Il mondo alla rovescia

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Da Repubblica

Roberto Petrini

Il Sud più povero ha votato per il reddito garantito
06 MARZO 2018
La promessa dell’assegno di cittadinanza ha favorito la vittoria pentastellata nel Meridione. Minore è il benessere economico, maggiore il consenso per il movimento, che segna il minimo in Trentino

L’Italia “gialla” della politica si sovrappone esattamente a quella “nera” dell’economia. Lo sfondamento grillino nel Meridione è evidente, ma la corrispondenza dei dati elettorali a quelli del basso reddito pro capite e dell’alta disoccupazione aggiunge una chiave di lettura inequivocabile: M5S vince dove il disagio e la rabbia sono più forti. Presumibilmente perché lo Stato lì non risponde su temi come occupazione e criminalità, ma anche perché Di Maio e i suoi hanno fatto balenare una formula micidiale di assistenzialismo: la promessa dei 720 euro per tutti del reddito di cittadinanza, senza curarsi della spesa stratosferica.

I grafici che pubblichiamo sono molto eloquenti in questo senso: i Cinque stelle hanno raccolto tra il 40 e il 50 per cento dei suffragi in Campania, Sicilia, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria e Sardegna. Nelle stesse regioni il Pil pro capite è tra i più bassi d’Europa: si colloca tra il 60 e l’80 per cento della media dell’Unione europea. E lo stesso accade con il tasso di disoccupazione alla fine del 2017. I dati Istat mostrano che M5S ha ottenuto più del 40% in regioni come la Calabria e la Sicilia dove il tasso dei senza lavoro supera il 20%. L’esplosione cromatica ed elettorale della nuova “questione meridionale”, che farà saltare nei loro sepolcri Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini, sta tutta in questi dati Eurostat del 2016: il reddito pro capite al Sud è di 18 mila euro, la media nazionale è di 27 mila euro, mentre nel Nord Ovest si raggiungono i 34.100 euro pro capite, quasi il doppio del Sud; e in Europa la media è di 29.200 euro

Così il tema secolare, dimenticato e collocato nelle retrovie dei programmi della campagna elettorale appena conclusa, torna alla ribalta. Ci si accorge che il tasso di disoccupazione al Sud è quasi del 18 per cento contro l’11 nazionale, che quello giovanile è alla desolante cifra del 46,6 per cento. Si riscopre la Svimez che analizza costantemente la situazione e spiega che negli ultimi 15 anni il Meridione ha perso 200 mila laureati con un salasso in termini di costo del capitale umano di 30 miliardi. A conti fatti, mentre il Centro Nord ha recuperato sostanzialmente l’occupazione dei livelli pre-crisi nel Mezzogiorno mancano ancora all’appello 381 mila posti di lavoro.

La fotografia degli investimenti racconta un Sud paradossalmente ancora dimenticato: nel 2016 la spesa in conto capitale è stata dello 0,8 per cento del Pil contro il pur scarso 2,2 a livello nazionale. Negli ultimi cinquant’anni, annota sempre la Svimez, il crollo della spesa per infrastrutture è stato del 2 per cento all’anno, ma al Sud si è perso il 4,8 per cento e al Centro-Nord solo lo 0,8 per cento. La vittoria dei “gialli” nelle zone economicamente “nere” è ancora più evidente se si guardano i risultati dei Cinque stelle nei quartieri più degradati del Sud, come ha descritto ieri Repubblica: a Scampia sono sopra il 65 per cento, a San Giovanni a Teduccio, deserto industriale di Napoli Est, al 60 per cento, così a Barra e Ponticelli. Oppure si volge lo sguardo al cappotto grillino in Puglia e a Taranto alle prese con la difficile risoluzione della questione dell’Ilva e i 14 mila posti di lavoro a rischio


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Una periferia che una volta fu rossa e sulla quale fioccano le analisi. Certo il disagio e la paura. E la criminalità. Ma anche l’utilizzo al rallentatore dei fondi europei spesso all’insegna della scarsa efficienza e non di rado, come ha spesso testimoniato la Corte dei Conti, esposto a casi di malagestione. Come pure, ma l’analisi a questo punto è strettamente politica, viene tirato in ballo il ruolo del Pd e il suo assetto di potere meridionale di frequente condizionato da gruppi locali che tutto hanno fatto tranne che dialogare con il territorio.

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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