Geopolitica e lotta di classe

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Nel 2012 Luciano Gallino fu intervistato da Paola Borgna: ne nacque un libro intitolato La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza. Il titolo richiama un’affermazione di Warren Buffet, noto miliardario americano, che di fronte alla domanda se la lotta di classe fosse finita, rispose semplicemente che la lotta di classe la stavano vincendo i capitalisti come lui contro i lavoratori e i ceti medi. Il libro propone un’analisi accurata e documentata della situazione delle classi sociali all’interno dei processi di globalizzazione economica e finanziaria e di affermazione egemonica del pensiero neoliberista. Da questo punto di vista, nonostante i dieci anni trascorsi, il testo continua a essere tuttora una lettura approfondita e stimolante. Nel corso dell’intervista, Paola Borgna chiede a Gallino se la crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 (e ancora in atto) può essere considerata in un’ottica marxista un fattore di indebolimento dei vincitori della lotta di classe (la borghesia capitalistica). Ecco la risposta di Luciano Gallino: «Forse la crisi attuale non è ancora così profonda e drammatica per poter scatenare conflitti radicali sia entro la classe dominante – la classe capitalistica transnazionale – sia tra essa e altre classi».

Nel corso di questi ultimi dieci anni altri fattori di crisi si sono aggiunti alla sempre incerta situazione finanziaria ed economica: la grave crisi pandemica che ha messo in evidenza la fragilità della condizione sanitaria della nostra specie, l’accentuazione drammatica della crisi climatica e ambientale e, da ultimo, la crisi geopolitica connessa all’invasione russa dell’Ucraina e alle forti tensioni nel mare della Cina. Sui primi due aspetti – la crisi sanitaria e quella climatica – l’orientamento politico prevalente continua a essere, nonostante tutto, quello neoliberista, ma le tensioni belliche sembrano invece aprire quelle contraddizioni interne alla classe dominante che Gallino allora non registrava.

La lettura prevalente della guerra in corso, che ci viene quotidianamente proposta, è quella di uno scontro tra una sorta di volontà imperiale della Russia e la difesa dei valori democratici dell’Occidente; oppure, all’opposto, di un’espansione imperialistica degli Stati Uniti, attraverso la Nato, volta a indebolire l’autonomia nazionale, politica ed economica della Russia. Le letture contrapposte concordano solo sulla marginalità dell’Unione Europea. Da entrambe queste letture emerge anche, seppur con valutazioni ovviamente opposte, la constatazione che la maggior parte dei paesi nel mondo preferisca non schierarsi apertamente in favore di uno dei due contendenti. La stessa posizione della Cina, anche se esplicitamente avversa agli Stati Uniti, in forza della questione di Taiwan, e tendenzialmente più vicina alla Russia, manterrebbe una sorta di non allineamento: per questo verrebbe sollecitata, in particolare dall’Unione Europea, a svolgere il compito di mediatrice diplomatica. Tutte queste considerazioni geopolitiche sono ampiamente accompagnate e infarcite da manipolazioni propagandistiche da entrambi i lati. Ai perdenti, agli sconfitti dalla lotta di classe scatenata dalla “borghesia capitalistica transnazionale” – per usare i termini di Gallino – viene chiesto solo di schierarsi in favore dell’una o dell’altra posizione. Ma se proviamo a usare le categorie analitiche proposte da Gallino il quadro della situazione appare molto più complesso e al tempo stesso anche più realistico.

Da qualche anno si parla insistentemente di fine della globalizzazione, intendendo con questo termine l’unificazione delle economie in un unico mercato dominato dall’ideologia neoliberista e, più concretamente, dalla potenza finanziaria del dollaro americano. I segnali di questo declino si trovano sia nel campo economico, sia in quello politico. Già gli Stati Uniti di Trump hanno manifestato la loro insofferenza per la crescente dipendenza della loro economia reale dalla produzione dislocata in vari paesi del mondo e soprattutto in Cina. L’amministrazione Biden non si è discostata da questa linea di condotta e, anzi, l’ha accentuata costringendo l’Unione Europea a incrementare la propria dipendenza energetica dagli USA attraverso la politica delle sanzioni alla Russia e il concreto sabotaggio militare del gasdotto Nord Stream. Sono cresciute inoltre le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina spingendosi verso una dimensione apertamente militare. In generale la guerra in Ucraina ha accelerato un processo di disgregazione dell’unità di fatto della “classe capitalistica transnazionale”. Mentre l’Unione Europea è tornata rapidamente sotto l’ala protettrice e ricattatrice della Nato anglo-americana, dall’altro lato, l’economia oligarchica russa ha stretto i rapporti non solo con la Cina, ma con tutti i BRICS che si sono dimostrati molto tiepidi rispetto alle pressioni americane. Movimenti simili si registrano nel mondo arabo: in particolare, sempre grazie alla attivissima diplomazia cinese, Arabia Saudita e Iran si sono riavvicinati e stanno cercando di superare lo scontro che li ha visto protagonisti nello Yemen. Anche verso la Siria di Assad si è avviato un processo di reintegro nella comunità araba, in chiara contrapposizione con gli USA. La nuova egemonia saudita, inoltre, si sta spingendo sia sul piano economico, sia su quello politico verso il nord Africa, a partire dall’Egitto. D’altro canto, anche la collocazione della Turchia, un tempo bastione orientale della Nato, appare oggi molto più fluida e autonoma dagli USA, sia verso il mondo arabo, sia verso la Russia.

Tutti questi movimenti politici sono accompagnati e preceduti da cambiamenti significativi sul piano economico: vengono stipulati accordi internazionali che puntano a sostituire il dollaro come moneta di scambio, si limita l’estrazione di petrolio per aumentarne il prezzo, si finalizzano gli investimenti di capitale per saldare la dipendenza economica dai nuovi centri finanziari. In buona sostanza la “classe capitalistica transnazionale” si sta scomponendo in sottogruppi contrapposti sia sul piano finanziario e produttivo, sia su quello politico e militare.

Questa scomposizione sta scompigliando anche le reti tradizionali del dominio americano su alcune aree del mondo e, in particolare, su quello islamico. Questa modifica è naturalmente figlia della fallimentare politica militare americana nel Medio Oriente: Iraq, Afghanistan, Libia, Siria. Al tempo stesso questo “isolamento” dell’area anglo-americana e dei suoi alleati europei e israeliani alimenta all’interno dei singoli paesi spinte nazionaliste, reazionarie e xenofobe. Appaiono in questa luce più chiari molti fenomeni apparentemente bizzarri come la Brexit inglese, l’America First di Trump, l’affermazione in tutti i paesi europei di partiti e formazioni nazionaliste: la destra di Marine Le Pen in Francia, Vox in Spagna, Fratelli d’Italia nel nostro Paese, le formazioni reazionarie in Germania e soprattutto nel nord Europa (Svezia, Finlandia), accanto ai consolidati raggruppamenti ultraconservatori nei paesi dell’ex blocco sovietico (Polonia, Slovacchia, Ungheria, Paesi Baltici, Ucraina, Romania e Bulgaria). Particolarmente clamorosa è la crescita in Israele di formazioni anche esplicitamente fasciste oltre che xenofobe. In questo quadro la guerra russo-ucraina appare non tanto come un’assurda iniziativa di uno zar malato e/o squilibrato oppure di qualche raggruppamento filonazista riemerso dalle pieghe della storia del secolo scorso, ma, piuttosto, come una tappa, forse la prima, di uno scontro aperto tra diversi raggruppamenti di borghesie capitalistiche, più o meno “oligarchiche” o “democratiche” interessate a disputarsi il dominio sull’economia e la politica mondiale.

Giovanni Arrighi, in un libro anch’esso di poco più di dieci anni fa, seguendo la scuola dei tempi lunghi di Braudel, schematizzava quattro cicli storici di sviluppo del capitalismo: da quello genovese-ispanico (attorno al 1500) a quello olandese (dal 1600), da quello inglese (dal 1700) fino a quello americano (dall’inizio del XX secolo). Secondo Arrighi, in ognuna di queste fasi, dopo lo sviluppo iniziale, si è assistito a un periodo di stagnazione, una sorta di belle époque, caratterizzata da un’euforia finanziaria, per culminare infine in un conflitto bellico generatore di nuovi equilibri geopolitici. Utilizzando questo schema, potremmo dire che, dopo la belle époque degli anni ’90 e dei primi del nuovo secolo, caratterizzata da una straordinaria finanziarizzazione dell’economia mondiale, siamo ora di fronte alla fase terminale del ciclo americano con il suo corollario di conflitti militari. Ma naturalmente la storia la fanno gli uomini, le loro classi sociali e non le teorie, per quanto credibili e fondate esse siano. Inoltre, la crisi climatica e ambientale non aspetta che il capitalismo trovi il suo nuovo equilibrio post americano.

Occorre tornare allora alla frase di Gallino da cui si è preso spunto: i fattori dinamici che egli individua non sono solo i contrasti interni alla “classe capitalistica transnazionale”, ma anche il conflitto con le altre classi sociali. Momenti di conflitto sociale si sono espressi in questi ultimi mesi in diversi paesi europei: in Francia, nel Regno Unito e in Germania scioperi e proteste di piazza hanno contrapposto i lavoratori alle politiche economiche e sociali dei governi. Persino in Polonia gli agricoltori si sono mobilitati contro il loro governo che, per sostenere la guerra in Ucraina, li sta danneggiando. Intanto cresce, in particolare tra i giovani, la consapevolezza che la “classe capitalistica transnazionale” – sia unita, sia contrapposta in blocchi antagonisti – non sta facendo nulla di concreto per bloccare o almeno moderare la crisi climatica e ambientale. Certamente tutti questi movimenti sono ancora parziali e insufficienti per contrastare la deriva bellica verso la quale ci stiamo indirizzando; tuttavia, solo il loro sviluppo può costituire una reale alternativa alla politica dei vari spezzoni di “classe capitalistica transnazionale”. Come dire? Se vuoi la pace, prepara la lotta di classe!