Il voto in Toscana: una lettura sbagliata

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caro direttore,

su una cosa si può essere d’accordo, tra quelle che Tomaso Montanari sostiene nel suo recente intervento su queste pagine (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/25/le-elezioni-e-la-sinistra-che-non-ce/): quando, nella conclusione sulla “sinistra che non c’è”, sottolinea che essa ben difficilmente potrà nascere «in prossimità di elezioni» e che occorre «battere strade più lontane, più impervie, più faticose». Certo, per iniziare davvero a percorrerle, queste strade, bisognerebbe cominciare ad abbandonare la cattiva abitudine, cui anche Montanari indulge, di considerare “risibile” la sinistra che non piace, muovendo dall’assunto implicito che solo il proprio modo di intendere la sinistra sia quello vero ed autentico.

Ma qui vorrei soffermarmi in particolare sull’interpretazione che Montanari propone del voto toscano, una lettura a mio avviso del tutto fuorviante. A suo dire, in Toscana «trionfa una paura creata ad arte», una gigantesca truffa ai danni della residua sinistra che si presentava alle elezioni. E allora, bisogna ricostruire i fatti: e i fatti non sono i sondaggi più o meno manipolati, ma i voti veri, quelli delle elezioni europee dello scorso anno, che videro la destra in vantaggio di quattro punti sul centrosinistra (e poi la lista “La Sinistra” al 2,6%). Di più, tra il 2015 e il 2018, la destra aveva conquistato l’amministrazione di 6 capoluoghi di provincia su 10. Sulle cause di questi mutati equilibri, si potrebbe discorrere a lungo, e non è questa la sede. Ma certo, la primaria responsabilità va addebitata al Pd e alle sue scelte, che hanno dilapidato il capitale storico ereditato dalla centenaria tradizione socialista e comunista di questa regione. Ma tant’è, alla vigilia di queste elezioni, questi erano i dati di partenza, e i sondaggi, quelli pubblicati sui maggiori quotidiani e condotti dagli istituti più seri, non potevano che registrare una situazione di grande incertezza. A ciò si aggiunga la scelta del candidato, Eugenio Giani: non è corretto definirlo, come fa Montanari, un candidato di “apparato” o di “corridoio”, ma certo un politico da tempo sulla scena, che inizia la sua carriera nel PSI, nella sinistra socialista di Valdo Spini, e che poi si trova a navigare nei meandri del centrosinistra e poi del PD, fino a schierarsi con Renzi, negli anni del suo massimo fulgore. Ma persona mai chiacchierata, sulla cui personale correttezza nessuno ha avuto mai da ridire. La scelta di questa candidatura, già prima del Covid-19, frutto di accordi interni al PD, ha creato disagio e dissenso: vanamente una parte della sinistra, e una parte dello stesso PD, hanno cercato di costruire e proporre altre candidature. Senza riuscirci. D’altra parte, proprio lo stile e la figura del candidato (che i giornali definivano vintage), nelle particolari condizioni di una campagna elettorale segnata dal Covid-19, acuivano la sensazione di una notevole difficoltà a mobilitare l’elettorato democratico. E così ben presto scattava un certo allarme: sì, una certa “paura”, specie di fronte ad una destra che non commetteva gli errori commessi in Emilia (nessuna “citofonata” di Salvini). E senza che ci fossero molte Sardine in giro, e lo si può ben comprendere, che ravvivassero un’opinione pubblica democratica che sembrava piuttosto sonnolenta. Cosa fare in queste condizioni? Senza dubbio, la scelta è stata quella di “drammatizzare” lo scontro, ma è davvero sorprendente che ciò sia avvenuto? Del resto, è singolare che si giudichi «non contendibile» la Toscana, ma post factum: prima non era affatto così, e tanto più la Toscana si sarebbe rivelata “contendibile” tanto meno diffusa si fosse rivelata la consapevolezza dei rischi oggettivi che si correvano. Le elezioni sono un gioco strategico in cui milioni di scelte individuali si combinano simultaneamente in un risultato aggregato e collettivo che può anche risultare imprevisto o indesiderato, se le aspettative che guidano le singole scelte muovono da presupposti fallaci o da aspettative infondate. Ed è quello che poteva accadere, se tutti o molti si fossero adagiati nella credenza che «la Toscana non poteva andare alla destra». E qui, per fortuna, la gente di sinistra e democratica non ha voluto correre rischi. E lo ha fatto anche contro la tentazione della “personalizzazione”: seppure con un candidato che non convinceva, ha prevalso la politica. E, anche da questo punto di vista, le elezioni toscane si differenziano dal voto delle altre regioni, in cui ha dominato la figura dei cosiddetti “governatori” incumbents.

La paura, come sappiamo, è un’emozione che conta molto in politica; ma può avere segni diversi. Nel nostro caso è scattata una reazione difensiva di alto valore civile e democratico. A due giorni dalle elezioni, di fronte alle immagini del trionfale comizio finale di Salvini e Meloni a Firenze, in una Piazza della Repubblica gremita, scattava anche una reazione di orgoglio: con tutti i suoi limiti, il modello sociale e istituzionale della Toscana sembrava qualcosa che meritava di essere difeso. A cominciare dal sistema sanitario regionale, che aveva retto bene alla prova della pandemia, e che è sentito come un patrimonio pubblico da salvaguardare. E certo non ne guadagnavano in credibilità coloro che, durante la campagna elettorale, andavano dicendo che Giani e Ceccardi erano «le due facce della destra».

Appare perciò ben misera una lettura del voto toscano in chiave complottistica, come se fosse tutto riducibile alla diabolica maestria di qualche spin doctor che semina il terrore. E come se tutto fosse riconducibile all’obiettivo di “far fuori” la vera sinistra. Ahinoi, la sinistra fuori dal PD ci pensa da sola, a farsi fuori. Il richiamo al “voto utile” contro la destra ha funzionato soprattutto nei confronti dell’elettorato del M5S: ben centomila voti in meno rispetto al 2019. È stato questo lo smottamento decisivo che ha portato poi ad otto punti di vantaggio per Giani. Come attesta una ricerca dell’Istituto Cattaneo, nella città di Firenze ben il 45% del precedente elettorato “grillino” è confluito direttamente (senza voto disgiunto) sulle liste di centrosinistra. La lista Toscana a sinistra ha ottenuto il 2,86%, persino qualcosa in più di quanto ottenuto lo scorso anno alle Europee da una lista che gravitava sulla stessa area (e il “voto disgiunto” a favore di Giani è stato scelto da circa il 15% dei 46 mila elettori della lista). Come insegnavano i nostri maestri, quando si sbaglia l’analisi anche le politiche si rivelano fallimentari. Sarebbe dovuto risultare ben chiaro che il 6,3% ottenuto da questa lista nelle elezioni regionali del 2015 (che avrebbe consentito di superare la soglia del 5%) era un traguardo irripetibile, nelle mutate condizioni: cinque anni fa, con il PD in piena era renziana, con la destra divisa tra due candidati, e con la rielezione del presidente Rossi del tutto scontata, molti avevano potuto votare una lista unitaria della sinistra. Ma oggi? Una parte della sinistra fuori dal PD ha scelto comunque di stare, con un proprio profilo autonomo, dentro il campo del centrosinistra. Discutibile, certo, ma non «risibile», come dice Montanari con un certo sussiego. Valga, a questo proposito, quanto ha dichiarato il dott. Malacarne, noto e stimato primario di rianimazione all’ospedale di Pisa, accettando la candidatura nella lista “Sinistra civica ecologista” (la lista “risibile”): «cinque anni fa ho votato per Toscana a sinistra, quest’anno non voglio correre il rischio che la sanità toscana finisca in mano leghista» (per inciso, a Pisa, questa lista ha ottenuto il 10%). Anche questa lista ha ottenuto un risultato modesto, il 2,96, mancando per pochi voti l’ingresso in Consiglio: ma appunto, siamo lì, sommando questi voti, gira e rigira, siamo sempre al 4,6% ottenuto da LeU alle politiche del 2018 (a cui si può aggiungere il 2% di Potere al Popolo). Di questo, occorrerebbe discutere: dell’incapacità di costruire un partito degno di questo nome alla sinistra del PD (un’incapacità che finisce per premiare oltre misura il voto al PD che, agli occhi di molti elettori, che pure non hanno particolari motivi per apprezzare questo partito, alla fine appare come l’unico voto “sicuro” – il 35% in Toscana: tutti “salvati” e iper-garantiti?).

Infine, alcune precisazioni sulla legge elettorale toscana. Si può criticare la legge toscana, ma a ragion veduta: non è vero, come scrive Montanari, che questa legge abbia le liste bloccate (ci sono le preferenze), e non è né migliore né peggiore delle leggi con cui si vota nelle altre regioni. Può non piacere, e a me non piace – sono per il proporzionale – ma parliamo di una legge che appartiene a quella “famiglia” di sistemi elettorali. E l’unica particolarità toscana, inefficace in queste elezioni, ossia la previsione di un ballottaggio se nessun candidato supera il 40%, fu introdotta nel 2014 proprio per tener conto della sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il Porcellum (non l’Italicum, che non è mai venuto alla luce…), in quanto assegnava un premio di maggioranza senza nessuna soglia minima per il vincitore.

Insomma, ci sono molte cose da discutere: ma la via scelta da Tomaso Montanari non mi sembra la più costruttiva.

La replica di Tomaso Montanari

È bene ribadire qualche punto essenziale della vicenda toscana, visto il perdurare della propaganda:
a) il programma di Giani è pressoché indistinguibile da quello di Ceccardi, ed è un programma francamente di destra: sostenerlo da sinistra vuol dire non essere di sinistra, o non essere in buona fede;
b) le liste sedicenti di sinistra che lo hanno effettivamente sostenuto non hanno nessun radicamento reale nella società toscana, sono solo cavalli di Troia di un residuale ceto politico abbarbicato agli strapuntini del potere;
c) la Toscana non era contendibile, e infatti non è stata contesa. È il dato di realtà. Il capo della campagna di Giani (che prima lo era stato di Renzi e Nardella) ha scritto su Facebook: «Serviva una reazione forte della Toscana. E per questa reazione serviva che lo scenario fosse chiaro a tutti e l’averlo un po’ drammatizzato penso sia stato utilissimo per provocare questa reazione. Che c’è stata forte e chiara. Mi scuso quindi con tutti coloro che hanno subito il mio terrorismo psicologico». Terrorismo psicologico è la definizione giusta. La conseguenza di questo terrorismo è che la sinistra non è rappresentata in alcun modo nel Consiglio regionale toscano;
d) sì, l’elettorato del Pd e delle liste civetta che gli hanno portato acqua, è un elettorato di salvati, di conservatori, di persone che vorrebbero tenere le cose come stanno. I sommersi in gran parte non votano, in parte hanno votato per la Ceccardi;
e) il pessimo Toscanellum nasce, nel 2014, dal Pd renziano e dalle sue intese con Verdini e i suoi. L’Italicum ne fu un clone nazionale, e nel 2017 fu bocciato dalla Corte costituzionale (tra l’altro proprio sul ballottaggio).
Floridia mi giudica sussiegoso: è peggio, sono brutale. E sono brutalmente convinto che la vittoria di questo Pd in Toscana prepari solo un tonfo più forte e terribile alle prossime elezioni. E, ancora brutalmente, sono convinto che nulla di buono, anzi nulla di vivo, possa venire dal consunto, anzi perento, ceto politico che ha aiutato Giani “da sinistra”. È un mondo finito, le cui macerie però continuano ad impedire ogni ricostruzione a sinistra. «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti»: è l’unica cosa gentile che si può dir loro.
TM

Post scriptum [del 6 ottobre 2020]

Scopro che Antonio Floridia ha voluto replicare alla mia replica non su “Volere la Luna”, ma sulla sua pagina Facebook. Per dire, tra l’altro, che «questo è l’ultimo tentativo che faccio di dialogo pacato con questo pezzo di sinistra che si auto-proclama come l’unica, autentica interprete della “vera” sinistra». Forse dovrei correre a mettermi un casco, in vista dei prossimi tentativi di “dialogo non pacato”, ma la verità è che gli sono molto grato per questa decisione. Tra le ragioni che mi hanno spinto a partecipare alla fondazione di “Volere la Luna” c’era infatti la profonda insofferenza per l’impossibile, inconcludente, surreale dialogo con la sinistra che governa col Pd sostenendo di essere però dal Pd diversa. Semplicemente, da tempo non mi interessa più, in alcun modo: è il morto che continua a voler afferrare il vivo.
Ma è la chiusa del post di Floridia a meritare una risposta. Ecco cosa scrive: «Montanari è un ottimo storico dell’arte, ma insiste a parlare di cose che non sa o non ha studiato abbastanza: la legge elettorale toscana fu approvata nel 2004, e non c’entra nulla con il modello dell’Italicum. Fu modificata nel 2014 proprio per tener conto della sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum… Ma vabbè, dettagli».
C’è una lunga schiera di personaggi, variamente connessi al potere, che da tempo mi suggerisce di occuparmi solo di storia dell’arte. Uno dei primi fu Marcello dell’Utri, attraverso un’interrogazione parlamentare dei suoi senatori al ministro dell’Università: gli dava fastidio che mi fossi occupato della razzìa della Biblioteca dei Girolamini a Napoli, perpetrata dal suo braccio destro. Da allora ho deciso che di fronte questo “argomento” non avrei mai taciuto.
E dunque ripercorriamo le tappe che portano alla pessima, attuale legge elettorale toscana.
Quella approvata nel 2004 prevedeva che divenisse presidente il candidato alla carica che avesse riportato il maggior numero di voti validi, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima (art. 15 l.r. 25/2004 e art. 11, co. 1, lett. a l.r. 74/2004). La legge 270/2005 (c.d. Porcellum) ha introdotto un analogo meccanismo a livello statale (non tramite l’elezione del vertice dell’esecutivo, ma tramite l’assegnazione di un premio di maggioranza in Parlamento alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima). La sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Porcellum perché prevedeva l’assegnazione della maggioranza assoluta alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima.
La legge elettorale toscana approvata nel 2014, proprio per tener conto (benché non fosse obbligatorio) della sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum, ha previsto che divenga presidente il candidato alla carica di presidente che ha ottenuto il maggior numero di voti, purché superiore al 40% dei voti (art. 15, co. 1, l.r. 51/2014); se nessun candidato raggiunge il 40% dei voti si tiene un secondo turno di ballottaggio tra i due candidati più votati (art. 15, co. 2, l.r. 51/2014).
Proprio a questa legge toscana – quella attualmente in vigore – si è ispirata la legge nazionale n. 52/2015 (c.d. Italicum), che ha introdotto un analogo meccanismo (non tramite l’elezione del vertice dell’esecutivo, ma tramite l’assegnazione di un premio di maggioranza in Parlamento alla lista o alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, purché superiore al 40% dei voti e, se nessun candidato raggiunge il 40% dei voti, al vincitore di un secondo turno di ballottaggio tra le due liste o coalizioni più votate). Ma la sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’Italicum perché, a livello nazionale, prevedeva l’assegnazione della maggioranza assoluta alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse prevista una soglia minima per l’accesso al turno di ballottaggio nel caso in cui nessuna lista o coalizione avesse raggiunto il 40% dei voti al primo turno.
In definitiva: la Toscana ha anticipato sia il Porcellum, sia l’Italicum ed entrambe queste leggi statali sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte costituzionale. Dopo la sentenza sul Porcellum, la Toscana ha ritenuto di dover cambiare la propria legge elettorale (anche se la sentenza non la riguardava direttamente: ma evidentemente ne sentiva il dovere morale). Dopo la sentenza sull’Italicum, la Toscana non ha invece ritenuto di dover cambiare la propria legge elettorale, che l’ha ispirato e che le assomiglia così tanto.
Da toscano, trovo ripugnante votare con una legge che è palesemente contro lo spirito della Costituzione. E trovo curioso che Antonio Floridia continui a non capirlo: lui che non è uno storico dell’arte, ma il Responsabile dell’Ufficio ed Osservatorio Elettorale della Regione Toscana.

7 Comments on “Il voto in Toscana: una lettura sbagliata”

  1. Vi chiedo se avete mai visto il dirigente responsabile della competizione elettorale del Ministero degli Interni ( pensate a drammatiche votazioni di questo paese, come la notte della vittoria elettorale per 20.000 voti di Prodi del 2008) commentare precedentemente al voto e nei momenti immediatamente successivi le opzioni politiche i campo, ancor prima della proclamazione degli eletti.
    In Regione Toscana il dirigente responsabile delle elezioni è il dott. Floridia.
    Solo questo mostra l’anomalia democratica che abbiamo vissuto.
    Quel dirigente e la sua struttura sono responsabili della correttezza e del rispetto delle norme. Tra esse anche che l’opinione pubblica negli ultimi 15 gg non venga influenzata dai sondaggi, la cui diffusione è vietata. Questo basterebbe per me per commentare l’articolo pubblicato. Che poi lo stesso dirigente abbia redatto il testo con il ballottaggio al 40% ( unico caso al mondo, mi sembra) è un elemento incofutabile.
    Ma il punto generale è un altro: un dipendente regionale che si candida deve prendere l’aspettativa. Come è possibile che il dirigente responsabile sia da mesi uno dei principali alimentatori della discussione sulla contendibilità della Toscana, partecipando a vari confronti con sondaggisti?

    Massimo Torelli

  2. Il commento di Floridia è un po’ troppo “politicista” e non si misura con i contenuti dei progetti e dei programmi politici.
    Se lo facesse scoprirebbe che su parecchi punti, riguardanti specialmente l’assetto del territorio e l’ambiente, fra Giani e Ceccardi vi sono diverse concordanze.
    E si renderebbe conto che è da questo, da presentare alternative serie su tali punti, che si comincia a ricostruire la sinistra (senza continuare a contrabbandare come “sinistra” Giani e il PD).

  3. Questo è un articolo da non pubblicare, punto. E non ero totalmente in accordo con la tesi di Montanari.

  4. È sempre più evidente, in ogni caso, che la “sinistra che non c’è” non nascerà in prossimità di elezioni e istituzioni. Occorre battere strade più lontane, più impervie, più faticose.
    Invece di entrare nel merito della logica che ha portato all’ultimo risultato sugli schieramenti politici; mi sembra essenziale ripensarci criticamente. Questo ha scritto Montanari.
    In moltissimi siamo d’accordo. Impegniamoci a capire di più. Io ci provo. Selezionate quanto segue ed eseguite; vai a https://www.bing.com/videos/search?….
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    Buona visione!

    La società degli uomini e quella italiana ne è un chiaro esempio, esprime la propria modalità di esistenza attraverso le relazioni che intercorrono fra i singoli individui ma anche gruppi di individui. Parliamo di società degli uomini proprio perché ogni uomo è un individuo sociale e come tale per vivere deve avere il sostegno degli altri uomini. La società ha senso solo se ogni uomo della moltitudine corrisponde ad una propria capacità di elargire una sua piccola parte del sostegno che l’insieme di tutti gli uomini della comunità richiedono per vivere. La costatazione di come il sistema che presiede alla creazione della gerarchia del potere abbia di sottoporre la gerarchia medesima ad una modalità di controllo operata dall’insieme dei cittadini mentre si riserva di condizionare è la vera causa dei risultati elettorali. Il modus vivendi della società si esprime proprio attraverso i rapporti di forza e chi ha più potere può facilmente soggiogare i subalterni che sopravvivono fregati ma addomesticati allo stato di cieca obbedienza dal premio della propria sopravvivenza. Il cittadino che si ribella è messo nella condizione di tacere o di essere escluso. Questo che si riscontra guardando i vari ex esponenti dei Cinque Stelle in realtà avviene in tutti i partiti. Il sistema attuale ha puntato sull’espediente che i rappresentanti dei cittadini vengano eletti periodicamente. Questa modalità avrebbe dovuto garantire che le attività espresse nella società nei periodi che intercorrono fra due elezioni acquisissero il significato di prova e il risultato dell’ultima prova in ragione del suo fallimento o della sua realizzazione avrebbe inciso sull’esito delle nuove elezioni. Invece i cinque anni che intercorrono fra due votazioni permettono di gestire l’opinione pubblica, i politici si sono ridotti a giustificatori delle decisioni volute dai potentati economici che condizionano i partiti che fingono di discutere le misure di gestione della società e i partiti liberati dal compito di scegliere le misure economiche s’industriano in tutti i modi per mantenere o conquistare il potere che si traduce nel proprio star bene.
    L’unico merito del movimento Cinque Stelle è in vero di aver mostrato che è possibile entrare prepotentemente negli schieramenti politici. Più difficile è invece organizzare il cambiamento reale. Quel video che ho proposto di visionare ci permette di constatare che inizialmente molti dei Cinque Stelle e ancora di più della moltitudine che li ha votati aspiravano veramente al cambiamento. La logica semplice dello slogan “uno vale uno” aveva fatto credere a molti che ciascuno avrebbe veramente potuto controllare i nuovi governanti per indurli a pensare al bene di tutti.
    L’attuale crisi dei Cinque Stelle non vuol dire che loro strategia fosse sbagliata, vuol dire invece che non hanno pianificato un criterio che procurasse di dare potere reale ai cittadini nel periodo di tempo che va da una elezione all’altra. Un partito che oggi si inventasse un criterio serio teso al raggiungimento di quel risultato e promuovesse un referendum per accogliere la propria proposta è molto probabile che raccoglierebbe il consenso necessario e diventerebbe forza politica per l’attuazione di un cambiamento adatto a rompere le malefiche connessioni fra economia monetaria e politica e politica e popolazione impigrita dalla mancanza di qualsiasi responsabilità.

    Per fare intendere meglio che cosa intendo dire ripeto ancora una volta un mio studio personale che varrà zero ma è comunque un inizio di discussione. La mia speranza è che vengano fuori pianificazioni in tutti i sensi migliori di questi miei giochi di fantasia.
    Pensato e scritto molti anni prima del Referendum di Renzi

    Un’attività di qualità dei partiti in una società basata su una democrazia con rappresentanza parlamentare eletta dal popolo.
    Dopo aver letto la relazione della prof. Arianna Di Vittorio (università di Foggia) intitolata “LA QUALITÀ NEI SERVIZI PUBBLICI E NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE” che esprime in modo molto chiaro quale de-ve essere l’organizzazione dinamica per ottenere il miglioramento continuo del servizio nell’era del terzo millennio mi sono convinto che i partiti dovrebbero organizzarsi come sarebbe auspicabile che lo fossero le aziende di servizio. Solo così le istituzioni dello Stato invece di risultare la sintesi di poteri che impongono la propria visione del futuro senza vera partecipazione democratica, potrebbero diventare il risultato di una democrazia che aspira all’eccellenza proprio perché i cittadini parteciperebbero a creare le nuove proprie abitudini culturali che aspirino all’eccellenza.
    Si sentono frequentemente molti esponenti politici affermare di essere servitori dello Stato e quindi servitori dei cittadini. Poiché i partiti sono le organizzazioni attraverso le quali dovrebbe essere espletato il loro servizio, risulta necessario, per fissare i termini, definire questo servizio e come le attività di queste organizzazioni possano risultare efficaci e rivolte al proprio miglioramento ed a quello degli elettori (utenti). Il bene che il partito si propone di fornire ai cittadini dovrebbe essere completamente privo da qualsiasi materialità ma, nello stesso tempo, tale da esprimere, come risultati, effetti sia immateriali (crescita culturale) che materiali (crescita economica). Il partito dopo aver individuato l’obiettivo da raggiungere che consiste in un proprio ben definito modello della società dei cittadini ne fa il motivo della propria esistenza e si propone di fornire ai cittadini idee per la sua costruzione.
    Per avere la visione dei fenomeni connessi che si sviluppano nella realtà, dobbiamo tener presenti tutti i soggetti interessati, vale a dire:
    • La struttura logica progettuale del partito, costituita dalle sue idee fondamentali, che vorrebbe esprimere come risultato il proprio modello di società. Questa struttura logica progettuale subisce l’evoluzione naturale sia per l’avvicendarsi delle persone preposte alla sua formulazione, sia perché alle stesse viene imposto dalla realtà di tener conto dell’evoluzione della società stessa.

    • L’insieme dei cittadini a cui si rivolge l’offerta del servizio.

    (Sarebbe per me importante definire con regole precise quale deve essere l’insieme dei cittadini ai quali può rivolgersi l’offerta politica per impedire che i partiti cerchino di allevare i minori alle proprie idee istituendo proprie scuole o introducendo propaganda nelle scuole; la formazione politica degli studenti dovrebbe avvenire obbligatoriamente in modo indiretto e naturalmente il più possibile in modo oggettivo, con l’obiettivo di lasciare crescere spirito critico e vera libertà di pensiero. Naturalmente i partiti possono anzi debbono fare scuole interne per perfezionare la professionalità dei propri addetti)

    • L’insieme degli addetti, i politici, che mantengono relazioni con i cittadini.

    • La struttura dello Stato che compendia l’insieme di regole imposte nel momento presente alla società, regole che devono essere rispettate ma possono essere modificate solo quando un nuovo convincimento culturale s’impone nella società stessa. Anche le stesse modalità della trasformazione devono però fare parte del-le idee fornite dal servizio (partiti) e diventare operanti solo in conseguenza del convincimento dei cittadini per potersi sviluppare nelle decisioni di attuazione. Chi governa (l’esecutivo) è il gestore della società secondo le regole vigenti di modo che il partito che ha vinto le elezioni, si può dedicare a modificare le regole seguendo il proprio programma, ma non deve trarre alcun vantaggio diretto dal fatto che esprime gli uomini del governo. La struttura dello Stato si dovrebbe intendere come completamente separata dai partiti. Gli eletti (deputati del parlamento e senatori) sottoporranno le idee di ciascun partito (già utilizzate nel processo di elaborazione della dialettica di partito) alle discussioni delle camere fino ad ottenere la formulazione delle leggi, che risultano pertanto essere sempre una rielaborazione finale di pareri diversi. L’esecutivo (ripeto: indipendente dai partiti) è il gestore delle leggi formulate, solo eccezionalmente propone leggi (attraverso decreti) che diventano definitive solo dopo l’approvazione delle due camere.
    A ciascuno dei punti precedenti possiamo far corrispondere qualcosa di analogo nelle società di servizi.
    La struttura logica, progetto del partito, corrisponde alla ragione sociale della società di servizio che compren-de tutti gli apparati che elaborano i piani di penetrazione nel mercato insieme all’idea del prodotto più efficace.
    L’insieme dei cittadini elettori corrisponde alla clientela acquisita, da conservare, o potenziale, ancora estranea, che si vuole convincere a utilizzare il servizio proposto della società. Anche la clientela delle società di servizio dovrebbe essere salvaguardata da interventi di persuasione che travalichino la concorrenza corretta, come la pubblicità non veritiera, la prepotenza economica, il lavoro nero, prodotti di basso costo ma controproducenti per la società, ecc.
    Gli addetti alle relazioni esistono anche nelle società e sono i pubblicitari e i venditori.
    La struttura dello Stato con tutte le sue regole che dovrebbe essere tenuta presente con il dovuto rispetto da entrambe le organizzazioni.
    La differenza basilare fra il partito e il servizio sta nelle modalità di ciascuna delle due organizzazioni per il reperimento delle risorse economiche. La società di servizio ricava il sostentamento dalla vendita del servizio alla propria clientela e pertanto dipende da questa e deve attrezzarsi per soddisfarne i bisogni. I partiti politici invece acquisiscono potere economico dai cittadini che li eleggono solo nel momento delle votazioni (la sovvenzione è denominata in modo improprio, rimborso delle spese sostenute durante la campagna elettorale) e di questi solo una parte esigua continua a finanziarli in modo diretto; (è naturale che i politici soddisfino in modo più concreto chi gli dà il sostegno materiale diretto). Il meccanismo di finanziamento dei partiti falsa evidentemente la democrazia dando maggior peso politico a chi in qualche modo mantiene relazioni econo-miche con i politici e come vediamo dalle cronache questa modalità si presta ad intrallazzi e corruzioni. Secondo me, se si riuscisse a far diventare abitudine di tutti i componenti la società, una riforma che prevedes-se una sovvenzione dello Stato ai partiti elargita in proporzione alle tessere (controllabili con codice fiscale trasmesso agli uffici del fisco nel momento del tesseramento e come avviene per un qualsiasi servizio, sog-getto a diritto di recesso in qualsiasi momento con opportuno avviso agli stessi uffici) ed il divieto penale de-gli uomini politici e dei partiti di ricevere regali dei loro sostenitori e naturalmente di farli, gioverebbe molto a rendere pulita la politica.
    La mia ipotesi è che il partito dovrebbe ricevere la sovvenzione dello Stato periodicamente e sempre in modo proporzionale alle tessere in proprio possesso nel momento della elargizione e che tutti i politici che ne fanno parte dovrebbero ricevere il proprio stipendio dal proprio partito secondo regole interne al partito stesso. Rimarrebbero a carico diretto dello Stato gli stipendi di coloro che rivestono cariche pubbliche riguardanti compiti chiaramente esecutivi e cioè gli addetti alle funzioni di governo, sia della Nazione che delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Lo scopo di questa impostazione è di creare una struttura basata sul proposito della ricerca continua dell’eccellenza, che parte dalla capacità dei partiti di farsi conoscere dai propri sostenitori non solo per il proprio progetto ma anche per il modo con cui sono capaci di attuarlo nel tempo.
    È, inoltre significativa la differenza che esiste fra il cittadino, semplice elettore, che usufruisce dell’offerta dei partiti e il cliente dei servizi offerti da una società di servizi. Il cliente usufruisce di quanto gli viene offerto immediatamente appena usa il servizio e può esprimere immediatamente il proprio giudizio, il cittadino usufruisce di due effetti diversi, quello culturale che è immediato è tanto più realizzato, quanto più non si ferma a semplice informazione propagandistica unidirezionale ma è comunicazione bidirezionale con crescita culturale dei due soggetti e l’effetto finale che può sembrare anche completamente eluso ma che gli addetti alla comunicazione del partito dovrebbero avere la capacità di ridiscutere, sempre in modo costruttivo e reciproco, sia con i cittadini che con la gerarchia del partito alla ricerca di ulteriori miglioramenti delle nuove idee proposte.
    Dobbiamo anche prestare attenzione alle situazioni particolari in cui si trovano i partiti politici che esprimono, avendo vinto le elezioni, gli uomini di governo. Gli stessi avranno vantaggio, quando oggettivamente la società vive un periodo di sviluppo mentre inversamente un periodo di regressione, comporterà difficoltà di consenso.
    La tessera del partito renderebbe il ruolo del cittadino molto più importante, ma credo che sia comunque necessario, farlo crescere nelle competenze politiche e nella conoscenza dei fatti amministrativi e, perciò, come vien fatto in una regione della Francia, si potrebbero istituire camere basse in cui i cittadini tirati in sorte partecipano direttamente al controllo delle decisioni politiche per un periodo adeguato a creare esperienza e ad avere risultati efficaci. Il sistema dovrebbe funzionare facendo scalare i componenti l’assemblea in modo da sostituire man mano con nuovi sorteggiati gli uscenti e bilanciare così sempre persone che hanno già acquisito esperienza con nuovi componenti probabilmente inesperti ma anche privi di condizionamenti.
    Anche se è evidente che i partiti si propongono un servizio molto più complesso, la somiglianza con quanto avviene nelle organizzazioni dei servizi mi spinge a suggerire la lettura per approfondimento di quanto si sta già facendo per sviluppare società di servizio che aspirano all’eccellenza della propria attività.
    Nota Mi sembra di non aver considerato l’esistenza di servizi pagati dai cittadini in via indiretta. Mi riferisco ad adempimenti della pubblica amministrazione che riguardano una comunità nel suo insieme. Chiaramente quanto più l’operatore del servizio ha l’esclusività del compito, tanto più la responsabilità non può essere che politica, cioè di chi gli ha assegnato quel compito.
    Il pagamento può essere parzialmente diretto; questo avviene quando l’espletamento del compito è rivolto al singolo cittadino ma l’organizzazione deve essere pronta a dare risposta a chiunque nella comunità. Risulta di conseguenza che i cittadini sono più competenti quando usufruiscono o hanno usufruito direttamente del servizio. Come si sviluppa un miglioramento reale culturale della politica e dei cittadini? Con il criterio di dare semplicemente più potere alla maggioranza dei cittadini (comunque gli sia attribuito col solo voto o anche economico con la tessera) i politici cercherebbero di soddisfare la maggioranza e il compito della buona risposta e dell’assolvimento a rispondere a chiunque si trovasse in futuro nello stato di necessità, verrebbe tranquillamente trascurato. Mi accorgo ora di aver dato in qualche modo già una risposta che riporto: “La tessera del partito renderebbe il ruolo del cittadino molto più importante, ma credo che sia comunque necessario, farlo crescere nelle competenze politiche e nella conoscenza dei fatti amministrativi e, perciò, come vien fatto in una regione della Francia, si potrebbero istituire delle camere basse in cui i cittadini tirati in
    sorte partecipano direttamente al controllo delle decisioni politiche per un periodo adeguato a creare esperienza e ad avere risultati efficaci.
    Il sistema dovrebbe funzionare facendo scalare i componenti l’assemblea in modo da sostituire man
    mano con nuovi sorteggiati gli uscenti e conservare così sempre persone che hanno
    acquisito esperienza. ” Aggiungo che queste commissioni di controllo potrebbero essere specializzate per servizio.
    Spero che qualcuno sappia fare molto meglio di me!!!!!

  5. E’ semplicemente falso quello che scrive il sig. Torelli. Io ho ricominciato a scrivere di politica solo dopo la conclusione della campagna elettorale. E tutto questo è facilmente provabile. Tutto il resto dimostra solo la miseria di una polemica politica. invece di fare analisi serie sul voto, si cercano capri espiatori. E’ falso inoltre che io abbia partecipato alla stesura della legge elettorale: nel 2014 l’iter di approvazione fu interamente in mano alla trattativa tra le forze politiche in consiglio regionale. E’ buffo che ora il sig. Torelli scriva questo, dopo che in una chat privata – oramai – come potete capire, interrotta!! – ha riconosciuto la correttezza e la scrupolosità del mio lavoro “istituzionale”…come peraltro possono testimoniare gli esponenti di tutti i partiti in questi anni del mio lavoro alla Regione. Ci sarebbero gli estremi per una querela per diffamazione, ma la mia reputazione non ha bisogno di essere difesa dalle volgarità del sig. Torelli. E’ lui che si discredita da solo.

    1. “Ringrazio il dott. Floridia di questa risposta che non corrisponde al vero, sia sulla terzietà richiesta dal ruolo di funzionario responsabile della competizione elettorale , sia sui tempi, sia sull’esecuzione del suo ruolo ( evito per non annoiarvi di condividere intera chat che mostra aspetti di rilievo- segnalo solo che l’estrapolazione è a dire poco fantasiosa). Tutto questo rafforza domande interessanti. Mi domando se sia compito di un funzionario di una competizione elettorale, a conoscenza diretta della diffusione di sondaggi – fatto vietato per legge- nelle ultime ore di campagna elettorale, rivolgersi all’autorità giudiziaria. O, a titolo esemplificativo, se possa, in un ruolo così delicato, a spoglio ancora in corso, pubblicare articoli con giudizi lesivi verso alcune delle opzioni in campo ( Il manifesto 23 settembre). O se lo possa fare in luglio . Ed altre cose meritevoli di valutazione. Grazie ancora per l’attenzione”

  6. L’articolo di Floridia è corretto e dimostra che si può ragionare. Le risposte un po’ meno, perché non entrano nel merito delle questioni da lui poste se non per malevolmente polemizzare sulla legge elettorale Toscana che Floridia ha più volte criticato. Vorrei ricordare ai soliti noti, casta di una politica inconcludente da alcuni decenni , che per un minimo di dignità si dovrebbe ragionare sul voto del 2019 alle europee (sinistra al 2,63%) e sul voto a Firenze alle comunali dove la lista sostenuta da Potere al popolo, Firenze città aperta e quel che restava di LeU ottenne il 6,8% (vado a memoria e mi scuso per i decimali), una percentuale più bassa di quella risultante dalla somma delle sparpagliate liste del 2020. Certo dei nuovi elettori le liste della sinistra hanno preso ben poco. Certo che un po’ di Voti conquistati da Giani vengono da elettori che hanno poi votato Toscana a sinistra, ma non in misura tale da modificare il giudizio del voto della sinistra. Questa, tutta, esce con le ossa rotte e servirebbe una analisi più accurata di se stessi a cominciare dalla mancanza di radicamento sociale. Sembrerà strano, ma guardando il voto fiorentino si scopre che i veri partiti della ZTL sono quelli della sinistra che invece stentano quartieri popolari dove Fratelli d”Italia e Lega raccolgono la protesta sociale. Mentre il PD in quelle zone raggiunge spesso oltre il 40%. Insultare l’elettorato è tipico dei frustrati della sinistra che non d’analisi. Personalmente non conto che per me stesso, ho rinunciato anche per motivi di salute ad un impegno diretto, ma continuo a sperare nella rinascita della sinistra con un percorso non identitario né ideologico. Perché questo accada sarebbe fondamentale mettere da parte quella casta della sinistra che dopo venti anni dovrebbe riflettere sulla sua attuale inutilità.

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