Modificare subito la legge elettorale, anche con un referendum

image_pdfimage_print

Meloni vuole l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, con una legge elettorale che garantisca al Presidente eletto la maggioranza assoluta del Parlamento. Salvini vuole l’autonomia differenziata, nuova versione della secessione della Padania, resa possibile dalla scellerata riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, approvata con una maggioranza risicatissima, voluta nel 2001 dal centrosinistra nel disperato tentativo di soddisfare la richiesta di federalismo della Lega. Niente di buono poteva arrivare da una riforma costituzionale che usava la Costituzione come merce di scambio per il potere. Il federalismo asimmetrico – assoluta bizzarria estranea al federalismo noto a livello mondiale – consente, infatti, la secessione di fatto di una o più regioni dal resto d’Italia. Baratto ieri, baratto oggi… e poco importa se cedere alle richieste della Lega significa attentare a quel nazionalismo a cui Fratelli d’Italia fa costantemente riferimento. Certo, il nazionalismo è cosa diversa dall’unità repubblicana, ma qui invece di andare oltre il nazionalismo, si rischia di disgregare la Repubblica e con essa la Nazione.

Così, nel centrodestra c’è chi lavora per giungere in breve a un testo di riforma costituzionale condiviso da tutta la maggioranza in modo da accelerare l’iter parlamentare e allo stesso tempo accelerare sull’Autonomia differenziata, indispensabile alla sopravvivenza politica di Salvini. Probabile che dalla riforma costituzionale sparisca l’indicazione del premio elettorale del 55% dei seggi parlamentari al Presidente del Consiglio eletto, mantenendo l’indicazione che la nuova legge elettorale dovrà garantire la maggioranza assoluta al Presidente eletto. Probabile anche che si torni all’ipotesi iniziale che in caso di sfiducia al Presidente eletto si torni alle urne, senza più l’ipotesi di un nuovo incarico ad altro componente della maggioranza per proseguire l’indirizzo politico del governo del Presidente eletto, iniziale grottesca ipotesi priva di logica. Infine, forse sarà introdotto il limite dei mandati, ma chissà… Tutte queste ipotesi di modifica della riforma costituzionale non producono nulla di buono. Infatti, portata a casa la riforma, il successivo passo potrebbe essere una legge elettorale più maggioritaria di quella attuale per rendere la maggioranza parlamentare autonoma anche nell’approvazione delle riforme costituzionali, senza più passare attraverso il referendum confermativo.

Ancora una volta, questa riforma costituzionale si basa sugli strumenti impolitici forniti negli anni proprio dal centrosinistra. I primi germi di questa riforma meloniana li troviamo già nella Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 in cui si prevedeva «una forma di governo centrata sulla figura del Primo Ministro» e «sulla scheda elettorale, l’indicazione – a fianco del candidato del collegio uninominale – del partito o della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato». E, ovviamente, la Tesi proseguiva affermando che «appare opportuno dare vita a una convenzione costituzionale secondo la quale un cambiamento di maggioranza di Governo richieda di norma e comunque in tempi brevi lo scioglimento della Camera politica e il ricorso a nuove elezioni»

Come sappiamo, la designazione del candidato premier fu accolta dal centrodestra e inserita nel famigerato Porcellum (2005), mentre la tesi del governo incentrato sulla figura del Primo Ministro è stata elaborata e sintetizzata nell’immagine, tanto suggestiva quanto populista, del sindaco d’Italia, proposta da Renzi e sposata dal PD, ma già Bersani rivendicava una legge elettorale in grado di darci un governo alla sera delle elezioni. Quindi, elezioni per scegliere il Governo. Renzi accontentò Bersani con l’Italicum, unica legge elettorale al mondo in grado di garantire con certezza matematica una maggioranza di governo alla sera dopo il voto. Il sindaco, infatti, è eletto direttamente dagli elettori e così il sindaco d’Italia deve essere eletto direttamente dagli elettori, secondo la chiarissima sintesi meloniana. Con la proposta di riforma costituzionale della Meloni il centrodestra realizza le proposte del centrosinistra. D’accordo, le proposte del centrodestra sono meno raffinate nell’eloquio, ma proprio per questo più efficaci e temibili non lasciando spazio alcuno a suggestioni e illusioni.

L’elezione diretta del Presidente del Consiglio, dunque, rafforza una tendenza che è in atto dal 1993: le elezioni servono soprattutto per scegliere il Governo, al punto che col susseguirsi delle leggi elettorali, agli elettori non è stato più riconosciuto il diritto di scegliere i propri rappresentati mentre gli sarebbe concesso il diritto di scegliere il Primo Ministro. Da qui lo slogan della Meloni “Volete essere voi a scegliere o volete che siano i partiti?”. Scegliere cosa? Il Capo del Governo, ovvio. Questa soluzione porta a formare coalizioni forzate per competere nel diritto di formare il Governo. Che vinca A o che vinca B, il risultato sarebbe sempre che chi vince fa cappotto, controllando oltre al Parlamento anche il Quirinale e potenzialmente la Corte costituzionale. Chi vince tiene la palla fino alle successive elezioni e chi perde sta in panchina. In breve, dittatura della maggioranza relativa.

Da quando nel 1993 c’è stata la pasticciata e cialtrona svolta maggioritaria, nessuna parte politica ha avuto l’intelligenza e la cultura democratica necessarie per rendersi conto che laddove si sacrifica la rappresentatività del Parlamento in nome della presunta governabilità è necessario realizzare efficaci sistemi di controllo, bilanciamenti, contrappesi e garanzie di cui il nostro sistema è totalmente privo, anche a causa del lento e continuo lavorio di demolizione della Costituzione iniziato nei fatti nel 1953, con il primo ingiustificato scioglimento anticipato del Senato, proseguito con le riforme costituzionali del 1963 e giunto fino al 2021 quando è stato uniformato l’elettorato del Senato a quello della Camera, demolendo così l’unico forte contrappeso rappresentato in origine da un bicameralismo composto da due camere con identici poteri ma differenziate nella durata, nell’elettorato, nelle modalità di elezione e persino nella legge elettorale.

Analizzando la proposta di riforma Meloni, il punto più importante su cui riflettere è che in nessun sistema liberale esiste l’elezione diretta di un presidente o premier (o cancelliere) garantendogli allo stesso tempo la maggioranza assoluta del Parlamento. Non esiste un sistema simile negli Usa, nel Regno Unito, in Francia, in Germania… Ovunque, il Presidente o il Premier deve costruirsi la necessaria maggioranza con la propria capacità di mediazione e autorevolezza. In Italia, invece, avremmo una maggioranza relativa che si trasforma in maggioranza assoluta nella totale assenza di bilanciamenti e controlli, contrappesi e garanzie costituzionali. Il Re poteva sollevare dall’incarico il Capo del Governo, come infatti fece, mentre il nostro Presidente della Repubblica non potrebbe licenziare il Presidente del Consiglio!

Così verrebbe meno la separazione tra potere esecutivo e potere legislativo in un Paese, come l’Italia, in cui il Parlamento è da molti anni un’assemblea di nominati dai partiti a cui manca totalmente il sostegno diretto da parte degli elettori. Nessun parlamentare, infatti, è stato eletto dagli elettori; ciascuno è stato scelto dai partiti che si sono sostituiti agli elettori nella scelta dei loro rappresentanti. I parlamentari non rappresentano gli elettori e ancor meno la Nazione. I parlamentari sono stati ridotti a semplici collaboratori del capo partito che li sceglie e che li può rottamare. Ciò produce una maggioranza parlamentare di norma sottomessa al capo politico. Se poi il capo politico è anche capo del governo, allora si crea il più temibile vincolo di mandato che si possa immaginare: totale coincidenza tra controllato e controllore. Assistiamo così a un Parlamento che è esautorato dall’Esecutivo, che nei fatti assorbe la funzione legislativa con l’abuso della legge delega, della decretazione e del voto di fiducia

L’unico modo per contrastare questa ennesima deforma costituzionale è smantellare la legge elettorale vigente, restituendo dignità e rappresentatività al Parlamento. Per questo occorre giungere a un referendum per modificare la legge elettorale, vista l’incapacità e l’inerzia di questo Parlamento come del precedente. Solo il superamento del Rosatellum, con il suo carico di partitocrazia che azzera la democrazia rappresentativa e la centralità del Parlamento, può consentirci di avere forza nel respingere la riforma Meloni che tenta di realizzare il disegno renziano del sindaco d’Italia. La Riforma Meloni – figlia dell’incultura democratica che arriva da lontano – punta direttamente e sfacciatamente a instaurare la dittatura della maggioranza relativa e ciò è reso possibile da una legge elettorale approvata nel 2017 con una raffica di voti di fiducia dall’ultimo Parlamento eletto con l’incostituzionale Porcellum! Se vogliamo riprendere la strada indicata dalla Costituzione nata dall’antifascismo, quello vero, quello vissuto, quello che lavora per costruire giustizia sociale e non quello da bere o da indossare che tanto va di modo adesso, è dalla demolizione dell’attuale legge elettorale che occorre partire.

Gli autori

Sergio Bagnasco

Sergio Bagnasco vive in provincia di Pavia e lavora nel campo dell’editoria. Da sempre orfano di sinistra, si occupa di politica e in particolare degli aspetti relativi a rappresentanza, costituzione e istituzioni. Fa parte del direttivo nazionale del Comitato per la difesa della Costituzione,

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.