Per la pace: rilanciare l’obiezione fiscale e l’impegno dei Comuni  

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Molte sono le forme con cui manifestare la nostra decisa contrarietà alla guerra, un NO “senza se e senza ma”: le manifestazioni, le iniziative pubbliche, le prese di posizione, il rifiuto di servirsi di banche che finanziano le industrie degli armamenti e di votare partiti che contribuiscono allo sviluppo dei conflitti armati inviando armi ai contendenti. Ma non è ancora sufficiente. Nella seconda metà del secolo scorso si svilupparono delle vere e proprie campagne che coinvolsero migliaia di persone e decine di enti locali.

Mi riferisco alla campagna per l’obiezione di coscienza alle spese militari e a quella con cui gli enti locali si dichiaravano “comuni denuclearizzati”.

La prima partiva dal presupposto che è giusto e doveroso pagare le tasse – sono lo strumento essenziale per garantire a tutte/i lo stato sociale –, ma che è altrettanto giusto non voler essere complice dello Stato quando investe in armamenti. Perciò chi praticava questa forma di obiezione detraeva dal suo versamento fiscale una quota corrispondente alla percentuale di bilancio dedicata alle forze armate. Ciò era abbastanza semplice per chi pagava direttamente il suo contributo, diveniva più complicato per coloro ai-alle quali venivano detratte le imposte fiscali sulla busta della paga o della pensione. In questo secondo caso si inviava una lettera all’Ufficio delle Imposte con cui si richiedeva la restituzione della quota delle tasse relativa agli armamenti. Naturalmente questo non accadeva, ma l’obiettore, per manifestare appieno la propria volontà, destinava la parte che non avrebbe voluto versare allo Stato a un’“impresa di pace”. A quelli che invece pagavano direttamente venivano requisiti, dopo un certo periodo di tempo, a cura del Comune, dei beni per un valore corrispondente alla somma non versata. Ricordo che a Firenze Sandro Targetti e Alberto L’Abate trasformavano tali situazioni in occasioni pubbliche per dare risonanza alla causa dell’obiezione – a Sandro un anno furono requisite decine di copie di un libro di Capanna, a quei tempi militante di Democrazia Proletaria, come Sandro, copie che si trovavano, guarda caso, in casa sua, e Alberto durante le requisizioni, coinvolgeva diverse altre persone tramite la vendita di quadri e libri da cui ricavare la somma da dare al fisco –. Pur se non diventò mai una pratica di massa, l’obiezione fiscale alle spese militari riguardò un certo numero di persone impegnate attivamente contro la guerra ed ebbe anche una certa risonanza.

Risonanza che acquisì anche, su un altro versante, la campagna che riguardava gli enti locali e che consisteva nel loro dichiararsi “territorio denuclearizzato”. Ancora oggi ne rimangono tracce – cartelli che annunciano a chi arriva nel Comune “denuclearizzato” di trovarsi, appunto in una zona che non ospita, e non ospiterà mai, armi nucleari –. Si inseriva, questa seconda campagna, in una tradizione di impegno dei comuni per la pace che veniva da lontano. Aveva visto infatti, negli anni ‘50, il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira condurre azioni efficaci in tal senso, con gli incontri internazionali che avevano coinvolto città di tutto il mondo e con i Colloqui Mediterranei, particolarmente centrati sul conflitto fra Israele e i Paesi Arabi, e, nel 1961, Aldo Capitini promuovere la Marcia per la pace Perugia-Assisi, che prosegue ancor oggi, protagonisti principali proprio gli enti locali. Negli anni ‘80 Firenze si è dichiarata “città operatrice di pace”, con atto formale del Consiglio Comunale, su ispirazione di Ernesto Balducci e in piena sintonia con la Tenda della pace che veniva montata, dalle diverse realtà pacifiste cittadine, in piazza San Giovanni allo scoppiare delle guerre – del Golfo, dei Balcani… –. E nel 2002, alla grande manifestazione conclusiva del Social Forum – un milione in piazza contro la guerra – erano presenti moltissimI gonfaloni di Comuni, con tanto di primi cittadini dotati di fascia tricolore.

Penso che in questo periodo, in cui la guerra ha ripreso pieno campo e ha fatto scatenare gli impulsi bellicisti di gran parte dei mass media e dei soggetti politici, anche se nell’opinione pubblica prevale il desiderio di pace, occorra riprendere l’iniziativa come realtà pacifiste, ampliando le modalità d’intervento e rilanciando quelle che avevano caratterizzato i movimenti del secolo scorso, e cioè l’obiezione fiscale alle spese militari e la campagna per la denuclearizzazione del territorio, con riferimento anche al nucleare civile, campagna che potrebbe intrecciarsi con quella per l’adozione in Italia dello jus soli – due aspetti, che, seppur diversi, hanno in comune quel senso di umanità, a cui si dovrebbero ispirare gli atti, i comportamenti, i provvedimenti di un popolo civile –. Le persone del futuro «o saranno persone di pace o non saranno». All’affermazione di Ernesto Balducci aggiungerei «o saranno persone meticce, cooperanti, solidali o non saranno». Perché il futuro dell’umanità sta appunto nel meticciato, nella cooperazione, nel superamento di ogni forma di sovranismo e nazionalismo, nel riconoscimento che «nostra patria è il mondo intero», come affermava un canto anarchico ottocentesco, e nella condivisione dei beni comuni, di un impegno diffuso ad affrontare la crisi energetica e la riconversione ecologica, di modalità veramente nuove di relazionarsi fra le persone, fra i popoli, con la natura e l’ambiente, non più nel segno della competizione, del profitto, del mercato, ma in quello della convivenza civile, della solidarietà, dell’impegno collettivo.

Occorrono cambiamenti radicali, nelle politiche delle istituzioni, ma anche nei comportamenti individuali. Prendendo finalmente coscienza che il tempo utile per salvare il senso di umanità, e l’umanità stessa, si sta riducendo sempre di più.

Gli autori

Moreno Biagioni

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