Gli spari sopra, ovvero la guerra e la fine della politica

Quanto vale la vita di un ucraino? Due volte quella di un palestinese? E la vita di un europeo occidentale, bello, intonso, sì un po’ piegato dall’inflazione, ma nemmeno sfiorato dalle schegge dei conflitti che incendiano il mondo, vale cinque o dieci volte quella di un ucraino e un palestinese messi insieme? E un bambino israeliano soffocato, insanguinato, sgozzato dal furore di Hamas nei kibbutz vale di più di un bambino palestinese che esplode sotto le bombe indiscriminate sulla Striscia di Gaza? Quanti raid aerei assegniamo per ogni donna o bambino presi in ostaggio? E quanto terrorismo di vendetta e di ritorno per le migliaia di donne e bambini che smettono di respirare dopo i raid? Quanti ostaggi israeliani fanno pari e patta con Gaza City distrutta e rasa al suolo? E i soldati russi, li vogliamo prezzare? Squassati, spappolati, sfracellati dai missili ucraini. No, quelli non valgono niente, poveri codardi incapaci di ribellarsi a Putin! Che non si contino nemmeno le loro vite, poveri diavoli! La follia in cui siamo immersi a questo ci sta portando, alla vita umana senza più valore, al buio della ragione, all’esaltazione della guerra come un videogame, corpi che saltano per fare spazio a giochi di potere, propagande, guerre infinite. Ironia della sorte proprio dopo la pandemia, che avrebbe dovuto farci riflettere sul valore della vita umana. E tutti (o quasi) sui social e sui media hanno messo l’elmetto senza fare la guerra. Patenti di fedeltà all’Occidente, patenti di fedeltà allo Stato ebraico o alla causa palestinese. Patenti che tra l’altro non si capisce bene chi rilascia e per andare dove.

«This is a time for war» ha detto Benjamin Netanyahu escludendo un cessate il fuoco a Gaza, dopo che il New York Times ha rivelato che l’intelligence israeliana che si occupa di intercettare le comunicazioni aveva smesso di ascoltare le conversazioni di Hamas da un anno perché lo considerava uno spreco di risorse. Facile così, no? Lo ha superato, e non era semplice, il presidente di Israele Isaac Herzog: «È un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera». Incredibile ma vero, siamo ancora qui, vent’anni dopo l’11 settembre e ciò che ne è venuto dopo, a scrivere che il terrorismo si sconfigge con operazioni mirate. L’invasione insensata e poi la ritirata vergognosa dall’Afghanistan e quella costruita sulle menzogne dell’Iraq hanno prodotto un milione di morti, il buco nero di Guantanamo, moltiplicato gli attentati di Al Qaida in Europa, provocato il disastro in Siria, in Libia e il mostro Dàesh. «Non commettete i nostri errori dopo l’11 settembre» ha detto Biden, dopo ventidue anni, migliaia e migliaia di morti e con l’aria di uno che ha preso l’uscita sbagliata in autostrada. Proprio in seguito a una richiesta di Washington, nel 2012 è stato aperto in Qatar l’ufficio politico di Hamas per «stabilire linee di comunicazione indirette», ha ricordato l’ambasciatore del Qatar negli Stati Uniti, membro della famiglia dello sceicco Al Thani. Hamas è finanziata sontuosamente dal Qatar, il quale naturalmente acquista armi dall’Occidente, anzi diciamola meglio: è il primo cliente nella vendita delle armi italiane. Tutto meravigliosamente.

Qualunque persona sana di mente non può che restare inorridita da ciò che ha fatto Hamas il 7 ottobre scorso. Così come qualunque persona dotata di buon senso non può che condannare l’aggressione militare russa dell’Ucraina del febbraio 2022. Ma siamo stanchi del doppio standard, di guerre considerate legali e altre illegali, di vite umane che contano più di altre, di formule retoriche e false come “guerra per l’umanità”, “esportazione della democrazia”, “operazione Spade di ferro”, “operazione speciale” che nascondono solo punizioni collettive indiscriminate, diritto internazionale calpestato, crimini contro l’umanità e furia bellicista (che coinvolge tra l’altro potenze nucleari, ma anche questo ormai passa in sordina). Rivendichiamo il diritto di usare e pretendere non dico la parola “pace”, bella bellissima ma nello scenario attuale oggettivamente poco praticabile nell’immediato, ma le parole “cessate il fuoco”, “tregua umanitaria”, “diplomazia”, “trattativa”, “negoziato”, “cooperazione internazionale”, “conferenza di pace”. O in una sola, “politica”. Non è più accettabile che nel XXI secolo coloro che si oppongono alla violenza contro i civili, alle guerre moderne che sono sempre dei massacri di massa debbano essere considerati fuori dagli standard. Come non è accettabile che coloro che criticano il sistema economico o la politica estera occidentale diventino estremisti, antiamericani, filo Hamas, pacifinti, filoputiniani. Al contrario, chiedono una politica occidentale diversa, chiedono più democrazia, più eguaglianza, più cooperazione tra i popoli.

Quello a cui stiamo assistendo è una delle tante conseguenze della “fine della Politica” – la fine della Storia si disse allora con Fukuyama – quando si è creduto che con la fine della Guerra fredda e l’inizio della globalizzazione tutto potesse essere regolato dal mercato liberista e dagli affari. Tralasciando relazioni politiche, diplomatiche, storie di popoli, diritti umanitari, livelli dignitosi per tutte le comunità. In fondo siamo noi tutti ostaggi di un mondo che non riconosce più la politica come regolatore dei conflitti. È anche il fallimento degli organismi politici internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite per arrivare alla Corte penale internazionale. Senza tanti giri di parole, il potere di veto dei membri permanenti e le risoluzioni non vincolanti dell’Assemblea a cui non fanno seguito prassi politiche sono ormai strumenti inadeguati. So bene che di fronte a questi discorsi sull’Onu, gli esperti di geopolitica e gli analisti di politica internazionale scrollano le spalle e sorridono, come a dire: “povero ingenuo!”. Tuttavia, questi signori dovrebbero spiegarci come si fa a governare un mondo abitato da 8 miliardi di persone, con macroregioni che per fortuna ora contano e prima erano invisibili, senza affidarsi alla legge del taglione e del più forte. Che poi detto per inciso, potrebbe vedere l’Occidente soccombere. Non potranno che esserci ferite che produrranno altre ferite, mostri per altri mostri, generazioni che cresceranno nell’odio come accaduto prima e dopo l’11 settembre, gettando un’ombra lunga sull’intero secolo.

Questa recrudescenza la vediamo già in atto: sostenitori della causa palestinese scambiati per sostenitori di Hamas, propaganda jihadista che si mescola con l’antisemitismo, oltre alla solita balla che sentiamo dal 2001 sulla guerra di civiltà e tra Bene e Male. Che poi tra il Bene e il Male, c’è sempre il ridicolo. Vittima di uno scherzo telefonico (sic!), per merito del suo mirabolante staff, la premier Meloni intercettata al telefono dice che «la controffensiva dell’Ucraina non sta andando come ci si aspettava» e «non ha cambiato il destino del conflitto». Quindi «tutti capiscono che potrebbe durare molti anni se non cerchiamo di trovare una soluzione. […] Il problema è trovare una via d’uscita accettabile per entrambe le parti senza distruggere la legge internazionale. Ho alcune idee su come gestire questa situazione, ma aspetto il momento giusto per metterle sul tavolo». Presidente Meloni, i suoi elettori l’hanno votata per “aspettare il momento giusto”, per essere disonesta o per dire la verità agli italiani, visto che lei in pubblico e in Parlamento ha sempre sostenuto il contrario sulla strategia da tenere in Ucraina? Non penserà mica – dopo il sostegno economico dato e il sacrificio degli italiani – di uscire da questo fallimento politico senza considerarsi responsabile (insieme al governo Draghi e a tutte le forze politiche che lo hanno sostenuto)? In un Paese civile un premier che mente si dimette. Anche perché ormai esiste un’ampia pubblicistica mai smentita sulla possibilità di una tregua e di un accordo un mese dopo l’invasione russa. Stendiamo poi un velo pietoso sull’Europa. Un giorno ci vergogneremo di un continente incapace di pronunciare la parola “tregua”, che non riesce più a scrivere nero su bianco “cessate il fuoco” e che si sta lasciando morire politicamente sotto i colpi della propaganda. Per ora godiamoci lo spettacolo (macabro), tra una patatina e un prosecco sul divano, gli spari sopra sono per noi.

L’articolo è stato pubblicato anche su la fionda (www.lafionda.org)

Gli autori

Mario Barbati

Mario Barbati, giornalista e scrittore, è stato cronista di politica e d’agenzia. Ha scritto per “Repubblica”, “MicroMega”, “notizie.it”. Collabora attualmente con “la fionda”.

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