6 gennaio 2021: la normalità degli apartheid

12/01/2021 di:

Come l’11 settembre 2001, ormai mitica data delle Torri Gemelle, l’Epifania del 2021 è entrata tra le date che coincidono con “eventi sentinella” di ciò che sta succedendo nel mondo globale: da non si sa quanto tempo con una visibilità chiara, ma che ne impediva una denominazione univoca e condivisibile tale da provocare interventi di diagnosi-contrasto.

L’impatto mediatico, politico, emotivo dell’assalto a Capitol Hill non richiede sottolineature. Sullo scenario di un’Italia in crisi politica esso ha messo in second’ordine, nella cronaca, la telenovela esemplare e drammatica dei vaccini e delle loro implicazioni (su cui, in ultimo, https://volerelaluna.it/commenti/2021/01/04/sul-ponte-sventola-bandiera-bianca/). Ma proprio all’interno di tale telenovela, e come suo “evento sentinella”, si è inserita, in coincidenza con la data dell’Epifania, una decisione di routine dello Stato di Israele, ignorata per la sua “normalità”: la vaccinazione non è disponibile per i Palestinesi dei territori occupati. Il termine tecnico più appropriato per questa normalità, largamente riconosciuta nel diritto internazionale, è apartheid, crimine contro l’umanità, che rende criminale, e perciò non rappresentante legittimo di uno Stato di diritto, chi lo commette. La denuncia di questa situazione è oggetto di uno dei tanti appelli rispetto ai quali è più che nota la sordità dei circuiti che contano nel decidere se e quanto i diritti umani hanno, per lo meno, il diritto di visibilità.

Ora, l’accostamento di “eventi sentinella” apparentemente tanto incomparabili non è una forzatura né un artefatto.

L’assalto programmato e pilotato al simbolo di una democrazia da sempre considerata “di riferimento” per il “mondo civile” è l’espressione (la conclusione?) di una governance che si ritiene legittimata, in nome della legalità del potere, a decidere apartheid riguardanti il diritto alla vita e all’autodeterminazione di popoli non coerenti con la volontà (oggi riconosciuta come psicopatica e incapace di responsabilità) del rappresentante di quella democrazia, indiscussa dalla “comunità internazionale”. Tali apartheid riguardano la spinta sempre più marcata dei palestinesi in un apartheid anche formale e internazionalmente riconosciuto, la rottura degli accordi e gli assassini mirati contro l’Iran, la salute come diritto universale (con il ritiro dall’OMS), il futuro del clima e delle generazioni a venire (con l’uscita dagli accordi, per quanto precari, di Parigi); e, poi, i migranti, i neri, le donne, nonostante e contro tutti i movimenti di opposizione all’interno degli stessi Stati Uniti. L’apartheid vaccinale dei palestinesi è un “evento sentinella” meno appariscente di politiche tollerate da sempre, nella sostanziale impunità, dalle democrazie della comunità internazionale. Un crimine “normale”: come quello della Turchia all’interno e rispetto alle sperimentazioni di democrazia sostanziale del Rojava, del Myanmar contro i Rohingyas, del genocidio (sempre in corso e nella più perfetta visibilità in Europa) di migranti e rifugiati. E sappiamo quanto lungo sarebbe un elenco che volesse coprire la realtà quotidiana.

La domanda posta dall’apartheid che ha Israele come protagonista è un “evento sentinella” dell’apartheid sistematico (attuale e dei prossimi anni) realizzato attraverso le guerre economico-politiche dei/sui vaccini. I nomi con cui questa realtà viene descritta, vissuta, imposta sono i più diversi, spesso fuorvianti. A titolo di esempio, la vaccinazione non è un problema sanitario. Le previsioni sui tempi necessari per l’immunità di gregge o per coperture universali con uno o l’altro dei vaccini e delle loro combinazioni, in assenza di stime epidemiologiche affidabili e applicate alle popolazioni più a rischio, sono necessarie ma assomigliano a un “intrattenimento” che rinvia (o esclude a priori) le doverose decisioni su costi, brevetti, accessibilità. Il vaccino è, a livello globale, un interpello alla sostenibilità di un’economia che “normalmente” cancella dalle sue considerazioni, prima ancora che dalle sue decisioni, gli umani che non sono azionisti di multinazionali o che non hanno interessi in borsa.

La qualificazione, ora largamente condivisa, di Trump come terrorista, psicopatico e via dicendo era già un dato di fatto, con annesso giudizio esplicito sui miti della rappresentatività democratica del paese che lo aveva eletto e tollerato così a lungo: senza dimenticarne la continuità politica con ruoli non minori della stessa democrazia modello negli scenari delle tante guerre che dall’“evento sentinella” dell’11 settembre si sono moltiplicati in questi 20 anni del nuovo millennio.

La normalità con cui il vaccino ‒ come le migrazioni, l’accesso universale alla salute, alla educazione, alla pari dignità del vivere ‒ è visto non come un test imprescindibile di indicatori di democrazia ma come un capitolo separato, affidato a “protezioni civili” impegnate nella produzione amministrativa-burocratica di bollettini quantitativi di morti che si pretendono oggettivi e scientifici mentre sono, di fatto, il mascheramento e la sostituzione di una comprensione condivisa, capace di preparare un futuro che non può essere “vaccinale”: in Italia, in Europa, in USA e nel mondo intero. Gli apartheid della in-umanità o della post-umanità (per citare l’ultimo lavoro di Marco Revelli), infatti, non hanno vaccini sviluppabili in tempi record, con l’approvazione obbligata dell’una o dell’altra agenzia governativa o regionale, e pubblicizzabili come uscita dai tunnel strutturali che un “evento sentinella”, per quanto drammatico e di indubbia rilevanza storica, ha semplicemente reso più visibili e intollerabili.

6 gennaio 2021: nella sproporzione delle loro espressioni e visibilità, Trump e Israele, possono forse divenire “eventi sentinella” propositivi? Anche solo perché chiamano per nome e dicono quanto è grave e di lungo periodo la crisi di una prassi di democrazia che considera, da tanto tempo e nei modi più diversi, l’apartheid degli umani come una condizione normale e tollerabile? Per quale dopo?