio, gli ex passeurs). Ci attendono nella sede Unhcr già seduti al tavolo, schierati uno accanto all’altro. Sono accigliati, per non dire peggio. Dopo aver firmato un impegno scritto a cessare il loro traffico, hanno fondato un comitato per rivendicare i loro diritti finora, a loro dire, inascoltati. Pretendono che il governo, che nel 2015 ha messo fuorilegge la loro rete di trasporto, assicuri loro un’alternativa di lavoro: hanno quantificato il risarcimento in quattro milioni di franchi locali (circa seimila euro), che gli occorre per far ripartire un’altra attività. Il governo gliene ha promessi poco più di mille, che però nessuno ha ancora visto. «La migrazione, insieme al turismo, era il pilastro dell’economia di Agadez. Di qui un tempo passava la Parigi-Dakar! Guadagnavamo molti soldi, adesso siamo disoccupati». Chiedo al più agguerrito quale fosse l’ordine di guadagno. Prezzo fisso di 120.000 franchi a migrante, dice lui (circa 180 euro). I bambini non pagavano. La media era di 25 persone per carico. La verità è che da quando è passata la nuova legge, il traffico non solo non si è interrotto ma è diventato se possibile ancora più pericoloso perché ha costretto i trafficanti, e dunque i migranti, a intraprendere percorsi alternativi nel deserto, meno controllati ma molto più rischiosi. Per raggiungere la Libia sono necessari quattro giorni, se il mezzo dovesse avere un guasto, la fine è certa, ma pur conoscendo i rischi di una traversata incontrollata nel deserto, uomini, donne e bambini continuano a fuggire incuranti del pericolo. Ora qui ad Agadez sono nascosti nel cosidetto «ghetto». Qualcuno alla fine rinuncerà al viaggio, qualcuno lo intraprenderà lo stesso…

Edoardo: Il sindacalista più sveglio, aggressivo e nervoso ci spiega tutto quanto dall’inizio. «Guardate, quella dei migranti è una catena bene organizzata. Ha inizio, poniamo, ad Abidjan, in Costa d’Avorio, oppure in una qualsiasi città del Senegal. Lì i migranti pagano, e il passeur li porta a Bamako, in Mali, poi li affida al suo compare, che cura il trasporto fino a Gao, quindi un altro qui ad Agadez, e così di mano in mano arrivano a Sebha o in un altro posto nel deserto della Libia… e quindi al mare. E’ una rete di trasportatori tutti della stessa nazionalità, facciamo conto, tanto per dire, del Gambia. Ma noi nigerini ci siamo mossi sempre dentro il paese, non fuori. Era legale. Prima io potevo portare la gente a nord, diciamo a Madama, è ancora Niger no? potevo farlo. Quello che combinavano i miei passeggeri, una volta scesi dal mio bus, non erano fatti miei. Volevano attraversare la frontiera con la Libia? Affari loro. Ora è proibito trasportare gente in Niger, è diventato un crimine. Ti arrestano. Hanno sequestrato già 150 automezzi. E poi va ricordata un un po’ di storia: noi (NB intende dire: i Touareg), in questa zona, ci siamo ribellati contro lo stato nigerino, negli anni novanta (NB con l’appoggio di Gheddafi), e poi di nuovo dieci anni fa, ma alla fine abbiamo firmato la pace e accordi per avere gli stessi diritti degli altri. E adesso? Mettetevi nei nostri panni. Abbiamo grandi famiglie, figli, nipoti. Chi li mantiene?» A chiudere il dibattito è un vecchio tuareg ispirato: «Noi abbiamo parlato. Noi abbiamo pregato. Noi abbiamo pianto. Noi abbiamo cantato. Ma finora non abbiamo ottenuto nulla».

Francesca: A bordo dell’aeroplano WFP, torniamo a Niamey con le scarpe e anche il resto coperto di sabbia. La giornata, cominciata prestissimo, sembra non avere mai fine. Siamo in attesa febbrile dell’arrivo dei rifugiati da Tripoli, nervi tesi e lotta contro la stanchezza. Ci riuniamo nella casa della rappresentante per mangiare qualcosa e aspettare notizie. Le ore passano, siamo in piedi da venti ore. Alcuni di noi vanno a riposare in attesa della chiamata che arriverà solo a tarda notte. Ci trasferiamo all’aeroporto (di nuovo lì!). Seduti nella sala d’aspetto, col sottofondo costante dei notiziari francesi che qui ascoltano incessantemente, contiamo i minuti che mancano allo sbarco dei rifugiati.

Edoardo: Alle sette di sera abbiamo saputo che l’aereo preso a nolo dal Moas è partito da Tunisi alla volta di Tripoli. Le notizie arrivano in diretta via WhatsApp. Ora l’aereo è a Tripoli e sta facendo carburante prima di partire per Niamey. La liberazione dalle prigioni libiche sta per aver luogo. Detto per inciso, sono quei luoghi di detenzione, spesso infernali, in cui gli accordi italo-libici costringono i migranti in modo che non sbarchino più sulle nostre coste. Così il problema sembra risolto. Sul telefono arriva da Tripoli una foto dell’imbarco: e finalmente, la notizia che, per certo, quell’aereo partirà, sta partendo, è partito. Va be’, suonerà patetico, e senz’altro lo è, chiamarlo l’«aereo della speranza». Non molto tempo fa veniva chiamato «treno della speranza» quello che portava gli italiani poveri a lavorare in Germania o in Belgio. Qui l’esultanza è grande anche se dovranno lavorare fino all’alba, il personale tutto dell’Unhcr e delle altre agenzie — senza scordarsi i fedelissimi di ogni ufficio sparso per il mondo, cioè gli autisti, gli indispensabili. E alla fine nel cuore della notte sono arrivati. Atterraggio alle 2.47. Scendono dalla scaletta assonnati. Non c’è nulla da fare, è commovente, questa scena. Timidi, lo sguardo ora sorridente ora preoccupato, per non dire di più. Le ragazze della protezione si danno da fare, abbracciando i ragazzini e baciando le donne (che in realtà sembrano bambine anche loro) per fargli capire che ora, se dio vuole, sono al sicuro, che non devono temere altri inganni e sevizie. Ma quegli abbracci e quelle feste sono sincere, e le ragazze sono esultanti davvero: un lavoro di settimane che si realizza in persone fisiche, eccoli qui finalmente, i 74 evacuati, visi, occhi, mani. Più tardi un ragazzino di otto anni, che si è subito affezionato a Francesca (e lei a lui), sentendo parlare tigrino da uno del nostro personale, si spaventa e chiede, con lo sguardo all’insù: «Ma non è che ci portate all’ambasciata eritrea?» il che sarebbe come dire, ci risbattete all’inferno. Con parole e carezze gli si spiega che può stare tranquillo. E’ incredibile la docilità e il senso spontaneo di ordine e calma con cui si dispongono tutti per i controlli burocratici, rispondono all’appello nominale, altrove sarebbe una gazzarra.

Francesca: L. fa parte di un gruppo ma in realtà è solo. Si aggira sperduto guardandosi intorno, immagino il carico di emozioni che lo hanno travolto e la fatica che il suo cervello di bambino deve compiere per dare un senso a ciò che lo circonda. Osserva ogni cosa, è un giorno memorabile questo, lo ricorderà negli anni a venire, lo racconterà ai suoi figli. Mi guarda da lontano, e avrei voglia di stringerlo forte ma ho quasi paura della sua fragilità, lui non è soltanto un bambino per me, incarna il senso di ingiustizia che ho percepito ovunque e che adesso ha le fattezze di un bambino di otto anni. Mi avvicino a lui e ci sorridiamo. Tiene stretto nella mano un sacchetto che contiene tutto ciò che possiede, ci si aggrappa quasi. Sono stanca, emozionata, ho i nervi allentati e mi viene da piangere. Se ne accorge un volontario eritreo, qui in veste di traduttore. Mi viene accanto mentre vedo L. ubbidire diligente al richiamo di un appello da parte dei funzionari Unhcr. Immagino quanto sia dura per lui vedere la sua gente così offesa. Gli chiedo quale sia il criterio di selezione, come sono state scelte tutte queste persone. Mi spiega che si tiene conto soprattutto del «livello di vulnerabilità» e quindi priorità a donne e bambini. E i bambini cosiddetti «non accompagnati», che ne sarà di loro? E’ il compito più difficile effettivamente: nei loro confronti verrà approntato il protocollo «Best interest assessment»: attraverso colloqui e indagini si tenterà di ricostruire la storia familiare di ciascun bambino così da ipotizzare un ricongiungimento familiare con eventuali parenti, ma prima ancora si cercherà di restituire loro un brandello di serenità, di ristabilire un sentimento di fiducia nei confronti del genere umano da cui si sono sentiti traditi. Mi guardo intorno e osservo con sollievo le instancabili ragazze con le pettorine azzurre che sanno come muoversi e sanno cosa dire e penso, anzi sono certa, che L., dopo aver consumato l’adrenalina di questo viaggio memorabile, si addormenterà tranquillo.

Edoardo (Questi bambini soli sono messaggi in bottiglia abbandonati alle onde.)

Reportage di una missione con l’UNHCR – Prima puntata. Da www.corriere.it/esteri/17_dicembre_28/aerei-bambini-trafficanti-cuore-sabbioso-niger-64941f5a-ec03-11e7-9fa2-1bd82b1c1e98.shtml.