Referendum. Ci siamo: se nessuna ragione milita a favore del Sì

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Come in tutte le circostanze in cui si propone un cambiamento, anche a fronte di una proposta di riforma costituzionale l’onere di provarne l’utilità spetta ai proponenti. Vediamo, quindi, quali sono le motivazioni portate a sostegno della riduzione dei parlamentari.

Costano troppo. Varie fonti hanno dimostrato che, in caso di vittoria dei Sì, il risparmio sarà irrisorio: appena 53 milioni di euro all’anno, una cifra che si potrebbe recuperare riducendo le indennità parlamentari. Peraltro, dovendosi ripartire tra meno persone il medesimo carico di lavoro, non è escluso che con la riforma aumentino i costi delle strutture parlamentari di supporto. Come ha ricordato Andrea Fabozzi sul Manifesto dello scorso 20 agosto (https://volerelaluna.it/referendum/2020/08/24/referendum-perche-no/), lo staff di un senatore Usa è incomparabilmente più ampio di quello di un senatore italiano.

Sono troppi. Il confronto con gli altri ordinamenti – purché attento alle caratteristiche peculiari di ciascuno – dimostra che non è vero. Piuttosto, è vero che con la riforma saranno troppo pochi: finiremo all’ultimo posto in Europa per rapporto eletto/elettori (https://volerelaluna.it/wp-content/uploads/2020/07/talpa-referendum.pdf) . I fautori del Sì replicano con un calcolo ardito, che mescola insieme deputati e senatori, e ne ricavano numeri più rassicuranti. Ma se – semplificando – il rapporto eletto/elettori vale a misurare la vicinanza dei rappresentanti ai cittadini non si può far finta che due elezioni distinte (anche per corpo elettorale) siano una soltanto. Quel che conta è la popolazione di ogni collegio e i numeri dicono che avremo i collegi più ampi d’Europa. Quanto agli Stati Uniti, essendo un sistema federale vanno aggiunti al conteggio i parlamenti dei cinquanta Stati federati (tutti bicamerali, tranne uno): ne emerge un rapporto più alto, ma non così lontano da quello italiano attuale.

Sono poco efficienti. Ma non diciamo sempre che abbiamo troppe leggi? Semmai è vero il contrario: si fanno troppe leggi e le si fanno troppo in fretta. Per questo sono fatte male: la democrazia richiede tempo per discutere tutte le posizioni. Paradossalmente, peraltro, con la riforma l’attività parlamentare potrebbe complicarsi. Perché, a causa delle soglie di sbarramento implicite particolarmente alte al Senato, le Camere possono ritrovarsi con maggioranze diverse. E perché, senza la modifica dei regolamenti interni (attività lunga e delicata), sarà difficile far funzionare istituzioni calibrate su un numero più elevato di componenti. Le minoranze, soprattutto, saranno in difficoltà. E, in ogni caso, come ha sottolineato Camilla Buzzacchi, il Parlamento non è un’azienda: la sua qualità si misura in base alla rappresentatività, non alla produttività! (https://volerelaluna.it/referendum/2020/08/26/la-logica-aziendale-non-si-addice-al-parlamento/).

Sono screditati e moralmente indegni. In molti casi è vero, ma cosa c’entra la qualità con la quantità? Il problema è la selezione dei parlamentari: una selezione che, con numeri ridotti, sarà ancora più saldamente in mano a un pugno di leader di partito. Vale a dire, ai maggiori responsabili della scelta di parlamentari screditati e indegni (https://volerelaluna.it/referendum/2020/09/02/referendum-qualche-risposta-ai-fautori-del-si/).

Se vince il No, nessuna riforma sarà più possibile. Ancora con questo spauracchio? Renzi lo ha ampiamente sventolato nel 2016; eppure, nemmeno quattro anni dopo, siamo di nuovo qui a votare su un’altra riforma… Suvvia, siamo seri.

Se vince il No, cade il governo. Che sia vero o no, la responsabilità è di chi, con inaudita leggerezza, ha legato una questione politica (la nascita del Governo) a una questione costituzionale (la riduzione dei parlamentari). Pensare ora, dopo aver compiuto un errore tanto grave, di usarlo per ricattare gli elettori è davvero inaccettabile. L’onere di porvi rimedio grava su chi ha agito con tanta disinvoltura, non su altri.

2.

Insomma, non solo la riduzione dei parlamentari non migliora sotto alcun profilo la situazione esistente, ma rischia di peggiorarla. In proposito, tre ulteriori questioni meritano di essere evidenziate.

Un danno alla rappresentanza. Anzitutto, la riduzione dei parlamentari inciderebbe negativamente sulla rappresentanza, sottorappresentando (o non rappresentando) i partiti più piccoli e, di conseguenza, sovrarappresentando quelli più grandi. E ciò – attenzione – anche con una legge elettorale proporzionale, a causa dell’ampiezza dei collegi che produrrebbe soglie implicite di sbarramento elevatissime (sino al 20%). Di fatto, il sistema funzionerebbe comunque in senso maggioritario. Con conseguenze rilevanti sull’elezione del Presidente della Repubblica e sulla revisione costituzionale, che avvengono, in ultima istanza, a maggioranza assoluta.

Disomogeneità territoriale. Di seguito, la riforma produce rapporti eletto/elettori disomogenei sul territorio nazionale, specie al Senato, a causa del favor con cui sono stati trattati alcuni territori (su tutti, il Trentino-Alto Adige). Inoltre, eleggendo un numero ridotto di deputati e ridottissimo di senatori, molte Regioni vedranno circoscritta la contesa politica a due, massimo tre, partiti: come detto, un esito di fatto maggioritario, a prescindere dalla legge elettorale.

Collegi troppo ampi. Infine, la maggiore ampiezza dei collegi renderà più onerose le campagne elettorali, circostanza che, unita all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, provocherà l’ulteriore torsione oligarchica (meglio: plutocratica) del sistema. Tanto più, se venisse approvato il progetto Fornaro che consente la creazione di collegi di dimensione ultraregionale al Senato.

Si tratta di obiezioni serie, al punto che gli stessi fautori della riforma ammettono la necessità di correttivi. Peccato che non ve ne sia traccia e che, già in passato, analoghe promesse siano cadute nel nulla (che fine ha fatto la legge sul processo breve dopo che il M5S ha incassato la prescrizione?). E peccato che, anche qualora venissero approvati, o non correggerebbero alcunché (il sistema elettorale opererebbe comunque in senso maggioritario anche se venisse approvata una legge proporzionale) o creerebbero ulteriori distorsioni (l’ampiamento dei collegi senatoriali abbasserebbe le soglie implicite, ma renderebbe ancora più onerose le campagne elettorali).

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Per scelta o per destino. La costituzione tra individuo e comunità" (Giappichelli 2018) e "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020). Collabora con «il manifesto».

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