Spiegare non è giustificare. Il caso della guerra russo-ucraina

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Non sembra che sia chiara a molti la differenza esistente tra lo spiegare un comportamento e il giustificarlo. In particolare tale distinzione sembra appannarsi a causa delle passioni eccitate dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina, specie quando ci si avventura a portare la documentazione storica che è a monte della tragedia dell’oggi, considerato un atteggiamento tipico di chi vuole giustificare l’operato di Putin.

È bene quindi precisare brevemente i termini della questione. Quando si parla di spiegazione si vuole stabilire o cercare un nesso causale, ovvero le ragioni necessarie e sufficienti che sono alla base di un certo evento. Questo tipo di spiegazione è quella utilizzata in ambito scientifico, secondo le teorie più accreditate della spiegazione (ad es. il modello di Popper-Hempel-Oppenheim e quello causalista di Salmon ecc.). In questi casi spiegare un evento significa stabilire un nesso di tipo deduttivo (o quanto meno probabilistico) tra esso e gli eventi antecedenti che ne sono la causa: se si riscalda un metallo questo si dilaterà; se si porta l’acqua a una temperatura inferiore a zero gradi questa si trasformerà in ghiaccio (con le necessarie clausole che sempre vengono fatte in questi casi e che gli scienziati ben conoscono e possono calcolare). E così via.

Le cose cambiano quando si tratta di decisioni umane, e non di semplice causalità fisica. In questo caso il nesso di causa-effetto non è da solo sufficiente, in quanto ad esso si devono aggiungere le decisioni del soggetto di fronte a un dato evento, assumendo ovviamente che esso sia dotato di libero arbitrio. Per fare un semplice esempio: se un malvivente mi minaccia con la classica frase “il portafoglio o la vita”, io ho diverse opzioni di scelta: posso consegnargli il portafoglio, posso cercare di convincerlo di soprassedere perché sono padre di cinque figli e devo sfamarli, posso anche tentare il tutto per tutto ed estrarre la pistola dalla tasca per farlo secco. Tutte queste mie scelte sono motivate dalle mie condizioni psicologiche (se ho paura o meno), dai miei valori (ad es. che la vita umana valga molto più di un portafoglio) o anche da versetti biblici, che impongono di rispondere dente per dente. Ognuna di queste mie scelte è spiegata dalla minaccia da me subita (infatti senza di essa non ci sarebbe stata nessuna delle mie ipotizzate reazioni), ma non posso dire che tutte siano parimenti giustificate. Ad es., un cristiano di animo francescano potrebbe affermare che bisogna in ogni caso salvaguardare la vita umana e che occorre essere caritatevoli anche con i briganti; un cristiano fondamentalista, affermerà che bisogna difendersi armati, come suggerisce il Vecchio Testamento; e così via per tutte le varianti che l’azione subita può suscitare. Quindi, come si vede, la giustificazione di una data azione – innescata da un certo evento, che ne fornisce la spiegazione – può essere modulata diversamente a seconda dell’universo categoriale e valoriale che si fa proprio, per cui è in base ad esso che si può esprimere un giudizio sulla completa, parziale o inesistente giustificazione di un certo comportamento. La situazione viene complicata dal fatto che ogni mia azione successiva all’evento che la spiega diventa a sua volta la causa esplicativa di un altro evento che a sua volta può essere più o meno giustificato. Ad es., se io reagisco estraendo la pistola e freddo il mio rapinatore, innesco un’altra catena causale con ulteriori scelte possibili e con la possibilità di un processo nel corso del quale si decide se la mia reazione è giustificata o meno (in base ai valori della comunità e alle norme giuridiche che la regolamentano), con la conseguente pena che mi viene inflitta. E così via

Bisogna fare attenzione, tuttavia, a bene utilizzare il termine “comprensione”, spesso utilizzato quando si tratta di giudicare di certi eventi storici. Infatti la comprensione piena di un evento si ha come risultato congiunto della attribuzione causale e della capacità di individuare i valori che hanno fatto propendere la decisione per uno o l’altro degli esiti possibili: comprendo il comportamento di un agente quando individuo la catena di eventi che causalmente lo hanno innescato e al tempo stesso sono consapevole dei valori o della visione del mondo che lo hanno fatto propendere per una certa scelta piuttosto che per un’altra, indipendentemente dal fatto che si condividano o meno. Tuttavia a volte si fa sottilmente slittare il significato del ragionamento quando il comprendere è assimilato direttamente al giustificare, allorché ad es. si dice a un amico “ti comprendo”, “hai la mia comprensione” ecc. Ancora più pericoloso è quando si ritenga che il giudizio etico non abbia bisogno di queste sottigliezze per essere espresso (cioè possa fare a meno e di spiegazione e di comprensione): lo si giudica immediato, autoevidente, intuitivamente disponibile a chiunque guardi ai fatti o agli eventi accaduti; allo stesso modo di come esso appariva lampante ai cowboy o ai puritani americani, che impiccavano a un albero o bruciavano sul rogo chi, a furor di popolo e nell’infallibile giudizio di qualche dotto biblista, era ritenuto colpevole di furto di cavalli o di stregoneria, senza aspettare le lungaggini e le “sottigliezze” di un regolare processo. Il caso opposto sarebbe quello di chi pensa che non ci si debba dare tanta pena per evitare la confusione fra spiegare e giustificare, perché tutto sommato, ad es. nel caso Putin, è sufficiente darne una spiegazione per offrirne anche una “giustificazione”, senza che questo comporti un “difetto”; insomma, la spiegazione sarebbe di per sé una giustificazione.

Un modo per vanificare la distinzione tra spiegare e giustificare è quello di adottare la strategia del recursus in peius, come avviene quando ci si appella al caso di Hitler: nel suo comportamento non c’è nulla da spiegare, in quanto è quello di un “pazzo” e quindi ex definitione irrazionale, per cui è del tutto inutile distinguere tra spiegare e giustificare giacché le sue decisioni non sono riportabili a nessi causali né – a maggior ragione – sono giustificabili in base a valori comunemente ammessi. Sono piuttosto motivati da pulsioni irrazionali, afferenti alla sua follia, che sfuggono totalmente alla comprensione umana, e sono solo da contrastare con ogni mezzo, senza possibilità di mediazione, discussione o tentativo di trovare un punto di accordo. Non è difficile scorgere come questa sia stata e sia ancora la modalità prevalente di approccio adottata nei confronti di Putin.

In questo caso specifico, gli antecedenti alla decisione di invadere l’Ucraina possono essere storicamente ricostruiti (come è stato fatto da numerosi interpreti e analisti) e costituiscono la spiegazione del suo comportamento. Tuttavia di fronte a ogni singolo passo di tale catena, Putin e la dirigenza russa avevano diverse opzioni tra cui scegliere. Il fatto che a un certo momento si sia scelta la strada dell’invasione armata è ovviamente ingiustificabile da chi non condivide i valori che ne stanno alla base e le ragioni politiche che l’hanno motivata; o da chi accetta valori come la democrazia, la libertà dei popoli, la non-violenza o la salvaguardia dell’identità di una nazione; o nel caso si aderisca al principio di un radicale rifiuto di ogni guerra e di condanna di chi la intraprende, sia esso l’autocrate Putin o una democrazia occidentale (anche se in nome della esportazione della libertà e dei suoi prediletti valori), senza adottare il principio dei due pesi e delle due misure. Tuttavia la decisione di Putin può essere ritenuta giustificata da chi – come un nazionalista russo – ritenga che, di fronte alla minaccia della NATO ai propri confini, sia giusto e sacrosanto difendersi anche con le armi. Come – dall’altra parte della barricata – un seguace dell’OUN (Organization of Ukrainian Nationalists) di Stepan Bandera ha potuto benissimo predicare e giustificare il terrorismo politico, l’assassinio dei traditori e dei nemici, il razzismo e l’antisemitismo e i progrom contro ebrei e polacchi, ispirandosi al nazismo (nel periodo tra le due guerre e durante l’occupazione nazista dell’Ucraina) in nome del valore supremo dell’indipendenza del proprio paese, della sua purezza e identità etnica. Anche in tal caso questo estremismo ha una spiegazione nella secolare oppressione e sfruttamento del popolo ucraino da parte di polacchi e russi (a cui si associavano anche gli ebrei come loro alleati), ma possiamo dire che sia giustificato? Sì, se si accetta il valore supremo della nazione Ucraina e lo si mette al di sopra della vita degli uomini, come facevano Bandera e i suoi seguaci; no, se i valori che si accettano non contemplano il terrorismo politico, gli attentati e l’eugenetica razzista come strumenti di lotta per l’affermazione del principio di nazionalità.

Per spingerci ancora più in là, mettiamo che il conflitto si radicalizzi ulteriormente, che gli ucraini infliggano seri colpi ai russi, che ne attacchino persino il territorio con missili a lunga gittata e che Putin e la dirigenza russa decidano di far ricorso alle armi nucleari tattiche contro gli ucraini pur di non perdere la guerra. Anche in questo caso si avrebbe una spiegazione del perché si è fatto ricorso all’arma nucleare, ma di certo non lo si è giustificato, perché esso costituisce un salto di qualità con conseguenze orribili e devastanti, inaccettabili da qualsiasi persona ragionevole, a meno che non sia affetta dalla sindrome del dottor Stranamore.

Insomma, quando si tratta di eventi umani, distinguere tra spiegazione e giustificazione non è una “sottigliezza”, non è un inutile e fatuo esercizio filosofico, ma il presupposto per una realistica e attenta considerazione degli eventi, allo scopo di trovare le strategie migliori per superare i momenti di crisi. Viceversa, il rifugiarsi in pseudo-spiegazioni psicologiche (è pazzo, ha la sindrome del dittatore, è malato ecc.) è quel comodo “asylum ignorantiae” diagnosticato da Spinoza e stigmatizzato come la disfatta della ragione, in quanto bisogna «Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere».

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, professore di Storia della filosofia nella Facoltà di Scienze della Formazione di Catania, è stato presidente nazionale della Società Filosofica Italiana.

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2 Comments on “Spiegare non è giustificare. Il caso della guerra russo-ucraina”

  1. Il nazionalismo è una brutta Bestia. Campa sulle idee vuote dei benpensanti, per i quali a seconda di cosa sia più comodo al (loro?) potere… si eleva agli altari la “inviolabilità delle frontiere” o la “autodeterminazione dei popoli”. Le frontiere tracciate col righello da vecchi politicanti inumani sono sacre? I popoli cosa possono autodeterminarsi? Sono le frontiere a definire i popoli? Un popolo che autodetermina le proprie frontiere è un prepotente o è da giustificare? Cos’è giustificato, quando così si esercitano due opposte tensioni? Chi non rimane con il solo metro etico della Vita, finisce col chiudere gli occhi di fronte all’inumanità. E alle menzogne. Ogni scetticismo, lungi dal dimostrare cinismo, è scintilla di pace. Ed è un grande mezzo per isolare, con l’arte del discernimento, i crimini del nazionalismo a partire dai suoi aspetti peggiori ma anche da quelli che comunque lo rinfocolano. Solo lo spirito critico può farci sentire la voce della pace, non certo il silenzio rassegnato di fronte alla guerra delle menzogne, che è prodromica all’estensione QUI della guerra vera.

  2. Piacevole (e triste) e lucida analisi. Una chiara spiegazione del perché dei conflitti. Spiegazione che come al solito non porta ad alcuna soluzione, cosa che la filosofia non ha mai fatto e mai potrà fare. Il suo compito è infatti solo portare sotto i riflettori i problemi, ma la soluzione – se ci sarà – sarà un compromesso tra gli interessi e i giochi in ballo, così come lo è la causa scatenante. Un filosofo amava ripetere che se molti o persino tutti sanno qualcosa, ben pochi tra questi la conoscono. E infatti vediamo politici, tuttologi e fact checkers sputare sentenze e fare a gara nel propinare verità assolute fondate su mantra incontestabili, attori per la maggior parte privi di qualsivoglia conoscenza. Tutto ciò accade sicuramente a causa della rapacità umana, ma la propaganda di guerra che stiamo vivendo già da molto prima, in un’Europa assai poco democratica (nel senso arcaico, quello che vorrebbe il popolo detenere il potere decisionale e non costretto ancora oggi ad obbedire ai dettami della pace di Westfalia), è anche frutto di arroganza e ignoranza di una classe politica sempre meno capace e sempre meno interessata al futuro del proprio popolo. I popoli possono morire, è sempre stato così, importante è salvare il potere. Ma solo dei migliori.

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