Il voto in Toscana: una lettura sbagliata

02/10/2020 di:

caro direttore,

su una cosa si può essere d’accordo, tra quelle che Tomaso Montanari sostiene nel suo recente intervento su queste pagine (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/25/le-elezioni-e-la-sinistra-che-non-ce/): quando, nella conclusione sulla “sinistra che non c’è”, sottolinea che essa ben difficilmente potrà nascere «in prossimità di elezioni» e che occorre «battere strade più lontane, più impervie, più faticose». Certo, per iniziare davvero a percorrerle, queste strade, bisognerebbe cominciare ad abbandonare la cattiva abitudine, cui anche Montanari indulge, di considerare “risibile” la sinistra che non piace, muovendo dall’assunto implicito che solo il proprio modo di intendere la sinistra sia quello vero ed autentico.

Ma qui vorrei soffermarmi in particolare sull’interpretazione che Montanari propone del voto toscano, una lettura a mio avviso del tutto fuorviante. A suo dire, in Toscana «trionfa una paura creata ad arte», una gigantesca truffa ai danni della residua sinistra che si presentava alle elezioni. E allora, bisogna ricostruire i fatti: e i fatti non sono i sondaggi più o meno manipolati, ma i voti veri, quelli delle elezioni europee dello scorso anno, che videro la destra in vantaggio di quattro punti sul centrosinistra (e poi la lista “La Sinistra” al 2,6%). Di più, tra il 2015 e il 2018, la destra aveva conquistato l’amministrazione di 6 capoluoghi di provincia su 10. Sulle cause di questi mutati equilibri, si potrebbe discorrere a lungo, e non è questa la sede. Ma certo, la primaria responsabilità va addebitata al Pd e alle sue scelte, che hanno dilapidato il capitale storico ereditato dalla centenaria tradizione socialista e comunista di questa regione. Ma tant’è, alla vigilia di queste elezioni, questi erano i dati di partenza, e i sondaggi, quelli pubblicati sui maggiori quotidiani e condotti dagli istituti più seri, non potevano che registrare una situazione di grande incertezza. A ciò si aggiunga la scelta del candidato, Eugenio Giani: non è corretto definirlo, come fa Montanari, un candidato di “apparato” o di “corridoio”, ma certo un politico da tempo sulla scena, che inizia la sua carriera nel PSI, nella sinistra socialista di Valdo Spini, e che poi si trova a navigare nei meandri del centrosinistra e poi del PD, fino a schierarsi con Renzi, negli anni del suo massimo fulgore. Ma persona mai chiacchierata, sulla cui personale correttezza nessuno ha avuto mai da ridire. La scelta di questa candidatura, già prima del Covid-19, frutto di accordi interni al PD, ha creato disagio e dissenso: vanamente una parte della sinistra, e una parte dello stesso PD, hanno cercato di costruire e proporre altre candidature. Senza riuscirci. D’altra parte, proprio lo stile e la figura del candidato (che i giornali definivano vintage), nelle particolari condizioni di una campagna elettorale segnata dal Covid-19, acuivano la sensazione di una notevole difficoltà a mobilitare l’elettorato democratico. E così ben presto scattava un certo allarme: sì, una certa “paura”, specie di fronte ad una destra che non commetteva gli errori commessi in Emilia (nessuna “citofonata” di Salvini). E senza che ci fossero molte Sardine in giro, e lo si può ben comprendere, che ravvivassero un’opinione pubblica democratica che sembrava piuttosto sonnolenta. Cosa fare in queste condizioni? Senza dubbio, la scelta è stata quella di “drammatizzare” lo scontro, ma è davvero sorprendente che ciò sia avvenuto? Del resto, è singolare che si giudichi «non contendibile» la Toscana, ma post factum: prima non era affatto così, e tanto più la Toscana si sarebbe rivelata “contendibile” tanto meno diffusa si fosse rivelata la consapevolezza dei rischi oggettivi che si correvano. Le elezioni sono un gioco strategico in cui milioni di scelte individuali si combinano simultaneamente in un risultato aggregato e collettivo che può anche risultare imprevisto o indesiderato, se le aspettative che guidano le singole scelte muovono da presupposti fallaci o da aspettative infondate. Ed è quello che poteva accadere, se tutti o molti si fossero adagiati nella credenza che «la Toscana non poteva andare alla destra». E qui, per fortuna, la gente di sinistra e democratica non ha voluto correre rischi. E lo ha fatto anche contro la tentazione della “personalizzazione”: seppure con un candidato che non convinceva, ha prevalso la politica. E, anche da questo punto di vista, le elezioni toscane si differenziano dal voto delle altre regioni, in cui ha dominato la figura dei cosiddetti “governatori” incumbents.

La paura, come sappiamo, è un’emozione che conta molto in politica; ma può avere segni diversi. Nel nostro caso è scattata una reazione difensiva di alto valore civile e democratico. A due giorni dalle elezioni, di fronte alle immagini del trionfale comizio finale di Salvini e Meloni a Firenze, in una Piazza della Repubblica gremita, scattava anche una reazione di orgoglio: con tutti i suoi limiti, il modello sociale e istituzionale della Toscana sembrava qualcosa che meritava di essere difeso. A cominciare dal sistema sanitario regionale, che aveva retto bene alla prova della pandemia, e che è sentito come un patrimonio pubblico da salvaguardare. E certo non ne guadagnavano in credibilità coloro che, durante la campagna elettorale, andavano dicendo che Giani e Ceccardi erano «le due facce della destra».

Appare perciò ben misera una lettura del voto toscano in chiave complottistica, come se fosse tutto riducibile alla diabolica maestria di qualche spin doctor che semina il terrore. E come se tutto fosse riconducibile all’obiettivo di “far fuori” la vera sinistra. Ahinoi, la sinistra fuori dal PD ci pensa da sola, a farsi fuori. Il richiamo al “voto utile” contro la destra ha funzionato soprattutto nei confronti dell’elettorato del M5S: ben centomila voti in meno rispetto al 2019. È stato questo lo smottamento decisivo che ha portato poi ad otto punti di vantaggio per Giani. Come attesta una ricerca dell’Istituto Cattaneo, nella città di Firenze ben il 45% del precedente elettorato “grillino” è confluito direttamente (senza voto disgiunto) sulle liste di centrosinistra. La lista Toscana a sinistra ha ottenuto il 2,86%, persino qualcosa in più di quanto ottenuto lo scorso anno alle Europee da una lista che gravitava sulla stessa area (e il “voto disgiunto” a favore di Giani è stato scelto da circa il 15% dei 46 mila elettori della lista). Come insegnavano i nostri maestri, quando si sbaglia l’analisi anche le politiche si rivelano fallimentari. Sarebbe dovuto risultare ben chiaro che il 6,3% ottenuto da questa lista nelle elezioni regionali del 2015 (che avrebbe consentito di superare la soglia del 5%) era un traguardo irripetibile, nelle mutate condizioni: cinque anni fa, con il PD in piena era renziana, con la destra divisa tra due candidati, e con la rielezione del presidente Rossi del tutto scontata, molti avevano potuto votare una lista unitaria della sinistra. Ma oggi? Una parte della sinistra fuori dal PD ha scelto comunque di stare, con un proprio profilo autonomo, dentro il campo del centrosinistra. Discutibile, certo, ma non «risibile», come dice Montanari con un certo sussiego. Valga, a questo proposito, quanto ha dichiarato il dott. Malacarne, noto e stimato primario di rianimazione all’ospedale di Pisa, accettando la candidatura nella lista “Sinistra civica ecologista” (la lista “risibile”): «cinque anni fa ho votato per Toscana a sinistra, quest’anno non voglio correre il rischio che la sanità toscana finisca in mano leghista» (per inciso, a Pisa, questa lista ha ottenuto il 10%). Anche questa lista ha ottenuto un risultato modesto, il 2,96, mancando per pochi voti l’ingresso in Consiglio: ma appunto, siamo lì, sommando questi voti, gira e rigira, siamo sempre al 4,6% ottenuto da LeU alle politiche del 2018 (a cui si può aggiungere il 2% di Potere al Popolo). Di questo, occorrerebbe discutere: dell’incapacità di costruire un partito degno di questo nome alla sinistra del PD (un’incapacità che finisce per premiare oltre misura il voto al PD che, agli occhi di molti elettori, che pure non hanno particolari motivi per apprezzare questo partito, alla fine appare come l’unico voto “sicuro” – il 35% in Toscana: tutti “salvati” e iper-garantiti?).

Infine, alcune precisazioni sulla legge elettorale toscana. Si può criticare la legge toscana, ma a ragion veduta: non è vero, come scrive Montanari, che questa legge abbia le liste bloccate (ci sono le preferenze), e non è né migliore né peggiore delle leggi con cui si vota nelle altre regioni. Può non piacere, e a me non piace – sono per il proporzionale – ma parliamo di una legge che appartiene a quella “famiglia” di sistemi elettorali. E l’unica particolarità toscana, inefficace in queste elezioni, ossia la previsione di un ballottaggio se nessun candidato supera il 40%, fu introdotta nel 2014 proprio per tener conto della sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il Porcellum (non l’Italicum, che non è mai venuto alla luce…), in quanto assegnava un premio di maggioranza senza nessuna soglia minima per il vincitore.

Insomma, ci sono molte cose da discutere: ma la via scelta da Tomaso Montanari non mi sembra la più costruttiva.

La replica di Tomaso Montanari

È bene ribadire qualche punto essenziale della vicenda toscana, visto il perdurare della propaganda:
a) il programma di Giani è pressoché indistinguibile da quello di Ceccardi, ed è un programma francamente di destra: sostenerlo da sinistra vuol dire non essere di sinistra, o non essere in buona fede;
b) le liste sedicenti di sinistra che lo hanno effettivamente sostenuto non hanno nessun radicamento reale nella società toscana, sono solo cavalli di Troia di un residuale ceto politico abbarbicato agli strapuntini del potere;
c) la Toscana non era contendibile, e infatti non è stata contesa. È il dato di realtà. Il capo della campagna di Giani (che prima lo era stato di Renzi e Nardella) ha scritto su Facebook: «Serviva una reazione forte della Toscana. E per questa reazione serviva che lo scenario fosse chiaro a tutti e l’averlo un po’ drammatizzato penso sia stato utilissimo per provocare questa reazione. Che c’è stata forte e chiara. Mi scuso quindi con tutti coloro che hanno subito il mio terrorismo psicologico». Terrorismo psicologico è la definizione giusta. La conseguenza di questo terrorismo è che la sinistra non è rappresentata in alcun modo nel Consiglio regionale toscano;
d) sì, l’elettorato del Pd e delle liste civetta che gli hanno portato acqua, è un elettorato di salvati, di conservatori, di persone che vorrebbero tenere le cose come stanno. I sommersi in gran parte non votano, in parte hanno votato per la Ceccardi;
e) il pessimo Toscanellum nasce, nel 2014, dal Pd renziano e dalle sue intese con Verdini e i suoi. L’Italicum ne fu un clone nazionale, e nel 2017 fu bocciato dalla Corte costituzionale (tra l’altro proprio sul ballottaggio).
Floridia mi giudica sussiegoso: è peggio, sono brutale. E sono brutalmente convinto che la vittoria di questo Pd in Toscana prepari solo un tonfo più forte e terribile alle prossime elezioni. E, ancora brutalmente, sono convinto che nulla di buono, anzi nulla di vivo, possa venire dal consunto, anzi perento, ceto politico che ha aiutato Giani “da sinistra”. È un mondo finito, le cui macerie però continuano ad impedire ogni ricostruzione a sinistra. «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti»: è l’unica cosa gentile che si può dir loro.
TM

Post scriptum [del 6 ottobre 2020]

Scopro che Antonio Floridia ha voluto replicare alla mia replica non su “Volere la Luna”, ma sulla sua pagina Facebook. Per dire, tra l’altro, che «questo è l’ultimo tentativo che faccio di dialogo pacato con questo pezzo di sinistra che si auto-proclama come l’unica, autentica interprete della “vera” sinistra». Forse dovrei correre a mettermi un casco, in vista dei prossimi tentativi di “dialogo non pacato”, ma la verità è che gli sono molto grato per questa decisione. Tra le ragioni che mi hanno spinto a partecipare alla fondazione di “Volere la Luna” c’era infatti la profonda insofferenza per l’impossibile, inconcludente, surreale dialogo con la sinistra che governa col Pd sostenendo di essere però dal Pd diversa. Semplicemente, da tempo non mi interessa più, in alcun modo: è il morto che continua a voler afferrare il vivo.
Ma è la chiusa del post di Floridia a meritare una risposta. Ecco cosa scrive: «Montanari è un ottimo storico dell’arte, ma insiste a parlare di cose che non sa o non ha studiato abbastanza: la legge elettorale toscana fu approvata nel 2004, e non c’entra nulla con il modello dell’Italicum. Fu modificata nel 2014 proprio per tener conto della sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum… Ma vabbè, dettagli».
C’è una lunga schiera di personaggi, variamente connessi al potere, che da tempo mi suggerisce di occuparmi solo di storia dell’arte. Uno dei primi fu Marcello dell’Utri, attraverso un’interrogazione parlamentare dei suoi senatori al ministro dell’Università: gli dava fastidio che mi fossi occupato della razzìa della Biblioteca dei Girolamini a Napoli, perpetrata dal suo braccio destro. Da allora ho deciso che di fronte questo “argomento” non avrei mai taciuto.
E dunque ripercorriamo le tappe che portano alla pessima, attuale legge elettorale toscana.
Quella approvata nel 2004 prevedeva che divenisse presidente il candidato alla carica che avesse riportato il maggior numero di voti validi, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima (art. 15 l.r. 25/2004 e art. 11, co. 1, lett. a l.r. 74/2004). La legge 270/2005 (c.d. Porcellum) ha introdotto un analogo meccanismo a livello statale (non tramite l’elezione del vertice dell’esecutivo, ma tramite l’assegnazione di un premio di maggioranza in Parlamento alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima). La sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Porcellum perché prevedeva l’assegnazione della maggioranza assoluta alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima.
La legge elettorale toscana approvata nel 2014, proprio per tener conto (benché non fosse obbligatorio) della sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum, ha previsto che divenga presidente il candidato alla carica di presidente che ha ottenuto il maggior numero di voti, purché superiore al 40% dei voti (art. 15, co. 1, l.r. 51/2014); se nessun candidato raggiunge il 40% dei voti si tiene un secondo turno di ballottaggio tra i due candidati più votati (art. 15, co. 2, l.r. 51/2014).
Proprio a questa legge toscana – quella attualmente in vigore – si è ispirata la legge nazionale n. 52/2015 (c.d. Italicum), che ha introdotto un analogo meccanismo (non tramite l’elezione del vertice dell’esecutivo, ma tramite l’assegnazione di un premio di maggioranza in Parlamento alla lista o alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, purché superiore al 40% dei voti e, se nessun candidato raggiunge il 40% dei voti, al vincitore di un secondo turno di ballottaggio tra le due liste o coalizioni più votate). Ma la sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’Italicum perché, a livello nazionale, prevedeva l’assegnazione della maggioranza assoluta alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse prevista una soglia minima per l’accesso al turno di ballottaggio nel caso in cui nessuna lista o coalizione avesse raggiunto il 40% dei voti al primo turno.
In definitiva: la Toscana ha anticipato sia il Porcellum, sia l’Italicum ed entrambe queste leggi statali sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte costituzionale. Dopo la sentenza sul Porcellum, la Toscana ha ritenuto di dover cambiare la propria legge elettorale (anche se la sentenza non la riguardava direttamente: ma evidentemente ne sentiva il dovere morale). Dopo la sentenza sull’Italicum, la Toscana non ha invece ritenuto di dover cambiare la propria legge elettorale, che l’ha ispirato e che le assomiglia così tanto.
Da toscano, trovo ripugnante votare con una legge che è palesemente contro lo spirito della Costituzione. E trovo curioso che Antonio Floridia continui a non capirlo: lui che non è uno storico dell’arte, ma il Responsabile dell’Ufficio ed Osservatorio Elettorale della Regione Toscana.