Il Piano di Ripresa e Resilienza: tra metodo e contenuti

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È di questi giorni l’avvio dei primi passi del nuovo Governo. Tra questi, per citare le parole del Presidente Draghi, «l’approfondimento e il completamento» del Piano di Ripresa e Resilienza, tenendo conto degli orientamenti del Parlamento. Non è ancora chiaro se questo percorso si avvarrà o meno di quel dialogo sociale che il Forum Disuguaglianze e Diversità (non da solo) ha indicato a più riprese come lo strumento necessario a far sì che nelle scelte che verranno compiute siano incorporate e utilizzate le competenze e conoscenze detenute, tra gli altri, dalle organizzazioni di cittadinanza attiva. Saperi necessari perché espressione di soggetti radicati sul territorio e proprio per questo in grado di contribuire a riconoscere, per ogni missione del Piano, ogni ambito di intervento, quali siano le priorità da perseguire, i risultati a cui tendere, gli ostacoli da superare, le modalità più efficaci per raggiungerli.  

Ad oggi non intravediamo ancora le condizioni per sentirci pienamente rassicurati rispetto al rischio di un confronto meramente formale, ancorato a una ritualità che questi saperi non è in grado di far emergere e valorizzare, perché poco incline a utilizzare la messa in discussione, anche dura, dei convincimenti con i quali l’amministrazione pubblica, ciascuna delle parti, si siede al “tavolo”, per uscirne poi rafforzati da un bagaglio di conoscenze molto più ampio di quello inizialmente posseduto. E dalla possibilità, per il Governo cui spetta la responsabilità delle decisioni, di adottare scelte più consapevoli, perché più “informate”.

È nota la riluttanza con la quale un’amministrazione per lo più vecchia e affaticata, schiacciata sull’emergenza, tende a cogliere i vantaggi del confronto non rituale tra saperi diversi. Ce la indica la difficoltà registrata nel dare attuazione piena e diffusa al Codice Europeo di Condotta del Partenariato, risalente ormai al 2014, adottato nell’ambito della programmazione dei fondi strutturali, proprio con questa finalità. Ma è proprio dalle migliori esperienze maturate nell’applicazione di questi principi che viene la conferma, non solo della utilità, ma anche della sostenibilità di queste pratiche. Anche per le garanzie che esse offrono in termini di sostegno alle scelte adottate quando frutto di decisioni scaturite non nelle chiuse e impenetrabili stanze di una istituzione lontana e inaccessibile, ma nell’ambito di un confronto aperto, tanto alle nuove e diverse conoscenze, quanto al riconoscimento delle aspettative di cambiamento cui la politica è chiamata a dare una risposta.

Molte sono le proposte avanzate dal “partenariato” negli scorsi mesi. Per restare a quelle del Forum Disuguaglianze e Diversità, sono sul tavolo da diverse settimane indicazioni concrete: per rafforzare i tre obiettivi trasversali di riduzione delle disuguaglianze di genere, generazionali e territoriali; per includere un nuovo obiettivo trasversale, rivolto a «dare dignità e partecipazione strategica al lavoro»; per coniugare giustizia ambientale e giustizia sociale; per assicurare un’adeguata presa in conto, nel disegno delle missioni e dei progetti, delle tante diversità che caratterizzano il nostro territorio, della pluralità delle nostre aree marginalizzate; per dotare il paese di un sistema di infrastrutture sociali integrate; per migliorare l’efficacia degli interventi per la casa, la scuola, la transizione digitale ed ecologica. Un insieme di proposte reso possibile anche dal lavoro svolto con reti associative (come quella di #educAzioni) o con università (come il Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano: www.dastu.polimi.it).

Ma abbiamo anche lavorato sul metodo. Segnalando, non da soli, i rischi dell’affastellamento di progetti riconducibili più a competenze settoriali di cui garantire la riconoscibilità, che a una visione condivisa dei cambiamenti da realizzare, delle aspettative cui dare risposta. Un limite, questo, che rende il Piano privo della linfa vitale necessaria a farne strumento vivo e pulsante di una strategia Paese, in grado di parlare, di dare certezze, ai milioni di persone che la crisi Covid-19 ha costretto a ripensare i propri progetti di vita, capace di mobilitare tutte le energie necessarie alla sua attuazione. Un limite dovuto all’assenza, salvo eccezioni, di riferimenti ai risultati attesi dagli oltre 200 progetti attualmente previsti nel Piano.

È solo, infatti, dalla esplicitazione di questi risultati che può venire la piena comprensione di quali siano le priorità effettivamente perseguite dal Piano, a quali aspirazioni esse corrispondano, cosa si vuole (e dove) effettivamente cambiare. È un’assenza che indebolisce tutto l’impianto del Piano perché è solo da questa indicazione che può venire una scelta di progetti basata sul filtro dell’efficacia, sulla verifica della loro capacità di conseguire l’obiettivo annunciato. Difatti, la loro utilità non può essere valutata in base al numero dei beneficiari raggiunti (ad es. il numero delle imprese finanziate, o delle periferie urbane oggetto di intervento) ma da come essi contribuiscono, sempre per stare nell’esempio, all’aumento delle esportazioni o al miglioramento della qualità della vita degli abitanti, misurato, ancora in via esemplificativa, sulla base del miglioramento nell’accesso ai servizi essenziali. E ancora, è attraverso l’indicazione di risultati attesi misurabili che si riesce far “atterrare” il Piano sul territorio, allocando progetti e risorse in funzione di questi risultati, un passo questo non rinviabile, dal momento che oltre il 60% dei progetti previsti dal Piano è affidato ad amministrazioni territoriali. Non solo: questa è anche la pre-condizione per aggredire le tante disuguaglianze che affliggono il nostro Paese. Basti pensare all’obiettivo, questo sì fissato in modo chiaro, di assicurare a ulteriori 450 mila bambini e bambine un posto negli asili nido, un impegno che non potrà non essere modulato sul territorio, riconoscendo priorità a quelli maggiormente in ritardo, mobilitando e attrezzando per tempo le amministrazioni, soprattutto locali, che questo impegno dovranno sostenere.

Questa è un’ulteriore, fondamentale, motivazione per un’accurata definizione dei risultati attesi: molto si è discusso della governance del Piano, partendo dalla constatazione della estrema debolezza della Pubblica Amministrazione. Una debolezza che viene da lontano, da anni di disinvestimento, non solo finanziario, nel settore pubblico del nostro Paese. Anche su questo si è espresso il Forum, da ultimo con una proposta articolata predisposta assieme al Forum PA e a Movimenta, raccogliendo moltissime e qualificate adesioni.

Nelle scelte annunciate dal Governo si coglie l’assai condivisibile indicazione di superare questa debolezza, senza ricorrere ad illusorie scorciatoie di “affiancamenti esterni” che lasciano la PA inalterata, lavorando piuttosto per un rafforzamento delle filiere ordinarie (dai Ministeri, alle Regioni, ai Comuni). E una migliore specificazione delle missioni del Piano (oggi più titoli di ambiti tematici che vere e proprie missioni), una più chiara indicazione degli obiettivi da queste perseguiti, è la leva da cui può e deve partire questo rafforzamento, facendo del Piano, ad un tempo, il perno e il pilota per un progetto di rigenerazione complessiva della nostra Pubblica Amministrazione. È infatti dalle missioni da realizzare che deve venire l’indicazione delle strutture da rafforzare, con l’immissione delle nuove leve di giovani e l’acquisizione delle professionalità più utili, scongiurando il rischio di deleterie assunzioni alla cieca. Un percorso fattibile in poco tempo, come dimostrano diverse esperienze di concorsi recenti conclusi in meno di sei mesi, se opportunamente presidiato e orientato. Ma è anche solo con obiettivi chiari e mobilitanti che si possono motivare i singoli funzionari e loro strutture, che si può far loro percepire l’orgoglio di appartenenza alla PA, il loro essere ad un tempo protagonisti e responsabili di un grande progetto di cambiamento del Paese, garantendo così a questo progetto le gambe per essere attuato.

Non manca il tempo per discutere queste e le tante altre proposte formulate in questi mesi da altre organizzazioni e reti di cittadinanza attiva, dalle organizzazioni del lavoro e dell’impresa: raccogliere, discutere e scegliere, in modo trasparente e motivato, fra le proposte pervenute non richiedi tempi incompatibili con la tempestiva presentazione del Piano e, per contro, può assicurare ad esso quel sostegno diffuso indispensabile alla sua più efficace attuazione.

Sabina De Luca

Sabina De Luca ha dedicato gran parte della sua vita professionale alle politiche di coesione, prima con attività di ricerca e successivamente all’interno della Pubblica Amministrazione dove ha ricoperto, tra gli altri, l’incarico di Direttore Generale e di Capo del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione responsabile del coordinamento dei programmi e interventi finanziati dalla politica di coesione, comunitaria e nazionale, in Italia. Da ultimo ha diretto il Dipartimento Progetti di Sviluppo e Finanziamenti europei di Roma Capitale. È componente del Forum Disuguaglianze e Diversità nell’ambito del quale cura le attività legate alle politiche di sviluppo territoriale e a quelle rivolte al rinnovamento della Pubblica Amministrazione.

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