Giorgia e le sue trappole

Giorgia Meloni ha vinto le elezioni europee ma ha perso 596.114 elettori. Ha potuto vantare, ospitando il G7, di essere l’unico Governo, tra i paesi UE che ne fanno parte, a non aver perso (in percentuale). Con questo, non ha visto aumentare il suo peso internazionale, che resta ai minimi termini, e si prepara a giocare la partita del rinnovo della Commissione giocando sul fatto che i suoi eurodeputati possono far pendere l’ago della bilancia in favore del rinnovo alla Von der Leyen (che invece il suo alleato Salvini vuole a tutti i costi affossare). La posta in gioco è … fare di Fitto un commissario di peso. In definitiva, la prova del voto è, per le sue ambizioni, utile solo come suggello della sua investitura quale leader della coalizione, per l’intera legislatura.

Andare oltre non le sarà facile, ma sarebbe un errore sottovalutarla e sperare che ricalchi le orme dei suoi predecessori, Renzi e Salvini, con un terzo autodafé. Si è già premurata di dire che un eventuale referendum sul premierato non sarà dirimente per il suo futuro e sull’autonomia differenziata procede con i piedi di piombo (i voti persi al sud suonano come un serio campanello di allarme). Resta però il fatto che si è dimostrata abile nel cogliere le contraddizioni della sinistra: sembra essere il suo principale punto di forza, ma è anche la sua maggiore debolezza, culturale prima che politica, per l’incapacità di cogliere le radici culturali e il ruolo storico della sinistra politica e di porle a confronto con quelle della destra di cui è attualmente la leader. Poiché questo limite è il portato della sua storia personale, con tutto il peso che questa continua a rivestire, è praticamente impossibile che non resti prigioniera di questa trappola.

Guardando alle sue radici, sono molte le trappole in cui cade con la sua costruzione ideologica, riassunta nel classico Dio, Patria, Famiglia. Quanto al cristianesimo, rievoca quello delle crociate e si ferma un momento prima dell’illuminismo e delle rivoluzioni borghesi: la sua idea delle “radici cristiane dell’Europa” è perciò una pura costruzione fantastica che la destra estrema usa per legittimare il suprematismo, il razzismo, la volontà di potenza. Nell’opporre il cristianesimo all’Islam, si ritrova in Bannon (quindi in Trump) e nella Russia di Putin che «è parte del nostro sistema di valori europei, difende l’identità cristiana e combatte il fondamentalismo islamico» (Io sono Giorgia [1]). Quanto alla famiglia, non avendola mai avuta nel modello classico, ha dovuto ammettere, giustamente, la piena libertà di scelta delle persone quanto al modello di relazioni familiari, ma dimostra piuttosto una profonda adesione al valore del familismo, che con Dio e Patria ha poco in comune. Infine, si dichiara patriota: esprime perfino un richiamo all’importanza di una memoria storica condivisa ma si guarda bene dall’esprimere un qualunque richiamo alla storia patria. Non può farlo perché, se è arrivata a convincersi di dover prendere le distanze dal fascismo (a mezza bocca), è cresciuta nutrendosi di odio nei confronti dell’antifascismo. E quella storia la porta a rimuovere un pezzo fondamentale della storia patria cancellando il quarto stato, la sua cultura, i suoi movimenti, i suoi eroi, le sue conquiste.

È ossessionata dal fighettismo, da Capalbio, da Saviano, dalle terrazze romane della ZTL. In effetti sono i danni collaterali prodotti dai politici della sinistra pentita della sua storia, che invece di dare ascolto a quanti la raccontano e la tengono in vita, si affidano agli editorialisti di casa Elkann per sapere quale strada imboccare. Su queste contraddizioni della politica (che si definisce) di sinistra Giorgia affonda i colpi, ma non ci si deve lasciare incantare dal suo “popolarismo” che identifica la sinistra con l’élite. La sua fortuna politica in realtà si è costruita sulla presa di distanza dai centri del potere economico, al tempo sia di Monti che del Patto del Nazareno, che di Draghi. L’impronta è quella di estrema destra degli alt-right, del trumpismo contro la politica che si lascia corrompere. Sono state queste però le scelte che l’hanno portata a calamitare il voto di una bella fetta di elettorato di Lega e FI, nonché della destra populista che Grillo aveva attirato nei Cinquestelle: ben più che aver giocato sull’immagine di borgatara, pesciarola, sul “romanaccio” e il timbro di voce sopra le righe, per rivendicare l’appartenenza al “popolo”. Quel richiamo non le ha portato chissà quanti voti provenienti dalla sinistra: il popolo in cui ha pescato è più che altro nei piani bassi dell’evasione fiscale (a cui parla di “pizzo di Stato”) e del razzismo (quello che ha nel mirino gli zingari ladruncoli e gli immigrati che occupano le case e, da cristiano, si volta dall’altra parte se centinaia di disperati vengono lasciati affogare dai ricognitori aerei che ignorano la pietà cristiana).

Il risultato che ottiene, affondando il dito nella piaga di una sinistra che aderisce al pensiero unico, è un altro: portare metà dell’elettorato a rifiutarsi di esprimere un voto, perché vorrebbe esprimerlo per il cambiamento, o quanto meno per la protesta, ma non trova chi faccia credere di poterlo raccogliere. Ora però questa storia di “destra anti-sistema” sta portando Giorgia in un groviglio di contraddizioni da cui fa sempre più fatica a districarsi. Con il risultato di un calo dei consensi in termini assoluti più rilevante di quello in percentuale, perché continua ad alimentare l’astensione, la sfiducia e lo scoramento perdendo pezzi del suo seguito “popolare”. Il catalogo delle trappole è assai lungo: dalle tasse sugli extra-profitti cancellate per ordine degli eredi Berlusconi, al fossile incentivato; dal fare affari con i (da lei odiatissimi) padroni francesi, amici di Macron al foraggiare l’industria delle armi negando spudoratamente di farlo; fino ai servizietti furbastri a favore di Confindustria, Coldiretti, commercialisti e consulenti del lavoro, facendo finta di non vedere i maxi-servizi che il suo vice e i suoi sodali garantiscono senza ritegno ai costruttori di ogni genere di opera edile, dalla mansardina al mega-ponte. A tutto questo elenco si aggiungono, ancora più pesanti, le grandi questioni su cui, una volta insediata sul ponte di comando, si è resa conto di doversi mettere al servizio del sistema, dei capitalisti corruttori, della burocrazia di Bruxelles, dei banchieri di Francoforte, dei finanzieri con sede a Lussemburgo, della NATO, fino al deep state che manovra i Democratici USA e lo stesso Trump, che lo ammetta o no.

L’ebbrezza del potere, e la sua storia a senso unico, la stanno trasformando irrimediabilmente. Non tanto per la casa con piscina (che per un parlamentare è solo uno sfizio) ma per l’effetto che fa l’essere corteggiata da quelli che vogliono spostare a destra l’asse di un’Europa ridotta a vassalla: la Le Pen, come Draghi, Biden e la von der Leyen prima di lei hanno tutti compreso la differenza che passa tra Giorgia e Salvini e puntano su di lei. E la figlia del popolo si va trasformando in uno dei più fulgidi esempi di personalizzazione della politica attorno alla “donna sola al comando” che ben tratteggia Michele Prospero (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/05/06/giorgia-detta-giorgia-il-nome-e-la-cosa). Le elezioni europee sono state un primo passaggio stretto: altri ne seguiranno, ma il tempo scorre e sarebbe ora che una sinistra, radicata nella storia migliore del nostro paese e con lo sguardo capace di guardare in un futuro che può far tremare le vene dei polsi, emerga e risponda alla chiamata.

Nota:

[1] Devo al compianto Domenico De Masi il consiglio, prezioso, suggerito ai presenti durante un incontro che si teneva poco prima delle scorse politiche, di leggere il volumetto, allora appena uscito, Io sono Giorgia perché il suo retroterra culturale sarebbe risultato chiaro e da lì si poteva partire per contrastarla in modo efficace. Ho commesso l’errore di seguire il suo consiglio solo dopo le elezioni, ma è stato in effetti illuminante

Gli autori

Giovanni Principe

Giovanni Principe (Roma, 1947), economista nel campo delle politiche sociali, già primo ricercatore nell’Istituto di Studi e Analisi Economiche (ISAE) e direttore generale dell’Istituto per la Formazione dei Lavoratori (ISFOL) è stato a lungo dirigente di strutture CGIL. Attualmente fa parte del comitato scientifico di “Politiche Sociali” (Il Mulino) e “La Rivista delle Politiche Sociali” (Futura-Ediesse).

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.