Contro la democrazia del leader

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Se in un sistema politico il potere decisionale spetta in ultima istanza a un solo soggetto, ne consegue che un simile regime non potrà essere definito una democrazia. Nonostante tale affermazione risulti ai più come una banalità, questo principio democratico fondamentale – che risponde alla domanda quanti governano – rischia oggi di venir disatteso, travisato, in favore di un “nuovo” modo di intendere la democrazia: quella del leader. Intendiamoci, da sempre si sono fronteggiati nella storia della teoria democratica almeno due grandi paradigmi: da un lato la cosiddetta «democrazia immediata» o «diretta», teorizzata da Duverger e poi ripresa dai teorici della democrazia maggioritaria, incentrata sulla fase decidente del processo decisionale, con la conseguente valorizzazione dell’organo di Governo e della figura del Primo ministro, eletto direttamente dal corpo elettorale; dall’altro, una concezione «mediata» o «indiretta» della democrazia, descritta e difesa da Kelsen e poi da Bobbio, che pone al centro la funzione di deliberazione del Parlamento, considerato l’unico organo elettivo in grado di rispecchiare i diversi orientamenti politici della società, in cui giocano un ruolo chiave i partiti politici.

Se volessimo domandarci quale dei due modelli prevalga oggi, dovremmo innanzitutto interrogare il passato, tentando di cogliere e interpretare i molteplici interventi che, dalla seconda metà degli anni Settanta, hanno minato le fondamenta della nostra democrazia rappresentativa. In primo luogo, il celebre report della Commissione Trilaterale del 1975, il quale individuava nei sistemi politici occidentali un problema di «eccesso di democrazia», tale per cui diverrebbe necessario, al fine di salvaguardare le democrazie stesse, rinunciare in parte a forme di rappresentanza politica, per garantire la stabilità dei governi e la loro efficacia decisionale. La governabilità – termine abusato e travisato in maniera sistematica – diventa, da questo momento, il principio guida intorno al quale instaurare una democrazia maggioritaria forte. In Italia, l’introduzione dell’elezione popolare diretta del Sindaco e quella successiva analoga per il Presidente della Regione, costituiscono un enorme passo in avanti verso quel processo, definito da Leopoldo Elia, di «presidenzializzazione dei parlamentarismi». Nello specifico, sembra possibile riscontare nel corso delle diverse legislature, tutti quegli elementi costitutivi che Elia definì centrali per definire questa tendenza: la centralizzazione dei poteri nelle mani del vertice dell’esecutivo; la sua crescente autonomia rispetto alle istituzioni rappresentative, quali il Parlamento; la progressiva personalizzazione della politica e della campagna elettorale, culminata nel nostro ordinamento con la comparsa sulle schede elettorali del nome del candidato-Presidente all’interno dei simboli di partito. Il tutto, correlato dall’assenza di una concreta e sostanziale modifica dell’assetto istituzionale e delle sue regole, al netto dei ripetuti tentativi riformistici in questa direzione – in ultima la riforma costituzionale Renzi-Boschi.

Ebbene, questo intricato scenario sembra infittirsi e offuscarsi ulteriormente in questo periodo di emergenza. Tale affermazione ritrova una concreta evidenza se ci si sofferma sulle modalità e le forme con cui le istituzioni politiche hanno affrontato la pandemia. In questo senso, la tendenza a una verticalizzazione della politica e alla concentrazione dei poteri nelle mani dell’organo di Governo, ha assunto una pericolosa impennata da marzo in avanti. A partire da quei mesi, la figura del Primo Ministro ha ricoperto un ruolo chiave nella gestione della pandemia, creando di fatto un legame diretto e costante con il corpo dei cittadini. Pensiamo ai numerosi discorsi alla Nazione o, ancora, al largo e ripetuto uso dei famosi DPCM, come principali strumenti normativi utilizzati dal Governo per definire le misure in materia di contagi. Su alcuni di questi punti sono già stati sollevanti enormi quesiti. In che misura, ad esempio, le modalità di intervento adottate risultano conformi a una democrazia costituzionale come la nostra (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/27/coronavirus-interventi-normativi-costituzione-10-domande-e-risposte/)? E ancora: siamo sicuri che in un dato ordinamento, il compito di tenere discorsi pubblici che si rivolgono all’intera Nazione, spetti a un Primo ministro, legato politicamente a una maggioranza di governo? Come comportarsi poi se tali discorsi vengono utilizzati per fare “campagna elettorale”, magari citando nome e cognome di oppositori politici (https://volerelaluna.it/politica/2020/04/15/conte-i-discorsi-del-re-e-la-democrazia/)?

La situazione non sembra poi migliorare, ma anzi peggiorare, se osserviamo la risposta delle istituzioni alla cosiddetta «seconda ondata» attualmente in corso. Oltre ai già citati problemi – che peraltro permangono in maniera sostanziale – se ne aggiungono ulteriori, primo fra tutti l’autoritaria, e per certi versi incostituzionale, rivendicazione di potere decisionale da parte dei Presidenti delle regioni nella gestione di eventuali misure restrittive, resi protagonisti di una «grottesca rivolta dei “governatori”» (https://volerelaluna.it/commenti/2020/11/08/la-grottesca-rivolta-dei-governatori/), attraverso un compulsivo e incontrollato ricorso allo strumento delle ordinanze.

Insomma, il quadro appare oltremodo complesso e l’emergenza in corso non fa che gettare benzina sul fuoco. Il rischio è quello di avvicinarsi inavvertitamente a una forma di democrazia decidente, incentrata su un unico soggetto, un leader carismatico, che assuma le vesti di capo democratico.

A questo punto bisognerebbe chiedersi se sia ancora corretto parlare di democrazia, oppure se, come sostenuto da Michelangelo Bovero, sarebbe meglio definire questo ipotetico regime un’«autocrazia elettiva». Di fronte a tale scenario, riecheggiano ancora una volta le parole di Hans Kelsen, secondo cui la democrazia è per definizione quel regime politico che prevede l’«assenza di capi»; un insegnamento, forse, che non dovremmo dimenticare.

Michele Sferlinga

Michele Sferlinga studia presso l’Università degli studi di Torino.

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