Se il Governo evoca la “fuga dei bianchi”

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Parto da un dato linguistico: anche la destra, come la sinistra, ha il suo lessico famigliare. Segnalo, per inciso, che la destra istituzionale va all’arrembaggio e tenta di impadronirsi degli stereotipi di sinistra. A conferma di ciò che scrivo stanno parecchie dichiarazioni del ministro Valditara. Non tutte, poiché in molte affiora in filigrana l’anima autentica, quella di destra. L’odiosa (poiché abusata e bifida) parola “inclusione” è ricorrente e alcune frasi le avrebbe potute pronunciare anche Elly Schlein. Esempio: «Il rispetto per l’altro, per la sua vita, la sua individualità, le sue scelte, i suoi ideali, le sue aspirazioni; il rispetto verso le regole; il rispetto verso i beni. Questa è l’imprescindibile base su cui fondare il presente e il futuro di una nazione civile». Per fortuna ogni tanto il Ministro sputa il rospo e allora parla di valore educativo dell’umiliazione etc. e si mette così in linea con la sua matrice culturale.

C’è però, nella nostra sgangherata destra, una persona che parla davvero come una figlia del popolo e che le canta chiare a tutte (e a tutti): è Giorgia Meloni, encomiabile solo e soltanto da questo punto di vista. Peccato però che il suo “parlar latino” sia assai prossimo al “parlare a vanvera”. Ce ne ha dato un esempio recente, nella sua veste di capo politico di “Fratelli d’Italia”, nel momento in cui il suo discorso incontra un punto sensibile, il prevalere di studenti “stranieri” nelle aule (in alcune aule) della nostra bella Italia. Ho trascritto il passaggio: «Se i bambini che non capiscono la lingua della lezione sono molti, quella non è più integrazione, è abbandono. E l’unica cosa che quei bambini rischiano di imparare è l’e-mar-gi-na-zio-ne (scandito) e aggiungo anche che non esiste (ripete) che a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati una minoranza (poverini! ndr). Non si può fare (scandito e gridato, a braccia allargate). Chiamare tutto questo integrazione è un’altra menzogna, una menzogna per chi vive di ideologia, per chi ci fa la morale dai salotti e poi i propri figli li manda in scuole nelle quali questo problema non esiste, non per noi (qui c’è del vero, strumentalizzato a uso di una tesi falsa). Sta per arrivare un provvedimento al consiglio dei ministri che introduce per legge il numero di studenti stranieri per classe – il numero massimo s’intende chiaramente. E non solo introduce anche l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico a imparare l’italiano e introduce anche il divieto di burqa, niqab etc. Etc.». Dunque, il problema è che in alcune aule i bambini italiani sono una minoranza. Ci vuole un tetto per la presenza di bambini stranieri, caspita! Ecco il bello di Meloni: far finta che nessuno abbia mai pensato prima al “tetto” e, soprattutto, ignorare l’origine del problema.

Stavolta però provo a dar ragione a Meloni e propongo una soluzione. Partiamo da una situazione reale, quella del Comune di Torino: nelle scuole primarie gli studenti con cittadinanza straniera sono il 31,2%. Nelle zone periferiche toccano il 58%. Ma, leggo su un recente documento del Comune di Torino, «la percentuale di cui sopra corrisponde al 77,9% nell’IC Gabelli e al 73% nell’IC Torino II; le scuole di Aurora e Barriera di Milano in particolar modo accolgono una popolazione scolastica composta in larghissima parte da bambini di origine non italiana, provenienti da decine di nazionalità diverse, con una delle più alte percentuali di studenti stranieri della città». Vediamo poi di capire come stanno le cose in due scuole primarie di un quartiere borghese, la Crocetta: nella Scuola Primaria “Michele Coppino” la quota di alunni stranieri oscilla intorno al 12-14%; percentuali simili ci sono per la scuola Primaria “Falletti di Barolo”. Qual è dunque la soluzione del puzzle? Prendere i ragazzini da Barriera di Milano e portarli nelle scuole della Crocetta e, parallelamente, fare lo stesso con i ragazzini della Crocetta e portarli a Barriera di Milano? Con un po’ di buona volontà – e di risorse economiche – il Comune può organizzare un apposito servizio di pullman per l’attraversamento della città nei due sensi. A dire il vero sarebbe meglio spostare anche le famiglie: così coloro che abitano nei “quartieri alti” possono verificare come si vive nei “quartieri bassi”. E giustizia, almeno distributiva, sarebbe fatta.

Se però non è questa la soluzione cui pensa Meloni (figuriamoci!), allora di soluzioni numeriche non ne esistono. La premier parla a vanvera perché le interessa il consenso emotivo del suo pubblico ma non è così sciocca da pensare che il famoso “tetto” si possa mantenere senza “spostare” – e di un bel po’ – i bambini. Sa benissimo che anche se si decidesse di spostarli sarebbe un problema di difficile soluzione. Non è una novità che la percentuale di immigrati sia assai diversa a seconda delle zone della città e che, se in città, almeno in teoria, è possibile mescolare le carte e portare i piccoli da un quartiere all’altro, ciò sarebbe assai più difficoltoso nei centri minori. Si tratta di un’altra conferma che il legame tra scuola e società è strettissimo, come sanno tutti, ad eccezione di Giorgia Meloni e di Valditara, che fanno gli gnorri. Il quale Valditara ha sciolto le riserve e presentato un decreto legge, rapidamente approvato dal Consiglio dei ministri, sul tetto per i bambini stranieri nelle classi e sul divieto di burqa e niqab. Dove stia l’urgenza di intervenire sulla formazione delle classi ad anno scolastico iniziato lo comprende soltanto il ministro; quanto a burqa e niqab valga la dichiarazione di una maestra della “Gabelli”, la scuola prima citata prima, con quasi l’80% di alunni stranieri: «Anche se molte mamme indossano il velo, a scuola non mi è mai capitato di avere un’alunna con il volto coperto». All’istituto, aggiunge, sono due le bambine che portano il velo. «Abbiamo anche una mamma con il niqab, ma mai le sue figlie». Nel frattempo il ministro del Ministero del Merito (il merito? Dopo quattro anni quella definizione ci ricorda sempre la neolingua di 1984)i dichiara che “il fenomeno del white flight, letteralmente la fuga dei bianchi” lo preoccupa molto.

Anche io sono assai preoccupata: l’orrendo comizio di Meloni cui fa seguito un pretestuoso decreto-legge mi conferma che in campagna elettorale la destra sarà pronta ad agitare, senza alcuna vergogna, il solito fantasma della minaccia nera e dell’islamizzazione imminente. Come si risponderà da sinistra? Ci dovremo sorbire la solita minestra riscaldata e impopolare, propedeutica alla sconfitta? A giudicare dalla messa al bando di Virginia Libero, segretaria dell’organizzazione giovanile del PD, che si è espressa in maniera netta su riarmo e guerra («in guerra andateci voi. Noi organizzeremo i disertori») il PD vuole perdere le elezioni. Mi chiedo come sia possibile che questi presunti volponi – in realtà politici di piccolo cabotaggio – vivano incollati ai sondaggi per poi ignorarne uno dei più chiari: il popolo italiano non vuole il riarmo né la guerra. Suggerisco a chi fa politica istituzionale di fare come Meloni: Giorgia, demagoga senza vergogna, sbandiera ragioni sbagliate – il pericolo dell’immigrazione e della sostituzione etnica; voi, esangui sostenitori della democrazia, imitatela nei toni assertivi e superatela, sostenendo le giuste ragioni della fine della corsa al riarmo e di ogni guerra.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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One Comment on “Se il Governo evoca la “fuga dei bianchi””

  1. Non potrei essere più d’accordo, no al riarmo, no alla guerra. Sinistra, PD, 5 stelle…giovani, meno giovani e veterani: ” imitiamo i toni assertivi e superiamoli, sosteniamo le giuste ragioni della fine della corsa al riarmo e di ogni guerra”.

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