Non è tradimento chiedere la pace

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C’è un conflitto, in queste settimane, che si combatte non solo nelle linee di guerra dell’Ucraina, ma nel linguaggio con cui l’Europa intera sta imparando, quasi senza accorgersene, a pensare alla guerra come a un orizzonte normale, e alla pace come a una parola sospetta, quasi ingenua, da lasciare a chi “non capisce come funziona il mondo”. Ho fatto, di recente, l’esperienza diretta di questo slittamento. Ho scritto che sarebbe tempo di tornare a parlare seriamente di negoziati, non per debolezza ma per responsabilità verso tutti i popoli europei che rischiano di essere trascinati in un allargamento del conflitto che nessuno ha mai davvero scelto. La risposta di un interlocutore è stata che invocare la pace mi rende nientepocodimeno che un “traditore della Patria”, un “possibile nemico” durante la imminente e ineludibile guerra che vogliono imporci! Non riporto questo episodio per rancore, ma perché è un sintomo di qualcosa che riguarda tutti noi, molto oltre la mia persona. Quando il solo fatto di nominare il negoziato come possibilità viene trattato come una colpa, o come un segno di appartenenza alla parte sbagliata, è la politica stessa a impoverirsi. La pace non è l’assenza di posizione: è una posizione, la più esigente, perché richiede di continuare a vedere nell’altro, anche nell’avversario, anche nel nemico sul campo, un interlocutore possibile, e non solo un bersaglio da abbattere o un pretesto per mobilitare la paura.

C’è, in questo momento storico, un’aggravante che non possiamo permetterci di derubricare a scenario remoto o a retorica da talk show: il tema (mai sopito davvero) del nucleare, che per anni avevamo imparato a considerare relegato agli archivi della Guerra Fredda, è tornato con insistenza al centro delle cronache di questi mesi, tra allarmi sulla sicurezza delle centrali nel territorio in guerra e moniti, sempre più diretti, sulla possibilità che un’arma nucleare tattica possa essere presa in considerazione se un attore coinvolto percepisse minacciato il proprio territorio. Non serve credere che l’esito catastrofico sia imminente o probabile per riconoscere che il solo fatto che se ne discuta con tanta disinvoltura, come di un’opzione tra le altre, dovrebbe bastare a farci comprendere quanto ci siamo avvicinati a un bordo che pensavamo remoto. Un’opzione che sarebbe sciagurata e senza ritorno, non un capitolo in più di un conflitto, ma la sua eventuale fine insieme a molto altro. Proprio per questo, davanti a un rischio di questa natura, ogni voce che chieda di allontanarsi da quel bordo, invece di avvicinarvisi per inerzia o per orgoglio, dovrebbe essere accolta come un atto di responsabilità, non bollata come cedimento.

Questo non significa negare che esistano un aggressore e un aggredito, né mettere in dubbio il diritto di un popolo invaso a resistere. Significa piuttosto rifiutare che l’unica strada immaginabile sia la logica dello scontro totale, protratto fino a un consumarsi indefinito, mentre l’Europa intera viene spinta, passo dopo passo, a considerare la guerra come proprio destino condiviso e ineludibile. Aldo Capitini, a cui questa riflessione deve molto, scriveva che «non si può dire di volere la pace e lasciare la società com’è, con i privilegi, i pregiudizi, lo sfruttamento, l’intolleranza, il potere in mano di pochi». È un monito che vale anche oggi: non basta augurarsi la pace come sentimento privato, se poi si lascia che il linguaggio pubblico, anche quello tra persone al bar o che discutono sui social, continui a preparare, giorno dopo giorno, il terreno per l’esatto contrario.

Desidero scomodare anche un altro maestro, meno citato nei salotti ma non meno urgente, e lo vorrei chiamare in causa proprio qui, nel punto più scomodo del ragionamento: Alex Langer. Perché Langer non era uno che si limitava a sussurrare “vogliamo la pace” e poi lasciava che fosse il mondo a organizzarsi diversamente. Langer ci è andato di persona, nei posti dove la parola pace suonava come una bestemmia o come una barzelletta di cattivo gusto: nella Bosnia in fiamme, tra le macerie di una convivenza che sembrava impossibile da ricomporre, in un’epoca in cui – esattamente come oggi – chi parlava di dialogo veniva bollato come chi “non aveva capito niente” della guerra in corso. Non lo dico per fare un parallelo consolatorio, come se la storia si ripetesse in modo rassicurante e ordinato: la dico perché quella accusa, quel sospetto verso chi cerca ancora un varco, ha una genealogia precisa, e Langer l’ha attraversata sulla propria pelle, pagandone il prezzo in termini di isolamento politico e personale. Langer non era un ingenuo. Sapeva perfettamente che ci sono aggressori e aggrediti, che la simmetria a tutti i costi tra le parti in conflitto è spesso una forma sofisticata di cecità, se non di complicità. Ma sapeva anche – ed è questo il punto che oggi rischiamo di perdere per strada – che riconoscere un torto non equivale ad arrendersi all’idea che l’unica risposta possibile sia l’escalation senza fine. La sua idea di mediazione non era equidistanza morale, era piuttosto un lavoro sporco, faticoso, quasi artigianale: andare a parlare con chi non vuole essere ascoltato, tenere aperti canali che tutti gli altri considerano inutili o compromettenti, accettare di essere frainteso da entrambe le parti pur di non lasciare che l’unico linguaggio rimasto sia quello delle armi. Chi ha letto i suoi appelli durante la guerra nei Balcani sa che non c’era in essi nessuna retorica consolatoria: c’era piuttosto l’ostinazione quasi disperata di chi vede l’abisso avvicinarsi e si rifiuta di considerarlo ineluttabile.

Ecco perché richiamare Langer, oggi, non è un esercizio di erudizione politica ma un atto quasi pratico. Perché lui per primo ha sperimentato che cosa significhi essere trattati da ingenui, da irresponsabili, da “utili idioti” del nemico; proprio l’accusa che, in forme diverse ma identiche nella sostanza, viene oggi rivolta a chiunque osi nominare il negoziato come possibilità concreta e non come resa. E ha sperimentato anche, cosa più amara, la sconfitta: la mediazione non sempre riesce, i ponti a volte crollano comunque, la guerra a volte vince sul dialogo nonostante ogni sforzo. Ma proprio da qui viene la lezione più difficile da digerire per chi cerca scorciatoie morali: il fatto che un tentativo di pace possa fallire non lo rende meno doveroso, non retroattivamente sbagliato. Chi insiste che “si è visto come è andata a finire” con chi cercava mediazioni negli anni Novanta, dimentica che l’alternativa – il silenzio, la rinuncia a tentare, l’abbandono del linguaggio del dialogo al primo segno di difficoltà – non ha mai prodotto risultati migliori: ha prodotto solo, sistematicamente, più guerra.

C’è poi un altro aspetto della lezione langeriana che qui è impossibile tacere, ed è quello che lui stesso chiamava conversione, non in senso religioso, ma come cambio di paradigma nel modo di stare al mondo e di pensare i conflitti. Langer teneva insieme, senza sforzo apparente perché per lui erano la stessa cosa, la cura per l’ambiente, la cura per la convivenza tra popoli diversi, la cura per un linguaggio pubblico che non alimentasse la paura come motore della politica. Non sono tre battaglie parallele: sono la stessa battaglia contro l’idea che la forza, il dominio, l’accumulo – di armi, di territorio, di potere – siano l’unico metro con cui misurare la sicurezza e la dignità di un popolo. In questo senso Langer aggiunge qualcosa che nella riflessione di Capitini resta più sullo sfondo: l’idea che la pace non sia solo un imperativo etico da opporre all’ingiustizia sociale, ma anche una competenza pratica, un mestiere da imparare e coltivare, fatto di pazienza, di ascolto scomodo, di disponibilità a essere impopolari su entrambi i fronti pur di non lasciare che la logica binaria – amico o nemico, con noi o contro di noi – diventi l’unico orizzonte concepibile.

È questo, credo, l’antidoto più efficace a chi oggi liquida ogni richiamo alla pace come tradimento: non la purezza dell’intenzione, ma la testardaggine del metodo. Langer non chiedeva di voler bene al nemico per buonismo; chiedeva di non smettere mai di considerarlo un soggetto con cui, prima o poi, si dovrà comunque tornare a parlare, se non altro perché la geografia, a differenza delle ideologie, non si sposta, e i popoli che oggi si combattono dovranno pure trovare un modo di convivere, un giorno, sullo stesso continente (a meno che la follia nucleare venga esercitata per estinguere il genere umano). Rinunciare fin da ora a coltivare quella possibilità, per orgoglio o per convenienza retorica, significa consegnare alle generazioni future un conflitto ancora più difficile da disinnescare di quello che abbiamo ereditato noi. Chiedere, anzi pretendere dalle classi dirigenti che il negoziato resti sul tavolo, chiedere che si lavori per fermare l’escalation prima che travolga confini che oggi sembrano lontani, non è ingenuità né tradimento: è l’esercizio di un diritto e di un dovere politico, quello di poter dire, apertamente e senza essere etichettati come nemici interni, che la pace merita di essere cercata con la stessa serietà e la stessa urgenza con cui si organizza la guerra. Continuerò a pensarla così, e a scriverlo. Con rispetto per chi non è d’accordo, ma senza rinunciare a questa parola, che non è debole: Pace!

È proprio di fronte al rischio concreto di un allargamento del conflitto in Europa che la ricerca della pace cessa di essere un concetto astratto e diventa un’urgenza collettiva. In questo contesto, anche un’iniziativa territorialmente circoscritta come la Marcia per la Pace Gravina-Altamura, in programma in Puglia il 24 ottobre 2026, offre un laboratorio di speranza straordinario. Più che la semplice ripetizione di un appuntamento storico, il Comitato Promotore sta animando un percorso diffuso fatto di incontri e dibattiti aperti guidati dalle comunità locali. Perché, come si legge nel dossier preparatorio: «Affermare che è necessaria la pace prima di tutto, non elimina il fatto che si possa non intendere la pace allo stesso modo. Possono essere queste differenze a costituire, tuttavia, una delle ragioni per cui la strada della Marcia merita di essere percorsa insieme». Una riflessione che supera i confini locali e ci ricorda che, anche di fronte alle grandi crisi globali, è nella capacità di confrontarsi e camminare fianco a fianco che risiede l’unica vera strada per la pace.

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Gli autori

Gianni Palumbo

Gianni Palumbo, Team Leader di BioPhilia Group che presiede dal 2009, è componente del Centro Indipendente Studi Alta valle del Volturno e della Società Italiana per la Storia della Fauna “G. Altobello”. Declina l’impegno sociale riversando attenzione per archivi e biblioteche. È stato Ispettore archivistico onorario per il Ministero dei Beni Culturali dal 2016 al 2020. Ha scritto alcune sceneggiature per la trasmissione radiofonica Wikiradio di Radio3 RAI. Collabora con diverse testate giornalistiche ed è autore di libri e articoli su riviste scientifiche e divulgative.

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One Comment on “Non è tradimento chiedere la pace”

  1. “l’idea che la pace non sia solo un imperativo etico da opporre all’ingiustizia sociale, ma anche una competenza pratica, un mestiere da imparare e coltivare, fatto di pazienza, di ascolto scomodo, di disponibilità a essere impopolari”. non frequento più le scuole da molti anni, quindi mi chiedo chi possa imparare una competenza pratica simile. su certi argomenti, come quello della pace, dell’ambiente, e così via. si dovrebbe dare spazio unicamnete ai giovani. perchè chi come me è vecchio ‘sa’ troppo per riuscire a capire cosa possa significare alle menti e ai desideri giovani affrontare da ‘vecchi saggi’ il senso generale.

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