Mario Tronti. Dentro e contro

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Il pensiero di Mario Tronti (nato a Roma il  21 luglio 1931 e morto a Ferentillo tre settimane fa, il 7 agosto) è stato analiticamente cadenzato lungo alcune fasi: l’operaismo, l’autonomia del politico, l’attenzione alla teologia politica e a tutte quelle istanze che portano in sé forme di alterità. Questi passaggi non devono essere intesi come fratture o salti di paradigma ma come articolazioni di un modo d’essere, ragionare e vivere il politico unificato da un preciso indirizzo strategico: la critica radicale della realtà in atto e il tentativo di forzare le maglie, sempre più strette, che avvolgono un presente segnato dall’articolazione egemonica del capitalismo neoliberista con la forma di vita borghese e l’architettura liberal-democratica. Un accadere immobilizzato nell’avvitamento sull’identico.

Un tempo, il nostro, ormai distante dal Novecento, il secolo “grande e terribile” che attraverso rivoluzioni e guerre (sì, poiché “la guerra fa girare il mondo” come ha scritto in uno dei suoi ultimi contributi in La teologia politica al tempo della geopolitica, Quodlibet, 2023) aveva coinvolto e sconvolto non solo i rapporti sociali e non meno le dinamiche istituzionali, statali e partitiche fino a penetrare nella radice dell’umano. All’esordio del XX secolo il capitalismo ha dovuto confrontarsi con il “ribaltamento” operato dalla Rivoluzione d’ottobre, cioè il vittorioso assalto al cielo attuato da una potente mescola di avanguardie, partito e classe. Per rispondere alla “grande paura” che aveva scosso il comando capitalistico mondiale, la borghesia aveva messo in campo una più decisa direzione politica del mercato, concretizzata nelle politiche keynesiane e nel welfare. Dopo la sconfitta dei fascismi il confronto tra i due campi si estendeva nel secondo dopoguerra, con profonde metamorfosi sul terreno della riproduzione sociale, delle soggettività, della politica. La fabbrica fordista diventava così il laboratorio dello scontro di classe e in essa trovava origine il paradigma operaista che anteponeva il conflitto alla risposta del capitale, individuando nella classe operaia una forza viva cui era consustanziale una politicità trasformativa. Uno scontro duro che ha attraversato per intero gli anni Sessanta, in varie espressioni di conflitto, senza però approdare all’esito politico ipotizzato.

Dopo il biennio rosso ’68-’69 (per Tronti il rosso di un tramonto e non dell’insorgenza) quella classe operaia doveva trovare nuove leve per attaccare, sempre nella dialettica del dentro-e-contro, la cittadella del nemico. Dall’impasse rivoluzionaria si delinea il progetto trontiano di utilizzare tatticamente la forma partito per la strategia di classe. In tal senso, il passaggio dall’operaismo all’autonomia del politico si configura come manovra sul terreno delle istituzioni, dei partiti, delle organizzazioni indirizzata all’uso operaio dello Stato. Le riflessioni, gli scontri e i confronti teorici si svolgevano nelle pagine delle riviste che hanno profondamente segnato la cultura politica: «Quaderni rossi», «Classe operaia», «Contropiano» mentre la militanza era praticata nel partito, nelle sue sezioni, anche nelle strutture dirigenziali del PCI. In Tronti la prospettiva rivoluzionaria cambiava il passo tattico. Immodificato restava il rigetto radicale di questa realtà in cui la parte avversaria era stata capace di frammentare il fronte antagonista praticando egemonia attraverso l’antipolitica, i fremiti decadenti del “pensiero debole”, la demonizzazione della forza e del potere quali espressioni del male. La borghesizzazione del mondo portava in luce anche l’inabissarsi della Kultur grande-borghese, tragica e abissale e l’emergere della Zivilisation, cioè di quella cultura media, edulcorata e irenica, che si è lentamente imposta prima nell’occidente, poi nelle terre conquistate dai suoi eserciti e dal suo mercato. Fino alla diffusione planetaria del “borghese medio” nuova Figur, un “tipo antropologico” segnato dall’individualismo proprietario e dalla condivisione in interiore homine dei valori dominanti.

Realisticamente – e il realismo è un a priori della politica – Tronti constatava che «la politica è franata del suo stesso cuore interno. Rimotivare le ragioni dal cuore della politica, per tornare a scagliarla contro l’insopportabile dittatura della storia presente, è impresa ardua. Per assumerla, per compierla, ogni strada che si apre, va percorsa fino in fondo» (Mario Tronti, Perché teologia politica, in «Democrazia e diritto», 2008, n. 3, p. 11). Lo scandaglio gettato nel passato, dopo aver volto le “spalle al futuro”, è una di queste vie di ricerca. I testi sulla rivoluzione inglese (recentemente riediti) in cui Cromwell e Hobbes prefiguravano la forma partito e l’autonomia del politico; la riflessione storico-politica sul comunismo sovietico, i motivi del suo fallimento e, al tempo stesso, la necessità di ribadire la sua funzione di grandioso esperimento di rovesciamento del potere; il riformismo del capitale; infine l’uso di parte del pensiero grande borghese e di quello della rivoluzione conservatrice. Sono stati i terreni di riflessione su cui Tronti ha sviluppato il suo “pensare per l’agire” che da Operai e capitale è stato il segno della sua riflessione politica: non inanellare storicisticamente “critiche della critica” ma filosofare con il martello, cercare pensiero forte per un agire forte.

L’insegnamento di Tronti è stato anche impartito nelle aule universitarie di Siena, nelle sedi di partito e tra i militanti di base, nell’impegno, alto e serissimo, dell’attività parlamentare (forse mai amata fino in fondo) con il PDS e il PD, nel Centro per la Riforma dello Stato. Organizzava intanto pensiero in altri volumi, esprimendolo in un linguaggio che non ha mai perso le pennellate espressionistiche e la lancinante efficacia dei primi scritti. Con le spalle al futuro, La politica al tramonto, Per la critica del presente, Dello spirito libero, La saggezza della lotta, sono declinazioni – dai titoli programmatici – di un inesausto sforzo di comprensione e modificazione, nella volontà di trascendenza da tutto ciò che inibisce e mortifica l’umano. Questo il senso di un ultimo approdo, quello della teologia politica, intesa come una forma di spiritualità, istanza catecontica, che frena il presunto esito destinale di questa storia. «La grande politica ha sempre richiesto un contesto di fede religiosa. C’è stato bisogno della teologia politica perché la politica moderna potesse profetizzare e organizzare il disperato tentativo di far uscire la storia dai suoi cardini» (Mario Tronti, La politica al tramonto, cit., p. 15). Se l’Occidente nel segno americano ha disciplinato le esistenze in un’unica direzione – la merce, il consumo, il valore monetario – la religiosità è la ricerca di alterità, cioè di trascendenza, dall’indefinito piano-sequenza in atto.

Nel corso della sua lunga vita Mario Tronti ha mantenuto un confronto continuo con le espressioni di resistenza al consolidarsi dell’antropologia medio borghese. Negli ultimi anni mostrava un crescente interesse per la geopolitica e per il nuovo esperimento di controllo politico del capitalismo che, in modo non ancora del tutto decodificabile, si stava svolgendo in Cina. Un grande pensiero per una politica che può tornare a essere “grande” solo se capace di riafferrare le redini della storia, tentando di darne senso, cioè significato e direzione. Le compagne e i compagni, tutti coloro che si riconoscono ancora nel modo d’essere di una parte di mondo, salutano e ringraziano Mario Tronti per l’eredità straordinaria che ha lasciato.

Gli autori

Franco Milanesi

Franco Milanesi è nato nel 1956 e ha insegnato in un liceo di Pinerolo (To) fino al 2019. È autore di articoli e saggi tra cui Militanti, Punto Rosso, 2010; Ribelli e borghesi. Nazionalbolscevismo e rivoluzione conservatrice, Aracne, 2011; Nel Novecento. Storia, teoria, politica nel pensiero di Mario Tronti, Mimesis, 2014; Il tempo inquieto. Per un uso politico della temporalità, Ombre Corte, 2022. Ha svolto attività politica e dal 2021 è assessore all’Istruzione e alla Cultura del Comune di Pinerolo.

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