25 aprile: gioia e rivoluzione

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La giornata del 25 aprile si sta chiudendo. In centinaia di città e paesi è stata celebrata la festa della liberazione dal fascismo. Dove non è prevalsa la ritualità, il termine liberazione si è intrecciato con resistenza, Costituzione, pace, giustizia, libertà. E sono risuonate – in antitesi al fascismo risorgente, alla guerra che imperversa nel mondo, all’odio razziale – le parole di Carlo Rosselli: «Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni». Come esempio di questo sentire pubblichiamo – disgiuntamente – gli interventi svolti al termine del corteo di Pavia: il saluto del presidente dell’Anpi locale Luca Casarotti e l’orazione ufficiale di Tomaso Montanari. (la redazione)

Per cominciare: “Terza posizione” è il nome di un’effimera organizzazione fascista degli anni Settanta, che a parole si proclamava nemica acerrima delle vecchie organizzazioni fasciste invischiate nelle trame di potere e strategie stragiste, e nei fatti era invischiata nelle trame di potere e strategie stragiste. Come del resto le altre organizzazioni fasciste sue coeve. Da “Terza posizione” (e contemporaneamente dai NAR) viene uno degli autori della strage fascista alla stazione di Bologna, Luigi Ciavardini. “Terza posizione” è anche il nome della chat amministrata dal giovane neonazista pavese arrestato all’inizio di questa settimana. La coincidenza dovrebbe indurre all’autocritica chi in questi anni, con imperdonabile ignoranza del fenomeno, è andato dicendo che il fascismo giovanile è una fola adolescenziale, destinata a passare per natura con l’età.

Un’altra coincidenza, di segno opposto. Da un mese è trascorsa una consultazione referendaria molto partecipata, a dispetto delle previsioni poco ottimistiche. La coincidenza ha voluto che ciò avvenisse nell’ottantennale del referendum sulla forma istituzionale dello Stato. A ottant’anni cioè da quando si fa concreta, in Italia, la possibilità di una democrazia veramente universale; a ottant’anni da quando, in forza della sua conquistata universalità, la democrazia sceglie di farsi repubblicana. A ottant’anni, infine, da quando le cittadine e i cittadini italiani si sono accinti all’opzione repubblicana, e nello stesso giorno hanno conferito non solo e non tanto a un’assemblea astratta, quanto piuttosto e soprattutto a poco meno di seicento loro concittadine e concittadini in carne e ossa il potere di scrivere il patto fondativo dello Stato nuovo. Nel primo dei suoi ottantesimi anniversari, la Costituzione dunque muove ancora verso le urne? A nessuno sfugge che a mobilitare molte e molti di noi non è stata soltanto un’idea di Costituzione. È stata anche, per tanti soprattutto, la volontà di esprimersi nel voto su un’azione di governo. Ma proprio qui risiede l’universale democraticità del progetto di Stato che ottant’anni fa si è cominciato a scrivere. Che ne sia cosciente o meno il riformatore, qualunque riformatore, ogni discussione attorno alla riforma della Carta Costituzionale ha un’implicazione quasi psicologica, senz’altro politica. Chiunque chieda la ratifica d’una riscrittura del patto costituzionale si sottopone per forza di cose a un giudizio complessivo sulla propria azione politica. Se si voglia mettere mano a questo patto che comincia a compiere ottant’anni, occorre possedere almeno un riflesso della credibilità di cui godevano, per meriti acquisiti in un quarto di secolo d’opposizione al fascismo, le scrittrici e gli scrittori di quel patto. A differenza di quanto è potuto accadere a una costituzione non rigida com’era quella albertina vanificata dal fascismo, nessuna maggioranza parlamentare, tanto meno un governo, può riscrivere unilateralmente il patto del 1946-48 sorpassando il giudizio d’approvazione o riprovazione del corpo elettorale. Può farlo solo se si avvicini nei numeri al consenso su cui quel progetto è divenuto Costituzione. A meno, naturalmente, di un sovvertimento violento, che l’immagine del bivacco di manipoli ci ha insegnato a ripugnare; ma che quella dell’assalto del 6 gennaio 2021 al Congresso degli Stati Uniti d’America ha dimostrato non essere del tutto estraneo all’orizzonte della contemporaneità.

Urne piene, dunque, o almeno più piene del solito, in quest’ultimo anno. Ma anche piazze piene. Lo sciopero contro la guerra e contro il genocidio è stata la forma riscoperta delle manifestazioni che hanno riempito centinaia di città nell’autunno scorso. E accanto allo sciopero, l’aggregazione spontanea, l’attraversamento degli spazi della città quasi come in un’esplorazione di massa della geografia urbana al seguito degli eventi: lo si è visto, specialmente, nei giorni in cui abbiamo accompagnato da terra quel gran gesto d’umanità, d’autentica scienza politica e non violenta determinazione che è stata la rotta verso Gaza della Global Sumud Flotilla. In tutte queste piazze e manifestazioni – perciò bisogna parlarne oggi – ha risuonato la parola dell’antifascismo: “siamo tutte antifasciste”, spesso proprio declinato al femminile sovresteso, “ora e sempre resistenza”, e poi “stop stop genocide” sono stati i cori che hanno battuto il tempo di quei lunghissimi cortei. Come l’hanno battuto di questo che ci ha condotto qui, a coronamento del quale il Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Siena, professor Tomaso Montanari, sta per tenere l’orazione ufficiale.

Concludo allora questo breve saluto dicendo che l’orazione del professor Montanari ha oggi per Pavia un duplice valore. Il valore di un discorso pronunciato da un intellettuale che interpreta nel modo più coerente quella discontinuità dal fascismo da cui prende il titolo, a contrario, il suo ultimo libro. La discontinuità che consiste nel diritto di criticare liberamente l’ordine delle cose e del potere. A garanzia di questo diritto devono operare le istituzioni dello Stato. Per aver esercitato questo suo diritto, Tomaso Montanari è stato invece trascinato in tribunale da un ministro del nostro Governo e dal presidente del Senato attualmente in carica. Si tratta di iniziative che suscitano gravi critiche, a fronte delle quali il professor Montanari merita la piena solidarietà e l’ammirazione per la rettitudine della sua condotta. Inoltre, questo il secondo valore, la città di Pavia ha affidato l’orazione del 25 aprile ancora una volta a un professore d’Università che non si sottrae all’impegno pubblico e civile. È la risposta migliore che si può dare a una pessima parola d’ordine, maturata nell’entourage di un capo di Stato che usa l’intelligenza artificiale per farsi ritrarre nella posa ora del Cristo ora d’un postmoderno re taumaturgo: No Kings è infatti il nome che si è voluto dare il movimento sorto in opposizione alla sua politica plenipotenziaria e guerrafondaia. Universities are the enemy (“le università sono il nemico”, recita questa parola d’ordine. A cui noi rispondiamo con il detto vecchio d’ottantanni e odierno: «l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento». A tutte e tutti noi buona Festa della Liberazione: festa di gioia e rivoluzione!

 

Gli autori

Luca Casarotti

Luca Casarotti è presidente dell'Anpi di Pavia.

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