A vent’anni dal Social Forum del 2002

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Si sono concluse domenica 13 novembre le quattro giornate, dense di iniziative, di incontri, di confronti, svoltesi a Firenze in occasione del ventennale del Social Forum Europeo che coinvolse positivamente la città a un anno di distanza dai tragici avvenimenti di Genova (l’uccisione di Carlo Giuliani, gli attacchi polizieschi ai cortei, i pestaggi e le torture della Scuola Diaz e di Bolzaneto). Certo, non si è avuta una partecipazione come quella di allora, quando oltre 70.000 persone, provenienti dai vari paesi dell’Europa e anche da altri continenti, nonché moltissimi/e fiorentini/e furono presenti, nell’arco dei quattro giorni, negli ampi spazi della Fortezza da Basso, e una straordinaria manifestazione pacifista, con la presenza di un milione di persone, inondò i viali di Firenze. Oggi le presenze sono state di alcune migliaia e si è trattato, più che altro, di delegazioni di realtà associative europee che hanno cercato di coordinarsi e di organizzarsi su obiettivi comuni, specifici e generali. La città ha vissuto l’evento in maniera diversa, con presenze più limitate nei quattro giorni, ma con un percorso di iniziative, promosse da soggetti associativi locali, che nelle settimane precedenti hanno cercato di sensibilizzare la cittadinanza su quello che sarebbe stato il ventennale, socializzandone i contenuti.

Fra i temi al centro delle assemblee e delle riunioni particolarmente importanti quelli della pace, del razzismo, del fascismo risorgente in varie parti d’Europa. Stiamo vivendo, infatti, in tempi bui, in cui il neo-liberismo, il prevalere delle multinazionali e del capitale finanziario, i diktat del mercato sono sempre più accompagnati e sostenuti da regimi sovranisti e, in alcuni casi, apertamente fascisti. Una delle caratteristiche principali di tali regimi è quella di essere “portatori attivi” di razzismo, com’è dimostrato dai provvedimenti adottati dall’Ungheria e dalla Polonia a proposito della chiusura delle frontiere. L’Italia del Governo Meloni non è da meno, con le persone ridotte a “carichi residuali” (secondo le dichiarazioni del Ministro degli Interni Piantedosi), le distinzioni di Giorgia Meloni fra naufraghi e migranti (come se, nel caso in cui chi naufraga sia un migrante, non si dovessero rispettare le regole del mare che prescrivono l’approdo delle navi che salvano nel porto sicuro più vicino), la “guerra” contro le navi delle ONG che operano per salvare vite umane, la dichiarazione (sempre di Giorgia Meloni) che indica tale “guerra” come un atto per la difesa dei sacri confini della patria, il rinnovo dei vergognosi accordi con la Libia (risalenti al ministro Marco Minniti) perché impedisca l’immigrazione verso l’Italia, il continuo dichiarare, da parte di chi è al governo, “prima gli italiani”. Si tratta di dichiarazioni e di atti che suscitano indignazione e necessitano di risposte decise da chi sa ancora distinguere fra umano e disumano. Tutto ciò aggiunge un di più di “cattivismo”, ma rientra appieno nelle politiche europee: è l’Europa, infatti, a finanziare il sultano/dittatore Erdogan (quello che fa la guerra alla popolazione curda) perché blocchi, non importa con quali metodi, l’immigrazione. Certo, ultimamente, vari paesi hanno espresso critiche verso l’Italia, ma non si è proceduto, a tutt’oggi, a un cambiamento di rotta nelle politiche verso i migranti (a cominciare dal superamento dell’accordo di Dublino, secondo cui il primo paese ospitante chi arriva sul suolo europeo è quello che prende in carico la sua istanza di rifugiato politico), all’adozione per tutti/e delle regole che valgono per coloro che arrivano dall’Ucraina, alla possibilità per ogni persona di chiedere asilo, sulla base dei trattati internazionali e, per quanto riguarda l’Italia, anche della Costituzione (art. 10).

È proprio perché si assiste a un preoccupante diffondersi di opinioni e sentimenti razzisti che occorre sviluppare un’azione di contrasto volta a mettere in moto tutti gli anticorpi presenti nella società. Il razzismo è un male sottile, che si insinua cogliendo le fratture che si determinano fra i vari settori sociali (fra gli “ultimi” e i “penultimi”, ad esempio), fra le diverse nazionalità e fra la cosiddetta “normalità” e le “differenze” sul piano del genere, dei comportamenti sessuali, del colore della pelle, delle abitudini e dei comportamenti. Esso può portare, com’è accaduto in passato e come continua oggi, a situazioni di oppressione, di discriminazione, di ingiustizia. Occorre non abbassare mai la guardia: coniugando la lotta al razzismo con quelle per i diritti civili, per i diritti sociali, per l’ambiente, per l’eguaglianza; intrecciando i movimenti contro la guerra e contro il razzismo; dando loro continuità; facendo di entrambi una priorità nei programmi politici. Contro la guerra occorre riaffermare l’azione consistente in campagne per una drastica riduzione delle spese militari, per la riconversione delle fabbriche d’armi, per uno stop deciso al commercio degli armamenti (a cominciare dalla vendita delle armi ai paesi in guerra), per l’adesione dell’Italia al TPAN (Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari), per l’inclusione della difesa disarmata e nonviolenta fra quelle ufficialmente riconosciute, praticabile da chi obietta rispetto all’uso delle armi. Anche alla lotta al razzismo occorre, come si è già accennato, dare continuità. Oltre alle manifestazioni, ai cortei, che riaffermano, in modo evidente e pubblico, la volontà di parti notevoli della società di dire NO al razzismo, è essenziale attivare organismi di contrasto alle discriminazioni, in grado di intervenire sui casi che si verificano quotidianamente (con particolare attenzione agli atti, alle situazioni, alle opinioni diffuse discriminanti nei confronti della popolazione Rom), portare tale tematica nelle istituzioni, perché si attrezzino in modo adeguato, promuovere confronti e dibattiti nelle scuole, perché tutto ciò sia al centro dei processi formativi. Da atti, anche piccoli, di intolleranza possono nascere processi che portano a situazioni di grave pericolo per la convivenza civile. Per questo occorrono una vigilanza continua, la capacità di agire tempestivamente, collegamenti internazionali in grado di rendere più efficaci le azioni di contrasto al razzismo.

Chi partecipò al Social Forum del 2002 dichiarò di essere, prima di tutto, contro le barbarie del neo-liberismo e della guerra, che erano i punti essenziali del documento conclusivo dell’evento. Oggi, visto che le forme di intolleranza, invece di essere ridotte e marginali, sono cresciute, e che vi sono governi, di chiaro stampo fascista, che le alimentano, occorre aggiungere fra le priorità la lotta al razzismo e al fascismo. Non vi potrà essere, infatti, un “altro mondo possibile (e sempre più necessario)”, se non si riusciranno ad estirpare dalle istituzioni e dalla società pensieri, atti, comportamenti che provocano situazioni di discriminazione. Per questo il NO al razzismo deve costituire un punto di fondamentale importanza per ogni programma politico in sintonia con quanto prevedono la Costituzione, esplicitamente antifascista, e diverse dichiarazioni e trattati internazionali. Anche su questi punti dal ventennale del Social Forum deve venire una spinta per il rilancio delle lotte e dei movimenti. Altrimenti iniziative come quella di Firenze del 10-13 novembre rischiano di essere solo delle belle parentesi che non riescono a incidere sulle situazioni che viviamo quotidianamente.

Gli autori

Moreno Biagioni

Moreno Biagioni, impegnato dal secolo scorso nel movimento antirazzista, antifascista e pacifista fiorentino, fa parte della Rete Antirazzista, del Comitato "Fermiamo la guerra", della Rete Antifascista di San Jacopino-Puccini-Porta al Prato.

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