La logica aziendale non si addice al Parlamento

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Il 20 e 21 settembre saremo chiamati a votare nel referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari: meno 36,5%, con passaggio dei deputati da 630 a 400 e dei sentori da 315 a 200. Sin dall’inizio dell’iter parlamentare del relativo progetto di legge abbiamo individuato in questa modifica costituzionale un attacco al sistema della rappresentanza, in sostanziale continuità con gli ultimi tentativi di modifica della Carta fondamentale. Per questo, non appena si è aperta la possibilità del referendum ci siamo schierati per il NO. Con il passare dei mesi le ragioni del NO si sono fatte sempre più chiare e pressanti e ne abbiamo dato atto con la pubblicazione di 10 schede analitiche (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/09/no-al-referendum-sul-taglio-dei-parlamentari/) e di numerosi articoli (tra gli ultimi: https://volerelaluna.it/commenti/2020/08/21/la-posta-in-gioco-nel-referendum/; https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/08/19/perche-nel-referendum-votero-no-e-sul-pd/; https://volerelaluna.it/politica/2020/06/30/appello-per-il-referendum-no-alla-grande-menzogna/).
Ora, nel mese che precede il voto, abbiamo deciso di aprire una nuova sezione del sito destinata ad ospitare contributi originali e articoli ripresi da altre testate per approfondire ulteriormente le ragioni del NO.

Prendere posizione contro la riforma costituzionale che potrebbe determinare la riduzione di più di un terzo dei membri del Parlamento può apparire un esercizio di accademia in cui si misurano tecnici quali i “costituzionalisti del NO”, che da più parti sono stati invitati a produrre argomenti convincenti per una causa che pare ormai perdente nel clima culturale dominante.

Ma le ragioni per il NO ci sono, benché sovrastate e – apparentemente – messe nell’angolo da una campagna di demagogici slogan che muovono principalmente dai criteri economici dell’efficienza e del risparmio delle risorse pubbliche. Le ragioni del NO sono spiegate in questi giorni – e da mesi, visto che l’iter della revisione risale indietro, era nel “contratto di governo” dell’esecutivo precedente e già all’inizio di quest’anno avrebbe potuto concludersi, se non fosse intervenuta una pandemia a sconsigliare assembramenti elettorali – da attenti colleghi studiosi della Costituzione, che evidenziano il pericolo di sacrificare la rappresentanza di minoranze nonché di territori, oltre a quello di distorcere le maggioranze necessarie per le elezioni di organi di garanzia. È stato da tanti segnalato che a contrastare tali ricadute potrebbero essere indirizzate tempestive riscritture dei regolamenti parlamentari, nonché una nuova legge elettorale che ripristini una rappresentanza integralmente proporzionale. Ma si può legittimamente dubitare che tali passaggi saranno quelli a cui si dedicherà l’attuale Parlamento all’esito del referendum, mentre dovrà impegnarsi in una fase che si preannuncia complicata e critica per riavviare un Paese in sofferenza.

Se dunque tante sono le sacrosante ragioni da condividere di coloro che già si sono pronunciati per il NO, che necessariamente si agganciano a una molteplicità di disposizioni costituzionali, pare opportuno aggiungere una riflessione di natura parzialmente differente, che vuole andare al cuore dell’approccio culturale che ispira la presente revisione, che connotava anche quella del 2016, e che in realtà ha radici ancora più profonde perché si ricollega a una visione che, a partire dagli anni Novanta, ha segnato l’esperienza degli apparati pubblici italiani. Ci si riferisce alla convinzione che l’aziendalizzazione di tanti settori della amministrazione pubblica possa essere la via prioritaria per la massimizzazione dell’efficacia della sua azione. E la progressiva adesione a questa forma mentis nel giro di tre decenni ha condotto a estenderne l’applicabilità addirittura nei confronti di organi costituzionali: il bersaglio è ora l’organo della rappresentanza nazionale. La crescente affermazione di tale impostazione nell’opinione comune appare una minaccia temibile nei confronti di alcune categorie della storia costituzionale e istituzionale che ha portato alle attuali democrazie rappresentative. Il motivo dunque per contrastare un taglio numerico dei rappresentanti operato in maniera troppo semplificata è quello di preferire riforme della Costituzione che, con interventi dalla visione più ampia, facciano salvo l’istituto della rappresentanza e, a partire da questo, la divisione dei poteri ed il modello di forma di governo parlamentare che ancora è proprio della nostra Carta fondamentale.

Perché se l’argomento forte per eliminare 115 senatori e 230 deputati è quello dell’incremento di produttività del Parlamento e di un miglioramento dei conti pubblici, la logica che viene applicata è – con tutta evidenza – quella dell’azienda, a cui un organo rappresentativo viene a tutti gli effetti equiparato. La riduzione dei parlamentari non è certo un tabù, ma avrebbe senso in un contesto diverso che salvaguardi le finalità del Parlamento. Invece si è preferito un taglio secco dei parlamentari che assomiglia ai “tagli lineari” in sanità: gli ambiti sono sì diversi, ma la logica aziendalistica è la stessa perché se i parlamentari sono solo un costo, questo si riduce esattamente come si è fatto con le prestazioni sanitarie. E oggi, con il nostro sistema sanitario messo a dura prova dalla pandemia, tutti ci rendiamo conto della gravità di quei tagli.

Al di là della difficile dimostrabilità di un risultato di maggiore speditezza delle attività delle assemblee per effetto di un’operazione che assomiglia fin troppo alle riorganizzazioni aziendali da cui ci si aspetta recuperi di efficienza, in ogni caso un’aspettativa di tale tenore dimostra la torsione che si sta ormai compiendo nel modo di concepire le istituzioni di vertice, a cui sono affidate le funzioni pubbliche. E le attribuzioni dei rappresentanti, che culminano nell’elaborazione di decisioni per l’intero corpo sociale ma presuppongono preventive attività di dibattito, di confronto e di individuazione di posizioni di sintesi, difficilmente si prestano a essere misurate in termini di efficienza e di produttività. La qualità di una legge può veramente essere valutata a partire dalla rapidità della sua approvazione, che ci si aspetta che scaturisca da un ridotto apporto di idee e di interventi, che a sua volta si presume essere l’effetto automatico di un ridimensionamento dei rappresentanti stessi?

Se questa è ormai la predisposizione culturale che adottiamo nel confrontarci con un’istituzione quale quella parlamentare, non può che uscirne svilito il concetto di rappresentanza. Che purtroppo è già ampiamente svilito da alcuni evidenti malfunzionamenti dell’organo, prodotti indubbiamente da un apporto di tanti – evidentemente non tutti – parlamentari che si distinguono in certi casi per assenteismo, talvolta per opportunismo, e sempre più spesso per scarso lavoro di preparazione per le complesse attività che sono chiamati a svolgere. Ma che la soluzione sia un intervento di modesta tecnica costituzionale, che produce uno sfoltimento dell’organo rappresentativo – tra l’altro declinato con toni sempre più apertamente punitivi – appare almeno deludente, se non preoccupante. Deludente perché, in un’epoca nella quale per qualsiasi attività lavorativa si pretende competenza e formazione mirata, il totale silenzio da parte dei sostenitori del sì circa l’importanza di nuove e diverse modalità di selezione dei nostri rappresentanti, che premino la consapevolezza del ruolo del Parlamento nella vita pubblica, nonché la presenza di capacità idonee a operare in esso, dimostra una lettura semplicistica e superficiale, sensibile ormai solo a ragioni di produttività ed efficienza. Preoccupante perché, se proprio queste ragioni hanno una legittima rilevanza nel mondo della produzione privata, le stesse non valgono automaticamente per quella istituzione che incarna il principio di rappresentanza, su cui la civiltà occidentale da alcuni secoli si fonda e che, quindi, è chiamata a compiti ben diversi da quelli di un’azienda privata. Al rappresentante noi rappresentati chiediamo veramente con priorità di non incidere sui costi pubblici, o non piuttosto di decidere nel nostro interesse con le modalità che più garantiscono l’equilibrio delle scelte?

L’articolo è tratto da lacostituzione.info

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