Occuparsi dei diritti civili in piena pandemia?

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Occuparsi dei diritti civili in piena pandemia? Sì, la Camera dei deputati per fortuna lo ha fatto, evitando la trappola delle proverbiali «altre priorità» che vengono agitate per sabotare norme progressiste ogniqualvolta mancano coraggio e argomenti per dire apertamente «no, questa legge non s’ha da fare». La scorsa settimana, finalmente, l’Assemblea di Montecitorio ha approvato la proposta di legge contro l’omofobia (ma il contenuto è più ampio), che ora passa al Senato – dove, come tutti sanno, il cammino sarà più difficile. E il fatto che sia avvenuto in un periodo così drammatico come quello che stiamo vivendo a causa del Covid non è privo di significato, perché è proprio nei momenti di crisi che bisogna accorgersi di chi è meritevole di una protezione che ancora non ha. Così come la mancanza di reddito morde nella carne viva di larghi settori sociali, sul piano psico-sociale sappiamo che le restrizioni ai movimenti, l’angoscia, le convivenze forzate in casa conducono all’aumento dell’aggressività, della violenza, dell’ostilità. E dunque, se c’è indiscutibilmente bisogno urgente di ristori economici, c’è altrettanto bisogno di politiche di attenzione verso chi è più esposto ad essere oggetto di parole e gesti di rabbia cieca e brutale.

A ottenere il «sì» della maggioranza di deputate e deputati è stato un testo che prevede, innanzitutto, la modifica di due articoli del codice penale, il 604-bis e il 604-ter, dedicati, rispettivamente, a punire gli atti di discriminazione (compresa l’istigazione) e a stabilire un’aggravante se un reato risulta commesso con finalità di discriminazione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/06/orientamento-sessuale-e-identita-di-genere-contro-i-discorsi-e-i-crimini-dodio/). La normativa vigente identifica nei motivi «razziali, etnici, nazionali o religiosi» quelli meritevoli di sanzione anti-discriminatoria. Se il Senato imiterà la Camera dando il via libera alla proposta in questione, a tali motivi si aggiungeranno anche «sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità». Come si vede, quindi, non è semplicemente una norma di contrasto all’omofobia e alla transfobia, ma anche alla misoginia e all’abilismo, cioè alla discriminazione nei confronti dei cosiddetti portatori di handicap. Soggettività diverse, ma accomunate dall’essere oggetto della violenza, figlia di quell’ordine simbolico fondato sul corpo del maschio eterosessuale e fisicamente «efficiente» e «produttivo», per utilizzare il sinistro lessico intriso di (inconsapevoli, ma non per questo meno gravi) reminiscenze nazistoidi del presidente della Liguria Giovanni Toti nel famigerato tweet sugli anziani (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/11/02/i-vecchi-non-sono-indispensabili-prove-di-eugenetica/). Soggettività la cui attuale assenza di protezione in campo penale è irragionevole e ingiusta perché, come autorevolmente affermato dalla dottrina giuridica, «le discriminazioni nei loro confronti sono tanto gravi come quelle che si basano sulla razza o sulla religione» (https://www.questionegiustizia.it/articolo/discriminazione-orientamento-sessuale-e-identita-di-genere-riflessioni-a-margine-della-proposta-di-legge-zan).

La proposta di legge, il cui primo firmatario è Alessandro Zan (Pd), prevede anche altro, come l’istituzione di una giornata nazionale per il contrasto all’omofobia, alla lesbofobia, alla bifobia e alla transfobia, recependo nel nostro ordinamento una data già riconosciuta dall’Unione europea e dall’Onu (International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia): è il 17 maggio, ricorrenza del giorno in cui, nel 1990, l’Organizzazione mondiale della sanità rimosse ufficialmente l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Quel che non c’è, invece, è quello, che hanno voluto a tutti i costi vedere oppositori e oppositrici della norma. Due gli elementi principali agitati contro la proposta Zan. Primo, un fantomatico «bavaglio» alla libertà di espressione, impossibile per ragioni di buon senso prima ancora che costituzionali. Chiunque sosterrà di essere contrario alle unioni civili o al matrimonio fra persone dello stesso sesso, ovviamente, potrà in piena legittimità continuare a farlo. Quel che sarà punito, invece, sarà dire pubblicamente frasi come la seguente: «i datori di lavoro dovrebbero licenziare i loro dipendenti gay (o donne, o disabili)!». Fantascienza? No, purtroppo. Basti pensare a un notissimo avvocato penalista che in una trasmissione radiofonica non si fece alcun problema nel dichiarare che non avrebbe mai assunto nel proprio studio un collaboratore omosessuale. Secondo elemento su cui è infuriata la polemica, una presunta «cancellazione delle differenze» in virtù dell’utilizzo dell’espressione «identità di genere» che, secondo alcuni settori minoritari del femminismo, consentirebbe agli uomini di «colonizzare» l’identità femminile. Una preoccupazione la cui infondatezza è stata ampiamente dimostrata: «L’idea di “identità di genere”, che valorizza la fluidità delle appartenenze, e l’idea di “genere”, che attribuisce importanza allo spazio di autodeterminazione individuale in una prospettiva di rifiuto degli stereotipi, coesistono e non si pongono in alcun modo in contrasto con quella di “sesso” (che è ora contenuta nel testo unificato), che mette invece in primo piano la dimensione biologica. Il riconoscimento giuridico di ulteriori aspetti della personalità e dell’identità personale (nella sua portata sessuale) non implica certo la cancellazione di quelle sfere che sono già protette dal diritto» (https://www.questionegiustizia.it/articolo/discriminazione-orientamento-sessuale-e-identita-di-genere-riflessioni-a-margine-della-proposta-di-legge-zan).

Nel lungo e difficile cammino per il riconoscimento della piena eguaglianza nei diritti per tutte e tutti, questa legislatura potrebbe dunque essere ricordata per un nuovo passo avanti, dopo quello (assai limitato, peraltro) delle unioni civili in quella precedente. Nelle condizioni politiche date sarebbe un successo. Ma sarebbe comunque troppo poco, perché ancora tanto resta da fare per equiparare l’Italia ai Paesi più avanzati.

Per limitarsi a un solo aspetto, quello della genitorialità delle persone omosessuali, nel catalogo delle mancanze sono tre i punti principali: l’adozione da parte delle coppie di persone dello stesso sesso (così come da parte dei single, indipendentemente dall’orientamento sessuale), poi la cosiddetta stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio del partner, e infine il riconoscimento della doppia genitorialità alle coppie che abbiano generato con tecniche di procreazione medicalmente assistita all’estero (a cui si collega l’impossibilità di accedere a tali tecniche in Italia per una coppia di donne). Un tema, quello del riconoscimento della doppia genitorialità dopo procreazione assistita all’estero, sul quale è recentemente intervenuta la Corte costituzionale. Proprio nello stesso giorno dell’approvazione della proposta di legge Zan, i giudici della Consulta hanno depositato la sentenza con la quale hanno stabilito che l’assenza di tale riconoscimento non è in contrasto con la Costituzione. Detto in altri termini: il principio di uguaglianza sancito nella nostra Legge fondamentale non impone alla Corte di porre rimedio a tale mancanza di riconoscimento. Spetta al Parlamento farlo, se vuole: questo, in estrema sintesi, il senso della decisione. Il che significa, purtroppo: se il Parlamento non vorrà, andrà bene lo stesso. C’è da dubitare che il Parlamento di questa legislatura possa avere tale volontà. Ciononostante, su questo come gli altri temi, la richiesta di pieno ed eguale riconoscimento giuridico della vita famigliare delle persone LGBT non può e non deve fermarsi.

Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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