Il Governo Meloni e la lievitazione dei decreti legge

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Il Governo si è trasformato in Parlamento e la divisione dei poteri è diventata una somma. È questa l’amara conclusione a cui si giunge di fronte ai dati delle leggi approvate nel primo anno del Governo Meloni. I numeri, recentemente presentati dalla Fondazione Openpolis, mostrano il progressivo utilizzo dei decreti legge da parte del Governo e l’espropriazione della funzione legislativa del Parlamento.

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Come è noto la Costituzione consente al Governo di approvare atti aventi forza di legge: il decreto legislativo e il decreto legge. Quest’ultimo in particolare, è un atto normativo che, in base all’articolo 77 della Costituzione, l’esecutivo dovrebbe adottare soltanto in casi straordinari di necessità e urgenza.

Fino alla scorsa legislatura i decreti legge non hanno mai superato il 30% del complesso normativo approvato. Soltanto nella legislatura dal 2018 al 2022 i decreti legge hanno raggiunto il 33% della normativa. Questo aumento si può spiegare con la pandemia, effettivamente una situazione di necessità e urgenza.

Invece è del tutto ingiustificabile il fatto che nell’attuale legislatura, cioè da quando è stato insediato il Governo condotto da Giorgia Meloni, i decreti legge siano stati pari al 50% delle leggi. È evidente l’abuso della decretazione d’urgenza, che ha lasciato al Parlamento soltanto il 20% delle leggi ordinarie. Il rimanente 30% è dovuto a ratifica di trattati internazionali (23%), leggi di bilancio (5%) e leggi costituzionali (2%).

Di fronte a questo quadro, che mette in crisi l’equilibrio dei poteri che sta alla base della Carta Costituzionale, ci si aspetterebbe una reazione forte, che spinga il Governo a rientrare nel perimetro stabilito dall’ordinamento democratico. Anzitutto sarebbe utile un intervento più deciso e una valutazione più attenta del Presidente della Repubblica, che non dovrebbe sottoscrivere i decreti legge che non presentano le caratteristiche di “necessità e urgenza”. E anche il Parlamento dovrebbe far sentire la propria voce, poiché il Governo è obbligato ad operare seguendo l’indirizzo politico delle Camere che gli hanno concesso la fiducia. L’Italia è anzitutto una democrazia parlamentare, nella quale è prerogativa del Parlamento discutere e approvare le normative. Al Governo possono essere delegati gli aspetti attuativi, soprattutto attraverso i decreti legislativi.

In questo scenario è incredibile che l’attuale Governo abbia presentato una riforma costituzionale per ottenere l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri. In questo modo verrebbe ulteriormente rafforzato il potere del Governo, mentre i dati ci mostrano con estrema chiarezza che in realtà esiste un problema inverso. Oggi bisognerebbe porre maggiori limiti all’azione del Governo, restituendo spazio e potere alla legittima e specifica attività del Parlamento. È sempre attuale il monito di Piero Calamandrei: «Per far vivere una democrazia non basta la ragione codificata nelle norme di una Costituzione democratica ma occorre, dietro di esse, la vigile e operosa presenza del costume democratico che voglia e sappia tradurla, giorno per giorno, in concreta, ragionata e ragionevole realtà».

Gli autori

Rocco Artifoni

Rocco Artifoni è presidente nazionale dell’Associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP), referente per la Lombardia dell’Associazione Art. 53, responsabile comunicazione del Coordinamento provinciale di Bergamo di Libera e del Comitato bergamasco per la difesa della Costituzione.

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