La politica e il barometro dei sondaggi

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Nell’asilo della nostra politica c’è ancora chi, nascondendo la mano con cui ha lanciato il sasso, giura di non essere stato lui a mandare in frantumi la vetrata; chi sbraita assicurando che non voleva romperla, ma solo provare ad appiccicarci una propria fotografia; chi è impegnato addirittura a scaricare la responsabilità sulla vetrata. Il frignare del dopo guaio è ancora più indecente, ove fosse possibile, del guaio stesso. Difficile capire se il tutto sia dovuto a mala fede, strategia politica o cinico calcolo. Talvolta affiora anche il dubbio allarmante che non ci sia neppure nulla di tutto questo, ma soltanto inconsapevolezza e irresponsabilità. Sempre che non trovino sconcertante fondamento le voci, circolanti in queste ore, di condizionamenti stranieri.

Abbiamo una sola certezza: la vetrata andata in frantumi non era la migliore possibile, ma era l’unica possibile. Attardarsi su ciò che è stato non ha senso e può rivelarsi deleterio a livello gastrico. Più interessante sarebbe chiedersi per quali ragioni di fondo in questo imbarazzante Paese nessun Governo riesce a dispiegare il proprio programma per l’intera legislatura. C’è sempre qualche forza politica che, non appena il barometro dei sondaggi inclina verso il peggio, ritiene di dovere, ovviamente nell’interesse del Paese, marcare la propria identità denunciando la scarsa attenzione verso una certa emergenza o una determinata categoria. L’una, scelta tra le emergenze più diffusamente avvertite; l’altra, tra le categorie elettoralmente più consistenti. Raramente cambiano i protagonisti, mai l’esito. Resta il fatto che avremmo bisogno del volo alto di aquile dal vasto orizzonte e dalla vista lungimirante, mentre siamo per lo più guidati da forapaglie, che razzolano, diuturnamente protesi con il vorace becco aguzzo alla ricerca di insetti-voto.

Potremmo consolarci dicendo che i rappresentati non sono all’altezza di noi rappresentati. Temo, invece, che avesse ragione Joseph De Maistre quando sentenziava più di duecento anni fa che «ogni Nazione ha il governo che si merita». Qual è la nostra parte di responsabilità? La domanda richiederebbe una risposta molto articolata e soprattutto competenze che non possiedo. Ma una colpa il popolo-votante ce l’ha senz’altro: quella di abboccare a mirabolanti promesse da imbonitore, rendendole elettoralmente redditizie. Quando il politico si abbandona ad allettanti promesse – riduzione della pressione tributaria, salario garantito, eliminazione del cuneo fiscale, bonus per questa o quella categoria ecc. – non dovremmo chiederci se la seducente prospettiva ci potrebbe avvantaggiare, ma cercare di capire a scapito di quale altro cespite del welfare statale andrebbe realizzata. Per essere credibile e significativa, infatti, un’operazione politica si dovrebbe presentare come una scelta di priorità tra diverse opzioni (che poi è esattamente il contrassegno della Politica). Una proposta di riduzione della pressione fiscale, ad esempio, dovrebbe indicare – se non vuole essere trattata al pari delle grida del venditore di tappeti – dove sarà operato il risparmio corrispondente al minor gettito che ne scaturirebbe: visto che la torta delle risorse è limitata, se si amplia lo spicchio dedicato a un determinato settore, inevitabilmente si riduce quello impegnato in altri settori (nella sanità, nella ricerca, nell’assistenza sociale, nell’istruzione?). Non a caso la Costituzione vieta di indire referendum in materia tributaria: quale cittadino potrebbe essere contrario all’idea di pagare meno tasse? Per la verità, i politici nostrani, in genere, non soltanto evitano di rendere noto a detrimento di quali altre provvidenze intendono sostenere economicamente le riforme che partoriscono, ma non si preoccupano neppure di averle già individuate. Il metodo da decenni invalso è quello di prendere in prestito altri spicchi di torta: in sostanza, noi elettori di oggi promuoviamo democraticamente rappresentanti che operano scelte facendole pagare ai nostri figli e ai nostri nipoti, che non le hanno decise: un vero e proprio scippo di democrazia nei confronti degli elettori di domani.

Henry Kissinger, uno che delle cose della politica si intendeva, aveva ben spiegato che soprattutto in democrazia «le qualità richieste per diventare leader nazionali non sono le stesse richieste per governare. Per essere eletti bisogna disporre di molti soldi e sapere sedurre la pubblica opinione». Per acquisire popolarità infatti occorre (e talvolta purtroppo basta) saper dispensare rassicurazioni rispetto alle paure più diffuse, promettere eldorado economici e abolizione della povertà, ostentare un pugno di ferro contro le più allarmanti espressioni della criminalità, il tutto possibilmente corredato da telegenìa, slogan di facile presa, graffianti polemiche, vibrate denunce delle cose che non vanno, uso spregiudicato dei social. Tutte doti che, quando ci si deve misurare con il governo dei problemi e con la necessità di valutarne e approntarne le migliori soluzioni possibili, non servono a nulla: a differenza dell’opinione pubblica, la realtà ha argomenti testardi che non si lasciano abbindolare da facili battute o da mirabolanti promesse.

Càpita quindi spesso, troppo spesso, che le scintillanti bolle di sapone delle promesse elettorali si spiaccichino sul ruvido suolo dei fatti, e con esse le fortune politiche dei loro artefici. A quel punto, si tratta di addebitarne la responsabilità ad altri, ribaltare il tavolo e chiamarsi fuori. E si ricomincia.

Riflessioni banali, certo. Ma che sarebbe bene, una buona volta, non rimandare al 26 settembre.

Gli autori

Glauco Giostra

Professore ordinario di Procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza Università di Roma. È stato membro di diverse commissioni ministeriali per vari interventi legislativi, compresa la commissione per la riforma del codice di procedura penale dal 1987 al 1991 e poi nel 2006. È attualmente componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura, ove ha presieduto la prima Commissione (per le inchieste riguardanti i magistrati) dall’agosto del 2012 all’agosto del 2013. Dal giugno 2013, con decreto del Ministro della Giustizia, è stato nominato presidente prima del gruppo di studio e, successivamente, della commissione di studio per elaborare una proposta d’interventi in tema di ordinamento penitenziario e in particolare di misure alternative alla detenzione

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