Perché una Costituzione della Terra?

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Perché una Costituzione della Terra? Perché – come si legge nella pagina di presentazione del sito di “Costituente Terra” (https://www.costituenteterra.it/chi-siamo-perche-ci-siamo/) – «mentre ormai tutti i problemi si pongono a livello globale e il pericolo della fine non incombe più, come accaduto in passato, su singoli popoli ma sull’umanità tutta intera, non c’è un soggetto che assuma la responsabilità di tutto ciò e ne tenti la regola». E perché, come argomenta più distesamente Luigi Ferrajoli che, con Raniero la Valle, è tra i promotori dell’iniziativa (https://volerelaluna.it/politica/2020/01/03/una-scuola-per-una-costituzione-della-terra/), una delle “lezioni” che la pandemia ci ha impartito è che alle molteplici emergenze e catastrofi del nostro tempo (riscaldamento climatico, guerre, crescita delle diseguaglianze, masse di migranti in fuga) si potrà rispondere solo andando oltre i confini degli Stati e «imponendo rigidi limiti e vincoli costituzionali ai poteri attualmente selvaggi della politica e dell’economia» (Perché una Costituzione della Terra?, Giappichelli, Torino 2021, p. 31).

Il progetto di una Costituzione della Terra, nell’intenzione dei promotori, dovrebbe essere depositato presso la sede dell’ONU, sottoposto alla discussione e approvazione dell’Assemblea generale e aperto all’adesione e alla ratifica di tutti gli Stati del mondo. Una pazza utopia? Una fuga nel mondo del futuribile? Per il momento un testo, redatto da Ferrajoli, è stato reso pubblico sotto forma di “bozza”, aperta alle osservazioni e agli emendamenti di chi vorrà contribuire a perfezionarla (http://labibliotecadialessandria.costituenteterra.it/prima-bozza-di-lavoro-per-una-costituzione-della-terra/). Leggendolo, ci si accorge di come, nella sua radicalità, rimanga nel solco della migliore tradizione costituzionalistica, riprendendo e sistematizzando norme contenute in costituzioni e carte internazionali vigenti e mettendo a frutto tutte le tecniche di garanzia che sono state escogitate, negli anni, per rendere effettivi i diritti.

Il testo, composto da 100 articoli, ha a tutti gli effetti la struttura di una carta costituzionale, divisa nelle due classiche parti: la prima dedicata ai principi e ai diritti fondamentali, la seconda all’organizzazione dei poteri. Pur ricollegandosi idealmente a documenti famosi come la Dichiarazione universale del ’48 e la Carta dell’ONU, di cui parafrasa l’incipit («Noi, i popoli della Terra») appare profondamente innovativo su entrambi i versanti.

Nella prima parte spicca la previsione, accanto al catalogo dei diritti, di due Titoli dedicati rispettivamente ai «beni fondamentali» e ai «beni illeciti». La necessità di sottrarre al mercato beni personalissimi come le parti del corpo umano, beni comuni come le risorse naturali e ambientali (da proteggere attraverso l’istituzione di un demanio planetario) e beni sociali, come i farmaci salva-vita, i vaccini, l’alimentazione di base, è stata più volte argomentata da Ferrajoli nei suoi scritti recenti. Si tratta di superare la logica individualistica dei diritti, stipulando l’indisponibilità e l’inalienabilità dei beni vitali in assenza dei quali gli stessi diritti sono destinati a rimanere solo sulla carta. Che senso ha, ad esempio, proclamare il diritto alla salute senza riconoscere l’accesso gratuito ai farmaci o all’acqua potabile? O affermare il diritto a un’esistenza dignitosa dimenticandosi di «garantire la vita presente e futura sul nostro pianeta in tutte le sue forme» (la prima finalità della Costituzione della Terra, insieme al mantenimento della pace, alla promozione di rapporti amichevoli tra i popoli e alla realizzazione dell’uguaglianza)? In modo analogo, la previsione di un catalogo di beni illeciti, di cui va vietata la produzione, il commercio e la detenzione («le armi nucleari, le armi di offesa e di morte, le droghe pesanti, le scorie radioattive e tutti i rifiuti tossici o pericolosi») mira ad assicurare l’effettività del diritto alla pace e alla sopravvivenza di tutti gli abitanti del pianeta, e del pianeta stesso. Di qui, nel solco di Kant, la previsione dello scioglimento degli eserciti nazionali e l’affidamento del monopolio della produzione e detenzione delle armi, «limitatamente a quelle necessarie all’esercizio delle funzioni di pubblica sicurezza», alle forze di polizia, locali, statali e globali (art. 77). Ma anche la statuizione di limiti alla produzione di energie non rinnovabili (art. 54) e il divieto di attività che rechino danni irreversibili alla natura (art. 56).  

Un secondo aspetto degno di essere sottolineato riguarda la titolarità dei diritti. Altre Dichiarazioni, anche recenti, come la Carta di Nizza, non hanno saputo – o voluto – affrontare il nodo dell’accesso ai diritti che, anche quando proclamati come universali, per essere effettivamente goduti richiedono il possesso della cittadinanza o di titoli legali di ingresso e soggiorno nel territorio europeo. La formula che si legge nel Preambolo della Carta di Nizza – l’Unione «pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione» – suona oggi sommamente ipocrita di fronte al disprezzo che le istituzioni dell’UE, e gli Stati che ne sono parte, mostrano per la vita di donne e uomini privi di una pregiata cittadinanza occidentale. Il progetto di Costituzione di cui stiamo discutendo, invece, all’art. 5 riconosce a tutti gli esseri umani la «cittadinanza della Terra». E, per il resto, evita di servirsi della parola “cittadino”, attribuendo i diritti – tutti i diritti, senza eccezione alcuna – alle persone. Anche il diritto alla libera circolazione, che si traduce nel diritto di emigrare e di «scegliere la propria residenza in qualunque punto della Terra» (art. 14). Anche i diritti politici, storicamente associati allo status civitatis, che vengono qui ancorati al criterio della residenza stabile entro un determinato territorio (art. 34). Lo status di cittadino cessa, così, di configurarsi come condizione indispensabile (e, per troppi, inaccessibile) per il godimento degli stessi diritti riconosciuti formalmente alla persona («il diritto ad avere diritti», secondo la celebre formula di Hannah Arendt). Senza tuttavia che ciò comporti l’idea del superamento della forma-Stato e l’immaginazione di un «governo del mondo». Da questo punto di vista, Ferrajoli tiene i piedi ben saldi per terra, sostenendo esplicitamente che le funzioni di governo, la cui legittimità dipende dalla rappresentatività politica, «è bene che restino prevalentemente in capo agli Stati nazionali». Mentre ad essere trasferite agli organi di una futura Federazione della Terra dovranno essere, in via sussidiaria, soprattutto le funzioni di garanzia dei diritti e dei beni fondamentali.

Incontriamo allora, nella seconda parte del testo (artt. 59-100), gran parte delle istituzioni create all’indomani della seconda guerra mondiale, o in epoca successiva, per scongiurare il ripetersi delle ben note tragedie: dall’ONU, con i suoi organi statutari e le sue agenzie (OMS, FAO, UNESCO, OIL) alla Corte penale internazionale, ancora oggi non pienamente operativa per il boicottaggio da parte delle grandi potenze. Queste organizzazioni vengono tuttavia profondamente riformate e affiancate da altri strumenti, al fine di garantire i diritti, la pace, la tutela dell’ambiente naturale e dei beni comuni, la messa al bando dei beni illeciti, la lotta alla povertà. Si prevede, tra l’altro, un Consiglio di sicurezza dell’ONU composto dai rappresentanti di 15 Stati designati ogni 5 anni dall’Assemblea generale, nessuno dei quali avrebbe il diritto di veto, e l’istituzione di una Corte costituzionale internazionale incaricata di pronunciarsi sull’eventuale illegittimità degli atti adottati dal Consiglio di sicurezza (in modo che non siano più possibili “guerre dell’ONU”, in palese violazione della Carta). Ma è soprattutto sulla riconfigurazione e il potenziamento delle istituzioni preposte alla garanzia dei diritti sociali e dei beni fondamentali che il progetto insiste. Si tratterebbe di dotare l’Organizzazione mondiale della sanità, la FAO, l’UNESCO, l’OIL, così come le neo-istituite Agenzia mondiale dell’acqua e Agenzia garante per l’ambiente, delle risorse necessarie per garantire l’accesso alle cure mediche, all’istruzione, al lavoro, alle risorse idriche, anche agli abitanti dei paesi più poveri, laddove questo obiettivo non riesca ad essere raggiunto a livello statale, e per promuovere e coordinare le politiche in difesa dell’ambiente. Perché ciò sia possibile gli artt. 92-98 istituiscono un bilancio planetario, con vincoli “sociali” di spesa, su modello di quanto previsto dalla Costituzione brasiliana; un registro globale dei grandi patrimoni; una tassazione sull’uso e l’abuso dei beni comuni; imposte globali sui grandi patrimoni, sulle successioni e sui redditi elevati, improntate a criteri di forte progressività; il condono del debito pubblico dei paesi poveri «a titolo di risarcimento dei danni finora provocati ai beni comuni dell’umanità e alle generazioni future dallo sviluppo industriale ecologicamente insostenibile dei paesi ricchi».

Molte sarebbero ancora le novità degne di essere segnalate. Ma anche senza addentrarsi ulteriormente nell’esame dei contenuti di questa “bozza”, che condensa nei suoi 100 articoli l’essenza della teoria del costituzionalismo globale elaborata da Ferrajoli in decenni di studi, è facile farsi prendere da un certo giramento di testa. E, di nuovo, chiedersi: si tratta di un progetto realizzabile? O di un puro esercizio di immaginazione utopica?

In realtà, Ferrajoli stesso e i suoi compagni di strada si mostrano consapevoli del carattere «all’apparenza utopistico» dell’idea di una Costituzione della Terra. La forza del progetto consiste, tuttavia, nel disegnare un modello-limite verso cui tendere e nell’«indicare, alle lotte sociali contro le tante emergenze in atto, un concreto obiettivo strategico». Più che come un documento giuridico, la Costituzione della Terra andrebbe letta come un «programma politico razionale in grado di unificare le tante battaglie nelle quali sono impegnate in tutto il mondo migliaia di associazioni: dalle battaglie civili in difesa dell’ambiente a quelle a sostegno della garanzia universale dell’acqua potabile, dai movimenti pacifisti per il disarmo nucleare alle mobilitazioni per l’eguale garanzia del diritto alla salute per tutti gli esseri umani, da quelle contro la povertà e la fame nel mondo fino alle lotte a sostegno dei diritti alla sopravvivenza oggi negati ai migranti». Un programma che è un invito a superare la disperazione paralizzante che troppo spesso spinge alla passività e all’inerzia. Nella consapevolezza che il vero realismo, oggi, è quello di chi prende sul serio la minaccia incombente della distruzione del genere umano e del suo habitat, e ha il coraggio di immaginare un orizzonte all’altezza della sfida.

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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