Referendum. Razionalmente NO

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Intervenire in merito al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari è per un verso abbastanza semplice, per l’altro terribilmente complicato. Semplice perché la riforma che saremo chiamati ad approvare o a respingere tra pochi giorni non ha le ambizioni e la complessità tecnica di quella del 2016, che riguardava un gran numero di articoli costituzionali, interveniva sulle competenze delle due Camere, i poteri del governo, i criteri di elezione del Senato. In questo caso tutto si risolve invece in una sforbiciata – assai drastica – del numero dei parlamentari. Che avrà l’effetto, per evidenti ragioni matematiche, di ridurre la rappresentatività delle Camere, intesa come capacità di rispecchiare in modo fedele, senza esclusioni ed eccessive distorsioni, gli orientamenti politici degli elettori. Affrontare questo tema è però complicato perché le motivazioni di molti di coloro che si accingono a votare SÌ, quali stanno emergendo dal dibattito pubblico, ma anche dalle conversazioni tra amici, esulano totalmente dal merito della riforma e dalle sue implicazioni sul piano della vita democratica.

Prendiamo l’articolo di Pierfranco Pellizzetti pubblicato sul blog di “Micromega” il 28 agosto, dal titolo Sentitamente SÌ. L’autore si premura di avvertire i suoi tanti amici schierati per il NO che sarà impermeabile ai loro argomenti «alati», incentrati sulla difesa di un «parlamentarismo immaginario» e sulla celebrazione della «sacralità democratica». Aggiunge di non essere intenzionato a unirsi al coro volgare di chi difende il taglio dei parlamentari in nome del risparmio (che – ammette – sarà “risibile”) e di non credere a chi promette maggiore efficienza dei lavori parlamentari. Il punto, per lui, è un altro: «mandare un segnale alla corporazione politicante», esprimere un voto dal “valore simbolico” contro «una pletora di privilegiati» intenti a «brigare per accaparrarsi benefit ed emolumenti in crescita». A questa prima motivazione Pellizzetti ne fa seguire una seconda, che illustra con un’enfasi ancora maggiore. Votare SÌ significherebbe schierarsi dalla parte degli «esclusi», dei «marginalizzati», degli «outsiders»; contro i «privilegiati» e i sostenitori dell’«ordine dominante». Contro i poteri forti, i «ricchi», i «padroni», gli «intoccabili», da lui evocati citando le parole di celebri discorsi dei due presidenti Roosevelt.    

Ora, lasciando momentaneamente perdere tutto ciò che fa venire l’orticaria a Pellizzetti (cosette come la rappresentanza democratica, la funzionalità del Parlamento, il principio di eguaglianza), proviamo a prendere sul serio ciò che scrive e chiediamoci: che cosa c’entra la riforma di cui si sta discutendo con il (condivisibile) obiettivo di rinnovare il ceto politico, moralizzare la vita pubblica e, addirittura, restituire dignità ai «marginalizzati»? Per quale magico sortilegio una riduzione della quantità dei parlamentari dovrebbe tradursi in un miglioramento della loro qualità? O in un ridimensionamento del potere della casta (che si suppone non siano i peones che siedono in Parlamento, ma i loro “capi politici”)? Su quali basi possiamo ipotizzare che, a riforma approvata, avremo parlamentari meno assenteisti, meno corrotti, più competenti e dediti all’interesse collettivo? Comunque la si voglia girare, il legame tra numero dei parlamentari e rinnovamento del ceto politico rimane un mistero.  

Ancora più difficile è capire come si possa stabilire una relazione tra taglio dei parlamentari e riscatto dei poveri e degli emarginati. Stiamo ai fatti. In un Parlamento considerevolmente più smilzo, chi si candida a ricoprire la carica di deputato o senatore dovrà riuscire a raccogliere molti più voti di adesso per conquistare un seggio. Dovrà farsi conoscere in un territorio più vasto, date le accresciute dimensioni dei collegi. E disporre di risorse più ingenti da investire nella campagna elettorale. Un ipotetico nuovo soggetto politico che si schieri con chi sta “in basso”, contro le grandi opere, contro i poteri forti, come potrà competere con chi dispone di più risorse, visibilità, agganci nel mondo che conta? Non saranno proprio le forze che vengono dall’associazionismo, dai movimenti, dalle periferie, a risultare penalizzate, ancora più di ora?  

Non so se queste semplici considerazioni siano in grado di scalfire qualche certezza in chi oggi si esprime “sentitamente” per il SÌ. Con i sentimenti – si sa – è difficile discutere. Ma quando a essere in gioco è la Costituzione, un po’ di razionalità non guasterebbe. Il “segnale” che qualcuno oggi vorrebbe mandare all’esecrato ceto politico colpendo il Parlamento sembra molto simile al gesto di chi pensa di sfidare il Covid creando allegri assembramenti senza mascherina. Un dispetto. Uno sberleffo. Un moto di ribellione forse liberatorio, ma dalle conseguenze un po’ diverse da quelle auspicate. Mai come ora bisognerebbe invece avvertire la responsabilità di informarsi, riflettere, approfondire (confrontandosi ad esempio con gli argomenti illustrati nell’ottima Talpa confezionata da Volere la luna). Per esprimere una posizione – qualunque sia – “ragionata”, e non solo “sentita”.

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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