Elogio del conflitto e del dissenso

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Non saprei dire se è stato fatto un collegamento tra i fatti di Torino (3 ottobre 2023) e quelli di Pisa (23 febbraio 2024). Ma mi sembra evidente il nesso tra le due manifestazioni studentesche di protesta che hanno visto entrambe una reazione sproporzionata da parte delle forze dell’ordine. In entrambi i casi sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento che «l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile» (Matteo Piantedosi). Anche se, in realtà, in particolare a proposito di Torino, il Ministro dell’Interno si riferiva a una presunta violenza da parte dei manifestanti, giova ricordare che l’uso “giustificato” della forza e della violenza impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati. Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato.

Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia (Einaudi, 1984) se c’è un «criterio discriminante» tra la democrazia e il dispotismo, questo è «la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso» (p. 53). In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione.

In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”, tra una democrazia pluralistica e conflittuale e una democrazia decidente e plebiscitaria che nega il conflitto. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso.

Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio nel testo citato, il passaggio dallo stato di natura (che è uno stato polemico) allo stato civile (che è uno stato agonistico) non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è «un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso». Tuttavia, sostiene, che «in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico» (ivi). Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento.

Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso, ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. La prospettiva nonviolenta, che è quella qui adottata, aggiunge alla democrazia una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile.

L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è «un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche» (A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza [1967], Edizioni dell’asino, 2009, p. 136).

Se la principale caratteristica della democrazia è il pluralismo, per contrasto l’unanimismo è la cifra delle dittature, delle autocrazie e delle cosiddette “democrazie illiberali” (che ricordano molto le cosiddette “democrazie popolari” d’antica memoria). Dal punto di vista della nonviolenza, la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso.

L’articolo è pubblicato anche nel sito del CIDI (https://www.ciditorino.it/il-valore-del-dissenso-a-futura-memoria-sui-fatti-di-torino-e-di-pisa)

Gli autori

Pietro Polito

Pietro Polito, storico delle idee, è direttore del Centro studi Piero Gobetti e curatore dell’archivio Norberto Bobbio. Si occupa del Novecento “ideologico” italiano ed è autore di saggi su Piero e Ada Gobetti, Aldo Capitini, Norberto Bobbio e Danilo Dolci. L’altro suo filone di studi è la pace, la nonviolenza e l’obiezione di coscienza.

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