La gestione dell’epidemia da Covid-19: primum vivere?

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Gran parte dei commenti in favore o contro le misure decise dal governo per far fronte all’epidemia da Covid-19 muove dal medesimo punto d’attacco: «Primum vivere, deinde philosophari!». Coloro che fanno uso di tale espressione la ritengono in molti casi un richiamo alla concretezza, per liquidare le critiche tanto nei confronti delle forme seguite nell’azione di governo, quanto del contenuto delle misure poste in essere per fare fronte alla diffusione del contagio. Altri invece pensano sia un assunto preliminare e indiscutibile con il quale è necessario bilanciare esigenze e diritti diversi. Tale espressione cela però un significato molto più profondo e merita di essere presa nella dovuta considerazione innanzi alla drammatica piega presa dagli eventi.

La premessa implicita dei sostenitori del principio è l’esistenza di una “nuda vita” – per usare una espressione cara ad Agamben – che va protetta a ogni costo. Ovviamente il soggetto istituzionale, cui si ritiene demandato questo compito di custodia, è lo Stato. Anzi, usando come punto di riferimento la riflessione di Hobbes intorno all’origine della sovranità, alcuni non esitano a sostenere che proteggere la vita sia il suo compito prioritario. La conseguenza di questo pensare coinvolge il modo stesso di intendere il diritto costituzionale alla salute. La vita tout court diviene centrale, assurge a diritto primordiale innanzi al quale tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti debbono fare un passo indietro. Non pochi giungono addirittura a sostenere, proprio da un punto di vista costituzionalistico, che la “nuda vita” è in sé non negoziabile, senza però tener conto che le implicazioni di una simile assolutizzazione rischiano di essere addirittura paradossali per la stessa vita sociale. Ogni azione messa in campo dallo Stato, diviene, in astratto, legittima, sino all’estremo di ammettere la completa immobilizzazione del corpo fisico come forma più pura di protezione della vita dal rischio. Lo Stato da protettore della vita sarebbe elevato a custode della vita.

Ovviamente tale modo di argomentare è in questo momento amplificato dalle strategie comunicative messe in atto nel discorso pubblico. Si pensi all’incessante richiamo alla guerra come metafora di riferimento, da più parti criticata, ma mai abbandonata. Certo, l’immagine bellica è tutt’altro che desueta in ambito medico. Le malattie si combattono e si vincono da sempre, proprio come le guerre. Ma questa metafora, trasferita dal piano personale al piano istituzionale, porta con sé semplificazioni che debbono essere almeno riconosciute. Non è vero che il virus è un nemico agguerrito intenzionato a distruggerci. Non è nemmeno vero che i medici sono soldati al fronte, se non addirittura eroi, soprattutto quando sacrificano la loro vita. Non è infine vero che i critici del modello di gestione dell’epidemia sono disfattisti. Questo erroneo modo di sviluppare il discorso ha effetti sulle stesse pratiche istituzionali con conseguenze anche sul piano sociale.

Basti solo pensare agli interventi del Presidente del Consiglio, divenuti sempre di più veri e propri comunicati di guerra, carichi, per supplire alle mancanze di un’azione di indiscussa efficacia, di tutto l’armamentario retorico tipico del caso: sacrificio, solidarietà, unità nazionale. Come conviene ricordare, tra i tanti riflessi sociali, l’incredibile caccia al trasgressore, e all’untore, di cui molte persone in questi mesi sono rimaste vittime innocenti: dai runners, ai rifugiati nelle seconde case, dai festanti condomini sul tetto, ai frequentatori del parco. Caccia alla quale ha fatto da contraltare l’abbandono dei lavoratori più esposti, come i medici stessi, e in generale la totale indifferenza nei confronti dei soggetti più deboli, divenuti incredibilmente sacrificabili nel silenzio generale.

È questa un’impostazione del problema fuorviante, almeno per chi scrive. La semplice sopravvivenza non può essere assunta a fulcro dell’azione di contrasto al Covid-19. Non vogliamo scomodare qui le suggestive, ma anche abusate, ricostruzioni biopolitiche sul controllo della vita e della morte come estrema manifestazione del dominio. Piuttosto preme sottolineare l’accezione complessa del diritto alla salute, nella sua dimensione normativa, fortemente condizionata dall’orientamento di senso dello Stato e quindi dalla sua dimensione costituzionale. Non è, questa, una considerazione particolarmente nuova, né originale. Si può, per esempio, osservare che la salute, intesa propriamente come cura del malato, rientrava già nelle priorità dello Stato di polizia, e poi dello Stato liberale, con chiare finalità di ordine economico, oltre che di controllo sociale. Pure in tale contesto la tutela della salute non era riconducibile alla semplice protezione della vita.

Per comprendere il contenuto attuale di tale diritto occorre quindi fare riferimento proprio al senso delle costituzioni del dopoguerra, profondamente influenzato dall’esperienza dello Stato totalitario, che aveva portato alle estreme conseguenze il rapporto con la “nuda vita”. In una prospettiva che non sia limitata al solo caso italiano, possiamo trovare a questo scopo un’efficace definizione della salute, proprio nell’atto costitutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità, firmato a New York il 22 luglio 1946, dove si legge: «La sanità è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo in un’assenza di malattia o d’infermità. Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale. La sanità di tutti i popoli è una condizione fondamentale della pace del mondo e della sicurezza; essa dipende dalla più stretta cooperazione possibile tra i singoli e tra gli Stati. […] I governi sono responsabili della sanità dei loro popoli; essi possono fare fronte a questa responsabilità, unicamente prendendo le misure sanitarie e sociali adeguate». Nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, all’art. 25, si legge invece: «Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà».

Ridurre il diritto alla salute, in un’accezione costituzionalmente orientata, alla semplice protezione della vita è dunque sbagliato, anche se la vita intesa come esistenza biologica ne costituisce la premessa ineludibile. Per i nostri costituenti, nonostante le profonde differenze ideali, l’espressione diritto alla vita era associata sempre a qualcosa d’altro. Tra le tante suggestioni in assemblea può essere interessante ricordare le parole del liberale Lucifero, che, discorrendo di diritto alla vita parlava di un diritto ai «mezzi di sussistenza» che assicurino «un’esistenza degna». È vero che esistono casi in cui la minaccia è tale da giustificare una reazione estrema, come accade con la scriminante della legittima difesa prevista dall’art. 52 del codice penale, ma si tratta per l’appunto di situazioni limite, che debbono, per quanto possibile, essere trattate come tali. L’aggressione bellica rappresenta una di queste ed è, non a caso, rigorosamente disciplinata dalla Costituzione che prevede per lo stato di guerra la deliberazione delle Camere e il conferimento dei poteri necessari al Governo. Così non è nel caso di un’emergenza sanitaria, pur drammatica, come quella che ci troviamo a vivere. L’azione dello Stato, in tali circostanze, deve tenere conto della complessità del concetto costituzionale di vita, non a caso strettamente connesso a quello di sicurezza sociale sin dal celebre rapporto di William Beverdge del 1942.

Possiamo, legittimamente, chiederci cosa sia stato fatto per proteggere questa sicurezza dei cittadini. È impossibile rispondere in modo esaustivo in poche righe. Non è un problema connesso alla sola emergenza. In passato, negli anni d’oro dello Stato sociale, molte scelte politiche sono state a ciò rivolte con grandi conquiste. Molto però è venuto meno successivamente, in ragione di altrettante precise scelte politiche e di bilancio. Nella difficoltà, ci troviamo oggi a pagarne il conto, o forse meglio, la prima rata. Non è improbabile che le minacce globali siano destinate a crescere nei prossimi anni e che, come dimostrato in questi giorni, non basterà una cieca fiducia nelle virtù salvifiche dei meccanismi di mercato e nei valori e principi che li sorreggono a tenerci al sicuro. Non basterà nemmeno ignorarle per farvi fronte, né tanto meno ricorrere a politiche misere, se non addirittura repressive, come quelle suggerite dai cosiddetti sovranisti, se la nostra prospettiva vuole essere quella di una pace che sia anche sociale.

Nel caso italiano, ma non solo, è indubbio che le istituzioni democratiche, indebolite in questi anni da riforme molto dubbie, oltre che dagli atteggiamenti svalutativi nei confronti della politica stessa, abbiano dato modesta prova di sé anche in questo particolare frangente. Innanzi a tali inadeguatezze si è anche ricorso a un altro argomento, paradossalmente fatto proprio tanto dagli strenui difensori dei diritti fondamentali, quanto dalle destre più reazionarie. In base ad esso, nell’azione di contrasto al virus che si è voluta adottare si anniderebbe un disegno autoritario, o anche solo paternalistico, ma comunque destinato a crescere in futuro. Questa tesi va respinta perché sterile. Non traspare, infatti, almeno nel caso italiano, nessuna volontà di attentare alla democrazia costituzionale, che già negli ultimi anni ha ricevuto qualche offesa. La sensazione piuttosto è che il governo italiano si sia tragicamente trovato a semplificare in modo estremo la propria azione, compiendo perciò errori discutibili, fors’anche perché pressato da sollecitazioni politiche contraddittorie.

In conclusione, incentrare il dibattito sul «primum vivere» senza problematizzarlo adeguatamente ha prodotto e produce una serie di contrapposizioni manichee tra diritto alla salute e libertà individuali, solidarietà e individualismo; autoritarismo e democrazia, guerra e pace, vita e morte. Sono tutti dualismi che meritano di essere decostruiti non solo per recuperare la dimensione complessa del problema che ci troviamo ad affrontare, ma anche per riconoscere gli errori passati e recuperare una prospettiva di politica costituzionale per il domani, cioè una politica che assuma la Costituzione come proprio orizzonte di senso. Se già da oggi si dovesse mai decidere di riconoscere la preminenza della prospettiva costituzionale di una “vita degna”, occorrerebbe farsi carico di tutte le azioni volte a garantire la sua effettività sin dall’emergenza attuale. Tale prospettiva non può essere quella del semplice affidamento alle soluzioni salvifiche suggerite dagli scienziati, né quella della passiva accettazione dei vincoli dell’economia, incerti negli esiti e incapaci di sostituirsi efficacemente alla politica. Occorre una visione più ampia e più ardua, in grado di abbracciare l’esigenza di tutelare la sanità di tutti, evitando le approssimazioni imposte da una pretesa economia di guerra, avendo massimo riguardo alle disuguaglianze sociali e pure alle differenze territoriali nella diffusione del contagio, che non possono essere appiattite da misure generalizzate in nome di un’incerta solidarietà nazionale.

Antonio Mastropaolo

Antonio Mastropaolo insegna Istituzioni di diritto pubblico all’Università della Valle d’Aosta. Si è occupato, in particolare, di processi costituenti, dottrine dello stato, parlamentarismo e storia costituzionale. Tra i suoi scritti: “Il popolo che volle farsi re. Teoria e pratica della costituzione nella rivoluzione inglese” e “L’enigma presidenziale. Rappresentanza politica e capo dello stato dalla monarchia alla repubblica”.

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