«La notte più lunga eterna non è»

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La crisi dovuta al Coronavirus si intreccia con altre, che ne sono, al tempo stesso, cause ed effetti. Mi riferisco alla profonda ferita alla democrazia resa simbolicamente evidente dal recente attacco al Campidoglio a Washington, alla situazione ambientale del pianeta (che rischia di portare in un futuro non lontanissimo all’estinzione della vita), al prevalere dell’individualismo e al venir meno della dimensione collettiva nell’affrontare i problemi. Tutto ciò non nasce improvvisamente e non è un frutto del destino “cinico e baro”, ma è la conseguenza di comportamenti, di atti sociali e politici, di modi di pensare diffusi sviluppatisi in particolar modo a partire dalla seconda metà degli anni ’70 (dopo, cioè, che si era concluso il “trentennio glorioso” in cui la ricostruzione e lo sviluppo capitalistico seguiti alle distruzioni della seconda guerra mondiale erano stati accompagnati, in Occidente, da misure di welfare, più o meno efficaci, a seconda della conduzione politica dei diversi paesi).

La crisi della democrazia

La democrazia non si misura solo con la possibilità di effettuare libere elezioni, ma deriva da un insieme di fattori, ben evidenziati nella nostra Costituzione quando, all’articolo 3, assegna alla Repubblica il compito «di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese». La democrazia è un processo che non si può mai ritenere pienamente concluso: si potrebbe paragonare all’utopia, definita da Eduardo Galeano un orizzonte verso il quale tendere, anche se non lo raggiungeremo mai. Il livello della “democrazia reale”, in un determinato periodo e in un determinato Paese, dipende dalla quantità e dalla qualità dell’informazione, dai percorsi educativi e di conoscenza in atto, dalla presenza (o meno) di occasioni diffuse di aggregazione e di confronto politico-culturale, dall’esistenza (o dalla mancanza) di atti volti a rimuovere gli ostacoli indicati nell’articolo 3 della nostra Costituzione, dall’effettiva garanzia di poter esprimere liberamente le proprie opinioni e associarsi, dall’attivazione di occasioni e strumenti di partecipazione, dal fatto che i conflitti possano svilupparsi appieno in maniera nonviolenta. Ed è attraverso la partecipazione, il confronto, il conflitto che i soggetti in campo hanno la possibilità di raggiungere una posizione egemonica nella società.
È proprio perché diversi dei fattori qui indicati sono venuti meno, o si sono attenuati nel corso del tempo, che tale livello si è paurosamente abbassato negli ultimi decenni. Si è avuto un calo notevole dell’affidabilità e dell’influenza dei mass-media tradizionali, mentre il campo veniva sempre più invaso dai social, spesso diffusori di fake-news. Sono diminuiti progressivamente gli investimenti nei settori dell’istruzione, della conoscenza, della cultura. E anche i conflitti sociali sono calati, sia di quantità che d’intensità. I movimenti e le lotte che coglievano la complessità delle situazioni e le sapevano leggere in un contesto più generale, esprimendo un alto livello di sapere sociale, hanno ceduto, in buona parte, il passo ai vari populismi che hanno affrontato i problemi sulla base di semplificazioni fuorvianti. Un clima come questo, collegato all’aumento delle disuguaglianze sul piano economico, produce e alimenta i mostri del razzismo, della xenofobia, dell’intolleranza (il che provoca un pauroso arretramento sul terreno della democrazia e costituisce il brodo di coltura del fascismo del XXI secolo). Crisi della democrazia, quindi, con radici piuttosto lontane, ma con una notevole accelerazione durante la fase pandemica. E con il prevalere di un senso comune che costituisce un terreno fertile per l’affermarsi dell’esigenza dell’“uomo forte” risolutore dei problemi, per l’individuazione della sicurezza (ma non quella sociale) come priorità assoluta, per la conseguente richiesta, al fine di tutelare l’ordine, di maniere energiche e sbrigative.

La crisi ambientale

Alla crisi della democrazia è strettamente connessa quella ambientale, in atto da tempo, ma che sta raggiungendo adesso livelli altissimi. La pandemia stessa ha come causa prima un rapporto sbagliato, prevaricante e distruttivo, degli esseri umani con il mondo animale e vegetale. Più volte, alcuni scienziati hanno lanciato delle vere e proprie grida di allarme, segnalando che occorrono profondi cambiamenti, vere e proprie inversioni di rotta, nelle politiche economiche ed energetiche, nei consumi, nelle abitudini dei Paesi, delle collettività e delle singole persone. Le risposte della politica sono risultate tardive e insufficienti, ma dalla società è venuta una spinta a misure più decise, efficaci, tempestive. Sono stati i più interessati a garantirsi un futuro, i giovani e i giovanissimi, a sviluppare un movimento, quello dei Fridays for future, che ha avanzato richieste precise ‒ riguardanti le scelte da fare nell’immediato per far fronte alla crisi climatica ‒ e che è sceso ripetutamente in piazza negli anni più recenti (fino a che la pandemia non ha ridotto le possibilità di mobilitazione). Un altro movimento, composto da giovani e meno giovani, nato in Inghilterra e diffusosi in molte altre parti del mondo, Italia compresa, è quello di Extinction Rebellion (sigla XR), che si dichiara nonviolento e inclusivo, propone azioni di disobbedienza civile, si basa su parole d’ordine semplici e chiare (le principali: che i governi dichiarino l’emergenza climatica ed ecologica, che si fermi la distruzione degli ecosistemi e delle biodiversità e si porti allo zero netto le emissioni di gas serra entro il 2025). I segnali di catastrofi a breve scadenza si susseguono, a partire dal fatto che cominciano a sciogliersi ghiacciai considerati fino a poco tempo fa “eterni”. I tempi per avviare cambiamenti che le evitino si riducono sempre di più e si fa via via più pressante l’esigenza che siano molto radicali. La logica del profitto da perseguire a breve, senza nessuna considerazione per le conseguenze future, continua però a prevalere. Si prosegue così nell’opera di segare il ramo su cui siamo precariamente appollaiati. Le multinazionali e i poteri finanziari conducono il gioco e la politica va al rimorchio, con la Borsa e il Mercato che costituiscono i punti di riferimento essenziali a cui conformare gli interventi istituzionali. Coloro che sono al governo nei vari Paesi o si collocano fra i “negazionisti” (quelli che negano le evidenze messe in luce dalla scienza) oppure, nel migliore dei casi, pur ammettendo i rischi per la sopravvivenza dell’umanità, mettono in campo, per non scontentare i “padroni del vapore”, misure troppo timide.

La crisi dell’agire collettivo

Al terzo posto, in questo elenco delle crisi in atto, sta il venir meno della spinta propulsiva ad agire collettivamente, che è poi l’impulso, così forte nel nostro Paese negli anni ’60 e ’70, a “far politica” tutti insieme, attraverso il confronto e il conflitto, che si esprime con lo sciopero, le vertenze, le manifestazioni, le mobilitazioni, la disobbedienza civile (cioè con tutte le forme in cui si articola la lotta nonviolenta). Anche in questo caso la situazione attuale ha origini lontane. È negli anni ’80, infatti, che si ha un’inversione di rotta, conseguenza dell’affievolirsi, e poi dello spegnersi, delle lotte e dei movimenti che avevano caratterizzato i decenni precedenti. Vi sono alcuni eventi che danno il senso della fine di quella fase, in Italia e nel mondo: la cosiddetta “marcia dei quarantamila” (cioè la manifestazione anti-sindacale di impiegati, quadri, dirigenti che volevano la fine dei 35 giorni di sciopero portati avanti, con presidi “duri” ai cancelli, dagli operai della Fiat), svoltasi a Torino il 14 ottobre 1980; il licenziamento, nel 1981, negli Stati Uniti, di 11.359 controllori di volo in sciopero, ad opera del Presidente Ronald Reagan: atto che alzò notevolmente il livello della deregulation; la conclusione, nel 1985, della lunga e “gloriosa” lotta condotta, in Gran Bretagna, dai minatori guidati da Arthur Scargill, battuti alla fine dalla premier Margareth Thacter, quella che aveva lanciato lo slogan «there is no alternative» («non c’è nessuna alternativa») alle politiche di riduzione della spesa sociale e di contrasto netto alle richieste del mondo del lavoro. In Italia, a partire dal 1968, si erano registrati notevoli avanzamenti sul terreno dei diritti sociali e civili (lo statuto dei lavoratori, il divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale). Nonostante uno slogan molto gettonato nelle manifestazioni fosse «lo Stato borghese si abbatte, non si cambia», nel decennio dal ’68 al ’78 le istituzioni statali erano state riformate e i cosiddetti corpi separati (magistratura e polizia), nonché il mondo delle professioni, avevano avuto profonde trasformazioni (con la nascita del sindacato di polizia, di Magistratura Democratica, di Medicina Democratica, di Psichiatria Democratica). La reazione era stata immediata ed era venuta avanti su più fronti, producendo una lunga serie di stragi e di uccisioni, per la maggior parte opera dell’eversione di destra. Gli anni ’80 segnano il completo affossamento della stagione delle riforme: prevalgono l’individualismo, il rifluire delle azioni collettive, l’affermarsi della competizione e della corsa al successo, la maggiore attenzione alle ragioni dell’impresa rispetto a quelle delle lavoratrici e dei lavoratori, nel segno della modernità, con ragionamenti che trovano ascolto anche a sinistra (il laburista Tony Blair è il capo-fila di questa svolta, che nel nostro Paese comporta anche il “suicidio” del PCI, in concomitanza con il crollo del muro di Berlino e poco prima che si concluda il processo di estinzione dell’Unione Sovietica). Certo, anche durante il periodo di riflusso, i movimenti non spariscono del tutto, anzi in certi momenti riappaiono con forza (quello pacifista durante gli stessi anni ’80 e poi, ancor più, all’inizio del nuovo secolo, quando incombono nuove guerre) e si sviluppa, durante i Social Forum, il movimento alter-mondialista, che si pone come obiettivo «un altro mondo possibile». Analisi, elaborazioni, indicazioni avanzate in quelle occasioni si sono dimostrate sempre di più giuste, senza però riuscire a incidere sulle scelte politiche di chi governa. Tutto ciò, e in particolare il fatto che le grandi manifestazioni per la pace non siano riuscite a fermare una guerra, ha creato sfiducia nella possibilità di determinare dei cambiamenti reali e, alla fine, il processo di abbandono del terreno dell’impegno collettivo, avviato da tempo, ha prevalso. Ecco, quindi, dove possiamo trovare le radici della crisi della politica che avvertiamo oggi.

Dalla crisi è possibile uscire

Da una crisi, però, è possibile uscire. Come afferma Bertold Brecht ne La canzone della Moldava, «la notte più lunga eterna non è». Se ci guardiamo intorno, in questa drammatica situazione, troviamo anche segnali positivi, di una possibile ripresa di impegno collettivo, di un rilancio della partecipazione come elemento essenziale della democrazia, di inserimento della questione ambientale come priorità di ogni progetto politico. Continuano, infatti, anche se in modo autoreferenziale e nonostante le grandi difficoltà che incontrano, le esperienze solidali, di mutuo soccorso, di tutela dei diritti, di cooperazione portate avanti localmente in tutte le parti del Paese; sono in piedi, come già accennato, i movimenti Fridays for future ed Extinction Rebellion; e si è avviato, con la Società della Cura, un tentativo di dare alle esperienze di base un punto di incontro, di confronto, di scambio a livello nazionale. È proprio partendo dalle azioni determinate dalla semplice affermazione «restiamo umani» e dagli interventi concreti sul territorio che si può giungere a una riqualificazione della politica, oggi spesso ridotta a giochi di potere o, comunque, riservata agli addetti ai lavori. Per superare le crisi profonde che si intrecciano fra loro è necessario mettere insieme tutte le possibili energie positive e percorrere un cammino lungo e difficile, tramite lo strumento del “far politica”, per andare verso l’orizzonte di una democrazia partecipata.

One Comment on “«La notte più lunga eterna non è»”

  1. Tra i segnali positivi, non dimentichiamo la strenua battaglia del movimento No Tav, la lotta degli zapatisti del Chiapas, che quest’anno saranno in viaggio per l’Europa da luglio a ottobre, la lotta dei Gilets Jaunes in Francia, del movimento del Rojava, delle lotte cilene…..

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