Democrazia diretta o requiem per la politica?

image_pdfimage_print

S’intitola Contro la democrazia diretta, ma poteva intitolarsi Requiem per la politica il nuovo libro di Francesco Pallante, pubblicato in questi mesi da Einaudi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/06/12/democrazia-diretta-o-riduzione-della-democrazia/). Perché, in definitiva, l’analisi lucida e amara di Pallante delle trasformazioni subite dalla democrazia italiana è in realtà un tentativo di comprendere, a partire da e in critica a un’idea potente come quella di democrazia diretta, che cosa sta andando perso nelle vicende schizofreniche del nuovo secolo; e la risposta, implicita nelle pagine del libro, è appunto la dimensione politica dell’esistenza.

In quale modo la democrazia diretta contribuisce a tutto questo? La democrazia diretta, lo sappiamo, è stata una parentesi cronologicamente irrilevante nella storia dell’umanità: si realizzò ad Atene nel V secolo a.C., lì per qualche tempo sopravvisse tra alti e bassi dopo i fasti della stagione periclea, e poi scomparve, non solo in quanto diretta, ma anche in quanto democrazia. Come tale, mai rinacque, se non in esperienze tanto brevi quanto marginali; rinacque però in quella forma che molti considerano la sua degenerazione, la democrazia rappresentativa, che è un complesso sistema istituzionale in cui il potere politico è posto nelle mani di rappresentanti individuati – alcuni, non tutti – attraverso il voto popolare. Ma proprio questo doppio livello – io voto per decidere chi deciderà per me – è stato visto, anche nei secoli in cui la democrazia era ben là da venire, come una truffa, un insulto all’ideale dell’autogoverno, un’espropriazione di sovranità.

E allora, come non sperare e pensare che fosse giunto il momento del riscatto per la “vera” democrazia, quando una forza politica, il Movimento 5Stelle, ha fatto propria l’idea dei cittadini che decidono in prima persona, e crea una piattaforma informatica (Rousseau, poteva chiamarsi altrimenti?) per consentirglielo, e allo stesso tempo o forse ancora prima costruisce una piattaforma politica che rende il rappresentante il “dipendente” di chi gli ha conferito col voto l’incarico?

Il buon funzionamento delle istituzioni è però più complicato di così, e Pallante ha facile gioco nel mostrare “il lato oscuro della luna” di questo modo di vedere (e realizzare) le cose: metodi e procedure ancora meno trasparenti di quelle della politica tradizionale e una partecipazione politica che, nel concreto, si traduce nell’attivazione di micro-minoranze.

Ma il tema che l’autore porta alla nostra attenzione è di respiro ben più ampio, va al di là del Movimento 5Stelle, delle sue ingenuità, delle sue contraddizioni. In fondo, poco ci importerebbe dello slogan «uno vale uno» e del voto elettronico, della democrazia diretta in questo senso ristretto, se non ci fosse di mezzo una trasformazione generale della cornice politico-istituzionale italiana e (forse) non solo, di cui questi spiccioli di democrazia diretta sono in verità un sintomo.

In fin dei conti gli anatemi contro la democrazia rappresentativa in nome della democrazia diretta sono soltanto un tassello di un puzzle più generale, in cui il cuore della questione è piuttosto l’idea di un accesso diretto e senza mediazioni alla vita associata, si chiami politica, mercato, istruzione eccetera. Al mulino dell’ideologia della disintermediazione sono in tanti ‒ argomenta Pallante ‒ a portare acqua, non necessariamente in cattiva fede: chi pensa a Internet come al luogo della libertà, chi si batte come un leone per i diritti civili e trascura i diritti sociali, chi ha reso e rende i partiti comitati elettorali da attivare solamente nel momento delle elezioni. Questi e altri volonterosi sono accomunati da un’idea miope sul ruolo e sul valore dell’individuo; perché, mentre nessuno può ragionevolmente negare che l’individuo conti, è assai più discutibile che solamente l’individuo conta, e che dunque vanno consegnate agli archivi della storia prospettive che attribuiscono un ruolo significativo a spazi e momenti collettivi, di riflessione e di organizzazione, con buona pace della stessa Costituzione.

In questo contesto, e veniamo così al punto da cui siamo partiti, la politica perde la propria capacità di fare sintesi delle diverse posizioni e di fondere gli interessi particolari in uno sfondo definito dall’interesse comune: non potrebbe essere diversamente, del resto, se la volontà generale (alla fine torniamo sempre a Rousseau) retrocede a volontà di tutti, somma delle volontà individuali, e la rappresentanza si riduce a un rapporto di mera delega, quando non di bieca esecuzione. E se la politica è malata, la democrazia diretta è la cura perfetta per uccidere il paziente.

Corrado Del Bo'

Corrado Del Bo' è professore di Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Scienze giuridiche Cesare Beccaria dell’Università Statale di Milano, dove insegna anche Teoria della giustizia e Tolleranza e diritto. Si occupa di questioni legate alla valutazione etica delle scelte pubbliche, del rapporto tra diritto e morale, di teorie della giustizia, di etica del turismo.

Vedi tutti i post di Corrado Del Bo'

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.