Dove ci porta il Piano di ripresa e resilienza?

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Abbiamo un Piano. Anzi, addirittura un Piano quinquennale (!): 2021-2026.

Forse non abbiamo riflettuto abbastanza su questo fatto. O su questo nome. E su questi tempi: già, perché in Italia, nel 2023 (se non prima) si vota. Ma i tempi del Piano sembrano indifferenti, o preminenti o soverchianti, rispetto a quelli della democrazia. Siamo passati, anche formalmente, dalla democrazia alla tecnocrazia? Non saprei dire se considerino questo passaggio un risultato acquisito, o un rischio calcolato, o un’opportunità da cogliere, quei soggetti che immaginano e forse preparano fin d’ora il ripristino di un governo Draghi dopo le elezioni politiche. Quale che ne sia l’esito.

Non confondiamo regime tecnocratico e governo tecnico. La tecnocrazia è una forma politica opposta alla democrazia, perché in essa le decisioni collettive sono (di fatto o di diritto) riservate a un ceto o un comitato di (pretesi) competenti, detentori di saperi specializzati, e sottratte all’influenza vincolante dei processi di partecipazione, come le elezioni ma non solo, attraverso cui i cittadini manifestano le proprie (differenti, divergenti, contrastanti, conflittuali) istanze alle istituzioni pubbliche. Ma non dovunque vi sia un “governo tecnico”, lì vi è un regime tecnocratico. Per un verso, ogni governo dovrebbe essere “tecnico”, nel senso che la guida dei vari ministeri preposti al perseguimento di obiettivi e funzioni stabilite dalla Costituzione dovrebbe essere affidata a soggetti competenti; mentre spesso o per lo più accade il contrario. Per altro verso, tuttavia, nessun governo, per quanto composto di competenti, è mai puramente tecnico: come organo collegiale responsabile di un programma di decisioni pubbliche, sulla base del quale ha ottenuto (in un sistema parlamentare) la fiducia delle Camere, è a suo modo sempre un governo politico. È attore di un indirizzo politico (di maggioranza) alternativo ad altri possibili nei contenuti, anche quando fosse un governo “di unità nazionale”. Una decisione tecnica è propriamente una decisione sui mezzi, su quali siano adeguati a raggiungere determinati fini. Una decisione politica è una decisione sui fini, su quali debbano essere scelti e perseguiti in alternativa ad altri. Un regime tecnocratico si regge sull’ideologia — tale è, sotto mentite spoglie di obiettività scientifica — che non si dia davvero scelta tra fini alternativi. There is no alternative.

Ma non è mai vero, non è mai così. Qualunque decisione pubblica ci porta in una certa direzione, verso un tipo di società o verso un altro. Dunque: dove ci porta il Piano? Quali sono i suoi obiettivi, i suoi fini? Sono indiscutibili o ne possiamo e dobbiamo discutere? Sono interpretabili in modo univoco? E i mezzi predisposti — i provvedimenti, le riforme — sono adeguati a raggiungerli?

La riflessione sul fatto e sul nome del Piano potrebbe anche suggerire una domanda di tutt’altro genere. Sia detto con ironia: siamo forse passati dall’economia di mercato all’economia di piano? Ma figuriamoci! Pare che l’idea — anzi, il vero piano — sia restaurare attraverso l’attuazione del Piano il dominio del mercato, del privato sul pubblico, con l’aiuto delle più ingenti risorse pubbliche. Lo dicono le stesse parole-chiave del titolo: “ripresa”, termine consueto nel discorso sui cicli del capitalismo; e “resilienza”, termine scientifico inconsueto nel discorso pubblico, anzi fastidioso neologismo mediatico, il cui significato nel nuovo contesto extra-scientifico è forse quello involontariamente rivelato dalla Presidente della Commissione europea in un improvvido commento recente, perla di ingenuità e ignoranza: quando ha citato il celebre motto del Gattopardo, «tutto deve cambiare perché tutto ritorni come prima», intendendolo come l’indicazione di una fulgida mèta, anziché la mesta enunciazione di una filosofia pessimistica della storia. Come prima? Il Piano ci riporta a come eravamo prima? In che senso, in che cosa, in che misura?

Ma che cosa dice davvero il Piano? Che cosa bolle in pentola? Insomma, di nuovo: dove ci porta il Piano?

La Scuola per la Buona Politica di Torino e Volere la luna hanno promosso un’iniziativa congiunta per aiutarci a capirlo. Abbiamo chiesto a un gruppo di studiosi di leggere le varie parti del Piano, le cosiddette “missioni”, e i documenti finora disponibili di alcune delle “riforme” ad esso collegate, per cercare di scorgere che cosa si sta preparando per il nostro futuro.

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Michelangelo Bovero

Michelangelo Bovero, allievo di Norberto Bobbio, è professore di Filosofia politica nell’Università di Torino. Studioso della filosofia politica antica e moderna e delle teorie politiche e giuridiche contemporanee, si è dedicato in particolare ai temi della democrazia e dei diritti fondamentali. È autore di circa 250 pubblicazioni. Dirige la “Scuola per la buona politica di Torino”. Dal 2007 è titolare onorario della “Cátedra por la democracia y el derecho” presso l’Unitec (Politecnico) di Città del Messico.

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