Giorgia Meloni non è diversa dalla sua base

Per chi come me insegna Storia a giovani che hanno dai 16 ai 19 anni, non è stato bello svegliarsi la mattina del centenario dell’assassinio di Matteotti e pensare ai sorrisi tronfi degli eredi dei suoi assassini. L’inchiesta di Fanpage ha rivelato ciò che alcuni, mai abbastanza, sapevano: la sfacciata doppiezza tra l’apparenza del conservatorismo che accetta la democrazia e la realtà fascista, perfino le orgogliose rivendicazioni, da parte della base, del terrorismo nero e di tutto il ciarpame autoritario novecentesco, compreso l’orrendo motto nazista “Sieg Heil”. Non c’è solo da rilevare che i giovani e meno giovani inneggianti alla dittatura sentono finalmente di potersi rivelare per quello che sono, autosmascherandosi come bruti stanchi di recitare civiltà, ma occorre ricordare che questi individui fanno parte del partito più votato d’Italia. Un partito che continua a godere della debolezza degli altri, della scarsa partecipazione e della costante messinscena propagandistica della televisione italiana: quasi tutta in ginocchio a cantare in coro il ritornello della donna forte, della donna telegenica in un mondo gerontocratico e maschile.

L’amica di Orban, Trump e Milei sarebbe diversa dal resto del sottobosco neofascista? Senza dubbio è vero che bisognerebbe trovare un limite al volume sempre crescente di castronerie dichiarate dagli attuali rappresentanti dei cittadini, perché ogni record di sprovvedutezza ed ignoranza sembra violato. C’è chi parla di uno dei casi più tragici della storia d’Italia, il delitto Moro, come di una fortuna che avrebbe aumentato la consapevolezza del problema del terrorismo; c’è chi confonde le materie prime con le montagne e i mari, chi annuncia che saboterà chi attenta ai valori cristiani, ossia, povero incosciente, più o meno tutti in Italia, chi dice che la siccità “per fortuna” ha colpito il Sud, chi afferma che i matrimoni misti favorirebbero il terrorismo… e via delirando. Ma davvero si distingue da questa rozzezza da cinepanettone una che ha la faccia tosta di attribuire la gravità dell’agguato squadrista in Parlamento a un provocatore con la bandiera italiana e non ai violenti della sua parte? Dov’è la differenza tra lei e loro?

Si è forse opposta alla tesi della sostituzione etnica? Come si è comportata dopo la tragedia di Cutro? Ha forse protestato quando quest’anno dei giovani studenti sono stati manganellati dalle forze di polizia? Quando nello scorso aprile uno dei suoi fedeli cagnolini, pseudogiornalista esperto nella difesa di chiunque abbia il coltello dalla parte del manico, ha parlato, a proposito degli scontri alla Sapienza di Roma, del manganello come strumento didattico, lo ha forse rimproverato? Forse l’avrà chiamato per ringraziarne la fede prona (“Me fai mori’, Vitto’”), ma sappiamo che in un paese serio le dimostrazioni di barbarie di questo sciuscià del potere sarebbero chiuse in un bar di provincia a sbattere contro la pietosa indifferenza degli avventori.

Stiamo parlando di una che nel 2018 protestò contro il Museo Egizio di Torino, che per tre mesi faceva uno sconto agli italiani arabofoni, e in un confronto col direttore Christian Greco confuse gli Arabi con gli Islamici e s’inventò un fantomatico razzismo al contrario (tre mesi di sconto secondo lei rendevano vittime di razzismo il 99,9 per cento dei restanti: e non stava scherzando). Protestò contro la mascherina obbligatoria in un periodo in cui era solo raccomandata e non si scusò per l’ignoranza, perché tanto stava solo registrando un sentito dire, benché erroneo. Non parliamo poi dello scontro tra la sua vita personale e le retoriche reazionarie sulla famiglia tradizionale. In teoria contraria a un’Europa forte, perfino a quella che elargisce il PNRR, contro cui votò, nella pratica non fa che tranquillizzare e scodinzolare, come a sottintendere che certi eccessi servono per strappare voti alle periferie arrabbiate e alle masse incolte, per poi, nelle sedi istituzionali, cambiarsi d’abito e amministrare l’esistente. Come tutti i nuovi politici di oggi non deve vantare due lauree, infatti siamo a zero, ma le basta osservare, o farselo fare dai collaboratori, lo spirito del tempo, e lisciargli il pelo in continuazione. I diritti? Ma per carità, riguarderebbero le minoranze, quindi meglio sfoggiare un’arrogante indifferenza: sono poco redditizi e devono essere ridotti a lagnanze, come ha detto recentemente, a “compagnia cantante”. In assenza di competenza, senso della complessità e capacità di affrontare i problemi, non c’è bisogno di accorgersi del mondo e della storia; stando fermi come fogne abituate al proprio fetore, come un partito che avendo il primato nulla deve fare contro il problema demografico, l’enorme debito pubblico, l’evasione fiscale, la crescita zero, l’inflazione, i salari da fame, la bassa percentuale di laureati, l’emigrazione dei migliori tra loro, la crisi del sistema sanitario nazionale etc.

Che le democrazie siano in crisi lo si scrive da decenni, che il populismo reazionario sia parte attiva di questa crisi è parte della consapevolezza di molti. Pochi, invece, segnalano il fatto che il disegno reazionario di svuotamento delle democrazie dall’interno ha bisogno anche di simboli, delle immagini, dei colori, degli slogan, delle canzoni e di tutta quella paccottiglia semiotica che in modo subliminale già veniva usata cento anni fa, quando i totalitarismi estetizzarono la narrazione propagandistica, ma senza possedere tutti i mezzi che oggi possono essere usati per camuffare la realtà. A tutto questo (base neonazista, dichiarazioni deliranti, bifrontismo ipocrita, sdrammatizzazione delle violenze, uso pervasivo della propaganda, anche subliminale) occorre infine aggiungere che la critica è scoraggiata, il dissenso è intimorito, gli uomini di cultura sono in pericolo, come i casi di Scurati, Canfora e Di Cesare testimoniano. Non vogliono essere chiamati “fascisti”, almeno in pubblico, però non rifiutano il ricorso alla censura e all’intimidazione.

Forse in un paese che ha il 21 % di laureati e ama poco la storia, dove il 6 giugno nei telegiornali si è confuso lo sbarco in Normandia del 1944 con uno inesistente in Lombardia, la rivelazione della loro filiazione dal passato antidemocratico non farà vincere le elezioni. Se da una parte abbiamo ciò che dice il filosofo Carlo Galli in La destra al potere (Raffaello Cortina, 2024), ossia che più che quel passato dovremmo esaminare un miscuglio amaro di conservatorismo, neoliberismo e populismo, dall’altra un critico della tesi di Eco, Carlo Ginzburg, su la Repubblica, il 13 giugno, ha scritto: «Provo sentimenti dolorosi: non mi sarei mai immaginato di vivere in un’Italia come questa. Io mi sono sempre rifiutato di usare la parola fascismo al di fuori del suo contesto specifico: la tesi del fascismo eterno non mi ha mai convinto. Ma è stata la prima volta a Chicago, durante la campagna elettorale di Trump, che ho pensato: questo è fascismo. E se a questo punto qualcuno mi obiettasse che il fascismo è un fenomeno circoscritto al secolo passato, io non lo accetterei. Il fascismo ha un futuro, proprio per questa plasmabilità delle folle che persiste».

Non sono coerenti con questa degenerazione il premierato elettivo e il conseguente indebolimento del Parlamento, l’autonomia differenziata e l’aggravamento del divario Nord-Sud, la crisi dei partiti e la riduzione di tutto il rapporto con gli elettori a uno storytelling centrato sulla personalizzazione? Non vorremmo sempre tornare a parlare di fascismo, ma cosa dobbiamo fare quando sentiamo elogiare Almirante e la Decima Mas, quando nei giorni che ricordano le orrende stragi della storia italiana, da piazza Fontana in poi, le cui responsabilità sono tutte attribuibili al neofascismo (altro che misteri!), tutti i rappresentanti del partito figlio del Msi eludono la verità storica e mai citano i misfatti acclarati della destra eversiva? Perché, quando vedono la verità, scappano?

Gli autori

Luca Tedoldi

Luca Tedoldi, professore di filosofia e storia, insegna nel Liceo Banfi di Vimercate.

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