Pensieri sparsi su politica e sinistra

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Quasi quaranta anni fa, nel 1983, Luigi Pintor sul manifesto scrisse un editoriale famoso e il titolo del giornale era «Non moriremo democristiani». Nel tempo mi è capitato di pensare che non sarebbe poi stato tanto male morire democristiani. Si è visto di peggio. E si vede tuttora.
Per questo forse oggi tutta la sinistra, quello che ne rimane, mi sembra molto incerta nel rapportarsi a Conte e al suo Governo. Lo dimostra l’appello uscito sul manifesto qualche settimana fa – più o meno di sostegno, per quanto problematico, al Governo. Eppure le critiche sono assolutamente giustificate perché non c’è dubbio che l’azione del Governo è subalterna a Confindustria (pure mai così antigovernativa); perché la chiusura dei porti ai naufraghi e la resistenza a regolarizzare i migranti delle campagne sono del tutto fuori da un qualunque ordine costituzionale, e umano; perché proibire uno sciopero simbolico di un minuto è davvero roba da stato d’eccezione permanente, perché sulla scuola si sta passando dal non fare nulla a fare un enorme casino. Si è parlato di nuovo di alta velocità e di ponte sullo stretto e il piano Colao entusiasma Salvini… Nel Governo, Renzi e i 5stelle pesano alla grande e sono portatori della voce del padrone o della voce del “popolo” – così indistinto da cancellare qualunque differenza fra chi lavora e chi vive di rendita, fra chi paga troppe tasse e chi troppo poche. Alla fine unici nemici i sindacati e la “casta”.
E allora perché tanti tentennamenti o addirittura indulgenza verso un esecutivo che ha aperto le fabbriche e lo shopping ma chiuso le scuole: non è evidente che contano il consumo e il profitto più del sapere? Per essere evidente è evidente. Però la situazione di oggi mi pare molto complicata e il contesto sembra avere il potere di criticare la sua critica.

Alla fine degli anni Ottanta, andando a una manifestazione a Roma con gli insegnanti Cobas, inventammo uno slogan che poi ho sentito per molti anni: «Le nostre scuole non sono  aziende. La scuola pubblica non si vende».
La scuola ha una specificità che la rende assai diversa da moltissimi altri luoghi di lavoro. È spazio pubblico dove la società incontra si stessa e si educa a un mondo comune. Quello degli insegnanti è lavoro dipendente ma non subordinato, il dirigente non è il datore di lavoro. L’insegnamento ha bisogno di cura delle relazioni, di rapporti umani, proprio di contatti, non è solo trasmissione dati: in un certo senso deve arrivare all’anima di ragazze e ragazzi, e non si può fare senza i loro corpi. Il sapere che si costruisce è un fatto personale o non è. Adesso quella specificità incide su questa emergenza: i bar, i ristoranti e anche le fabbriche possono riaprire senza forse insormontabili problemi di sicurezza, le scuole con molte più difficoltà. Negli intervalli i corridoi sono il luogo degli incontri, il bar e le palestre lo stesso. C’è un tessuto emotivo che è fatto anche di fisicità e presenza, dell’esserci.
Tuttavia se pensiamo semplicemente di essere di fronte alla vittoria definitiva delle merci e del profitto sulla conoscenza o al compimento della virata totalitaria del potere, alla fine ci inoltriamo in una notte dove tutte le vacche sono nere. Da Conte a Trump a Orbàn, tutto il potere uguale a se stesso. E non si capisce più nulla di quello che invece in Italia forse capiscono quasi tutti: che c’è un’emergenza vera e il Governo brancola incerto in direzioni varie, molto navigando a vista.

Peraltro, non mi pare sia esistito un altro periodo storico in Italia in cui è stata così inesistente una sinistra politica. L’opposizione a questo Governo è quasi tutta di destra, e di destra radicale, populista, sovranista, razzista. Fanno eccezione soggetti politici che sul piano elettorale fanno fatica ad arrivare all’uno per cento. Alla fine non esiste nessuna alternativa a questo Governo che non sia decisamente peggiore.
Allora gran parte dei ragionamenti critici di intellettuali raffinati finiscono per apparire fuori squadra rispetto al mondo che ci circonda. E che la colpa sia del mondo non cambia molto politicamente. È come se il pensiero critico subisse una sorta di critica del contesto. Tutto il tradizionale discorso della sinistra diventa sterile se mancano soggetti che parlino quella lingua, o se non parla ai soggetti possibili. Rischia di salvare al massimo la nostra coscienza ma, un po’ narcisisticamente, non ora non qui.
Il compito dovrebbe essere indagare, dare spazio e voce agli anticorpi esistenti nella società rispetto al neoliberismo che tenta ancora spudoratamente di presentarsi come la soluzione alla crisi, chiedendo per sé tutte le risorse dello Stato. Liberisti con i soldi degli altri. Intercettare forme di resistenza all’individualismo che pensa di salvare i poveri arricchendo i ricchi. Costruire un’alternativa a partire da un sentimento diffuso, da pratiche sociali di conflitto, che prova a tessere reti di aiuto reciproco, che parla del valore della dimensione pubblica, collettiva della vita. E un po’, spostandosi dalla sfera istituzionale, comincia a costruirla.

Un amico mi ha detto che siamo come all’inizio del governo Monti. «Baciare il rospo» si disse. Forse è vero, però allora eravamo nel 2011, esistevano i movimenti ed esisteva un’idea, almeno, di sinistra. Oggi mi pare molto sia cambiato. In peggio.
E tuttavia il sentimento diffuso di una cultura politica comune ha circolato. Anche se si è affievolito è comunque stato. Ha esaltato la dimensione pubblica, collettiva, della vita. La certezza che nessuno si salva da solo. C’era anche molta retorica dai balconi e sui cartelli. Lo dimostrano i messaggi pubblicitari di questi mesi, così stucchevoli. Però forse in quel tessuto di relazioni di vicinanza, nella percezione di un mondo comune, c’è lo spazio per una sinistra che punti sul valore di un lavoro che fa i conti con la polis e l’ambiente: l’orgoglio di chi ha operato negli ospedali, l’amore per la propria attività che non è solo prestazione burocratica, il sentire che costruisce società. L’importanza di prendersi cura collettivamente di coloro che soffrono, non come banale assistenzialismo ma per l’appartenenza comune a un destino di fragilità che ci lega tutte e tutti. Nativi e migranti. Che ci fa sentire parte della natura e non padroni.

Su una bella rivista di molti anni fa, Luogo comune, è stato scritto che siamo più forti nel costruire barricate se abbiamo creato dietro un territorio nostro da vivere e proteggere. Sanità, scuola, relazioni umane non mercificate, mutualismo. Quella condizione di vulnerabilità ci fa fratelli e sorelle, come direbbe quello che rischia di apparire il maggiore rappresentante della sinistra di oggi. E si chiama Francesco.
Le manifestazioni di questi giorni che scrivono black lives matter e si inginocchiano col pugno chiuso sono strapiene di giovani, come quelle del friday for future. Giovani e giovanissimi/e. Quando la politica ha una dimensione etica e culturale profonda, tocca la vita delle persone, ragazze e ragazzi ci sono, con tutta intera la loro vita. Riempiono le piazze e le strade. E danno speranza.

Andrea Bagni

Già docente di italiano e storia all'istituto Gramsci-Keynes di Prato. Vicedirettore della rivista "Ecole". Tra i fondatori di "Alba" e de "L'Altra Europa" ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

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2 Comments on “Pensieri sparsi su politica e sinistra”

  1. Prospettazione che condivido in ogni sua parte e che, per quanto fa emergere le debolezze e l’inconsistenza che ci affliggono ( personalmente lo traduco dicendo che sento mancarmi il respiro ), ci esorta nel contempo a guardarci intorno per cercare di “coagulare”.

  2. Sull’appello apparso sul Manifesto qualche settimana fa di sostegno, per quanto problematico, al Governo, ha scritto un’ottimo articolo, almeno per me, Marco Revelli: “Vi spiego perché ho aderito al manifesto ‘Basta agguati al governo'”. Ne riporto il brano, per me, più significativo, sul quale andrebbe aperta una discussione: “… pensando alla formula che il mio maestro Norberto Bobbio utilizzava ragionando di democrazia e riconoscendo lo scarto inevitabile tra “gli ideali e la rozza materia”, se continuiamo a misurare la “rozza materia” sul metro degli ideali puri la prima (l’esito nel reale, la soluzione storicamente data) uscirà sempre sconfitta e vilipesa. Noi – gli estensori del verdetto – ne usciremo forse (narcisisticamente) compiaciuti, il nostro io giudicante ne risulterà premiato, ma non avremo spostato di un millimetro il rapporto tra positivo e negativo nel mondo. Per questo sentivo il bisogno di un cambio di ruolo, o di stile, che facesse uscire da quel cliché nel quale anch’io a lungo mi sono riconosciuto, e che l’Appello oggi in discussione mostra di saper fare”.

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