I diritti dell’uomo e la dichiarazione universale del 1948

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[…] il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
[…] il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;
[…] è indispensabile che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione.

Sono passati settantadue anni dal 10 dicembre 1948 quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunitasi a Parigi, approvò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, promettendo all’umanità, uscita stremata dagli orrori della seconda guerra mondiale, l’inizio di una storia nuova. Ancora oggi non è retorico affermare che la Dichiarazione universale rappresenta un punto di svolta nella storia e costituisce una sorta di Magna Carta dell’umanità. Già dal preambolo, in due punti fondamentali, si esplicitava la filosofia che regge l’intero impianto. Il primo è che esiste una sola famiglia umana. Ciò comportava il rovesciamento e la radicale delegittimazione non solo delle teorie razziali che avevano alimentato i regimi nazifascisti, ma anche di consuetudini, tradizioni, legislazioni all’epoca ancora vigenti negli Stati che hanno sottoscritto la dichiarazione: basti pensare alle limitazioni dei diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti e alle tradizioni coloniali di paesi come la Francia e l’Inghilterra. Il secondo, conseguenza del primo, è il riconoscimento della ontologica dignità di tutti i membri della (unica) famiglia umana, che sono perciò titolari di diritti uguali e inalienabili, e, dunque, universali.

Per quanto l’idea generale e la stessa terminologia utilizzata riflettano momenti della storia del pensiero e delle istituzioni politiche dell’Occidente, la Dichiarazione universale non è riducibile a espressione di una cultura particolare. La sua universalità, nonostante l’inevitabile forma storica del linguaggio, consiste nella capacità di riflettere istanze fondamentali, riscontrabili in ogni cultura (del Nord e del Sud) e nelle grandi tradizioni religiose (d’Oriente e d’Occidente), riconducibili all’esigenza del rispetto e dello sviluppo integrale della persona. La Dichiarazione è il punto d’incontro e di raccordo di concezioni diverse dell’uomo e della società, una specie – come è stato scritto – di «decalogo per cinque miliardi di individui» che ha avuto il merito «di formulare un concetto unitario e universalmente valido di valori che dovevano essere difesi da tutti gli Stati nei loro ordinamenti interni». Essa rappresenta il punto più alto della svolta che la comunità internazionale ha operato dal 1945, creando un nuovo ordinamento di istituzioni e di diritti, a partire dalla Carta della Nazioni Unite, inteso a costruire la pace attraverso il diritto e a cambiare il diritto, inserendovi come suo connotato essenziale il riconoscimento della dignità della persona e dell’universalità dei suoi diritti fondamentali.

La Dichiarazione, per quanto non fosse un documento giuridicamente vincolante per gli Stati, nondimeno, costituì un punto di svolta perché tracciò i binari lungo i quali si è sviluppata in seguito la grande codificazione moderna del diritto internazionale dei diritti umani, che si è tradotta in un vero e proprio corpus iuris di norme giuridiche vincolanti per gli Stati. Essa è il patrimonio morale che l’Occidente ha edificato per l’umanità intera. Dopo la sua approvazione non sono più concepibili, come in passato, un diritto della tortura, un diritto della discriminazione razziale, un diritto della schiavitù, né sono giustificabili gli orrori delle guerre.

Dopo 72 anni dobbiamo constatare che quella promessa di una storia nuova è rimasta largamente inattuata, anzi i valori e i principi consacrati nella Dichiarazione ogni giorno vengono apertamente contraddetti e contestati non solo con violazioni di fatto ma persino con atti di diritto internazionale e di diritto interno che si pongono in aperto contrasto con i diritti umani.

Dobbiamo, dunque, concludere che la Dichiarazione non è più attuale? che il rispetto dei diritti dell’uomo non è più un traguardo a cui tutte le società umane devono puntare? che in alcuni contesti culturali ci può essere una declinazione alternativa di quei diritti, com’è avvenuto con la Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam (1981), nel cui art. 2 sta scritto che: «è vietato sopprimere la vita tranne che per una ragione prescritta dalla Shari’ah» (e quindi le donne che partoriscono un figlio fuori dal matrimonio possono essere legalmente lapidate, come ancora oggi avviene in Iran e Arabia saudita)? Dobbiamo concludere che i diritti dell’uomo devono essere etnicizzati come vogliono i sovranisti di casa nostra, che hanno inventato lo slogan «prima gli italiani»? o che devono ancora oggi essere considerati universali, cioè validi per ogni uomo e ogni donna in ogni contesto geografico o culturale, come pretende la Dichiarazione del 1948?

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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