Il Partito democratico, la sinistra, la guerra

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Daniela Belliti è stata vicesindaca di Pistoia e segretaria del Partito democratico della città. Nello scorso aprile si è dimessa dal partito con una lettera che denuncia le contraddizioni e le ambiguità della politica del Pd negli ultimi anni (fino alla posizione adottata sulla guerra) e il venir meno del pluralismo interno dichiarato all’atto della sua costituzione. La denuncia trascende il carattere personale per diventare un documento politico che ci sembra utile proporre all’attenzione. (la redazione)

Caro segretario,

con questa lettera ti comunico la decisione di non rinnovare per quest’anno l’iscrizione al Partito Democratico.

È stata una decisione maturata negli ultimi giorni, dopo una lunga e dolorosa riflessione, ma necessaria e irreversibile a causa della posizione assunta e tenuta dal PD sulla guerra in Ucraina. Prima il sostegno incondizionato all’invio delle armi alla resistenza ucraina, poi la tetragona convinzione che si debba rispettare l’impegno, assunto in sede NATO, di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL, hanno evidenziato, nella forma e nella sostanza, una distanza incolmabile dai valori nei quali credo.

Come sai, e come sanno tutte le compagne e tutti i compagni, le amiche e gli amici del Partito Democratico, per me la militanza per la pace è venuta prima di quella politica. Quest’ultima è stata una naturale evoluzione: dopo le manifestazioni contro la corsa al riarmo e i missili a Comiso, con le battaglie di denuncia dell’occupazione sovietica in Afghanistan, e le mobilitazioni contro la guerra nel Golfo. Ho partecipato alla marcia Perugia Assisi quando l’Italia concorse, mettendo a disposizione le basi militari, al bombardamento NATO della Serbia, ho partecipato alle mobilitazioni tutte le volte che è riesploso il conflitto in Palestina; e anche quando fu deciso l’intervento militare in Afghanistan dopo l’attacco alle Torri Gemelle manifestai tutti i miei dubbi. Dunque, ho già sostenuto posizioni diverse da quelle ufficiali del partito, ma in un confronto, a tratti anche duro e aspro, nel quale tutte le posizioni erano rappresentate e rispettate.

Questa volta è diverso. Non solo le scelte del segretario e dei gruppi parlamentari sono diverse da quelle che speravo, ma sono anche sostenute da un ragionamento e da una postura a me completamente estranei. Oggi, chi non è d’accordo è bollato come filoputiniano e viene deriso: i comodi terzismi, il pacifismo da salotto, il cinismo dell’equidistanza. Le argomentazioni a sostegno dell’invio delle armi e dell’aumento delle spese militari non sono più dettate dallo stato di necessità, ma da una convinzione positiva, e da un linguaggio e analisi orientati alla sola strategia militare, alla vittoria nella guerra (una guerra che – ricordiamolo – altri, non noi, combattono; anzi, sembra che noi combattiamo tramite quegli altri una guerra mai dichiarata).

Mi sono sforzata di comprendere queste argomentazioni, ho letto attentamente soprattutto gli scritti di coloro che sento a me più vicini, e in ultimo la risposta di Enrico Letta a Michele Santoro. Ma non mi è stato possibile convincermi della giustezza di queste posizioni. Il paradigma dell’argomentare è opposto a quello della ricerca della pace, e anche i comportamenti conseguenti lo sono. Per esempio, l’invito ad allontanare dalle reti pubbliche e a censurare chi dissente. Posizioni di una gravità inaudita espresse da alcuni dirigenti, mai smentite dalla segreteria. Trovo queste posizioni in contrasto con le ragioni fondative del Partito Democratico. Così recita il Manifesto dei Valori approvato dal primo Congresso: «La lotta per la pace torna ad essere un impegno cruciale. Il Partito Democratico, per l’ispirazione etica, culturale e politica che lo sostiene, intende promuovere una politica attiva e intraprendente a favore della pace, richiamandosi allo spirito e alla lettera della Costituzione italiana, ai princìpi generali di quella europea e alla Carta delle Nazioni Unite. In conformità all’art. 11 della Costituzione preso nella sua interezza, il Partito Democratico si adopera affinché l’Italia si assuma le proprie responsabilità internazionali nel governo dei conflitti, in coerenza con il diritto internazionale e attraverso le organizzazioni sovranazionali preposte alla sicurezza, alla giustizia e alla pace». Quel richiamo al “governo dei conflitti”, “attraverso le organizzazioni sovranazionali”, è stato contraddetto, anzi tradito, senza che da nessuna parte si aprisse una discussione.

Ma forse è da troppo tempo che non discutiamo più in profondità di nulla, e questo è il risultato. Nel dibattito che si è sviluppato ho visto persone, che si definiscono della sinistra del PD, sostenere agli inizi del conflitto lo scioglimento della NATO o l’uscita dalla NATO, e ora sostenere l’invio delle armi e l’aumento delle spese militari. Ancora, ho letto commenti ironici, autoreferenziali e introflessi sul mediocrissimo dibattito italiano, da parte di chi mai ha preso parola o ha espresso opinioni sulle questioni del mondo; ma oggi tutti si sentono legittimati a farlo, e non possono che farlo con gli arnesi logori di una sfera pubblica, ridotta allo sciame della rete. Estremismo e conformismo spesso si incrociano, e non hanno niente a che fare con la politica. Per parte mia, non ho mai pensato e quindi non ho mai scritto che la NATO dovesse sciogliersi, e tanto meno che l’Italia ne dovesse uscire. Sono una persona profondamente realista, come sa esserlo una pacifista che sa che la guerra è sempre in agguato, e che per prevenirla occorre la politica. Una pacifista che ha studiato la guerra e le vie della pace, nella filosofia e nella scienza politica, nel diritto internazionale e umanitario, e che ha sempre approfondito le questioni prima di prendere posizione.

L’atteggiamento del PD, questo mutamento di paradigma culturale, sono stati per me uno spartiacque. Il varcare la soglia da un ambiente divenuto estraneo. La perdita di cittadinanza da un luogo che costitutivamente si definiva plurale, aperto, democratico appunto, e che ora invece è costruito sulla logica binaria amico/nemico.

Questa perdita di cittadinanza è avvenuta nel tempo, nel constatare che nei luoghi della mobilitazione e della difesa dei diritti non ho più incrociato il PD. Dalle manifestazioni per il lavoro, allo sciopero generale, ai diritti mancati (vogliamo parlare, per esempio, del razzismo ancora presente nei decreti sicurezza e ora nella riapertura dell’accoglienza riservata solo agli ucraini, e non anche ai siriani, agli yemeniti, a tutti i popoli in guerra da anni e ancora adesso?). Questa distanza percepita è esplosa ora, con la guerra, ma si è andata a sommare alla distanza da un partito regionale che nega le istanze ecologiche, consente nuovo consumo di suolo e vuole indebolire i controlli ambientali in nome dello sviluppo, e da un partito locale, capace soltanto di autoriprodurre se stesso per partenogenesi e non invece di innovare idee e persone per un progetto

È l’insieme di queste distanze, con la guerra che ha fatto da detonatore, a spingermi a un atto di chiarezza. Non c’è in questo momento nessun buon motivo per continuare a rimanere nella comunità – se la si può definire tale – del Partito Democratico. È stata una decisione dolorosa, perché il PD è il partito che ho contribuito a fondare, che ho guidato a Pistoia nei suoi primi anni, con la convinzione che dovesse rappresentare il nuovo nome della nuova sinistra degli anni Duemila. Ora per me non lo è. Non posso escludere che torni ad esserlo, e anzi in cuor mio lo spero. Non è una scissione, né è un ingresso in altri partiti. È un allontanamento necessario per la coerenza col patrimonio di valori che ho così faticosamente costruito nella mia vita, e per la chiarezza nei confronti degli amici e dei compagni dai quali mi separo, per la politica in cui credo. Da ora in avanti mi impegnerò in piena libertà per riaffermare il valore, la cultura, la politica della pace, per un progetto davvero progressista.

Gli autori

Daniela Belliti

Daniela Belliti, pacifista, è stata vicesindaca di Pistoia e presidente dell’Associazione culturale Palomar.

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One Comment on “Il Partito democratico, la sinistra, la guerra”

  1. ….“Ma forse è da troppo tempo che non discutiamo più in profondità di nulla, e questo è il risultato“
    Una lucida ricostruzione, anche una sofferenza, ma liberarsi di pesi oramai inerti dà ossigeno a una speranza.

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