Covid-19. La gestione dell’epidemia: un’analisi controcorrente

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Sono due mesi che la nostra vita è stravolta: mentre noi siamo reclusi in casa, i “nuovi schiavi Covid-19” hanno invece l’obbligo di lavorare con abnegazione negli ospedali, nelle farmacie, nei supermercati, nei call center, nei trasporti. Qualunque atto al di fuori della stretta riproduzione fisica è considerato illecito o addirittura reato. A breve, un’app informatica appositamente progettata controllerà ogni piega privata delle nostre vite, scandite dai tre mantra: «tutto andrà bene», «io resto a casa» e «la vita umana non ha prezzo».

Mentre contiamo i morti, l’auspicio arcobaleno benaugurante è a dir poco macabro e il compiacimento per la reclusione fra le mura domestiche suona beffardo nei confronti di chi vive in strada o in un tugurio. Quanto al terzo imperativo apodittico, è falso sostenere che per lo Stato la vita umana non abbia prezzo: sappiamo tutti che lo Sato non previene i tumori causati dal fumo perché antepone la riscossione delle accise al benessere dei cittadini perfino durante il lockdown totale, non impone motori meno potenti che ridurrebbero gli incidenti per eccesso di velocità, così come non intraprende politiche efficaci contro quei grandi poteri globali che inquinano e distruggono l’ambiente, insieme alla nostra salute. La vita umana ha un prezzo, nelle tasse e soprattutto nei profitti privati.

Quindi, abbandonata la retorica, è bene valutare se le politiche di gestione dell’epidemia stiano davvero conseguendo il risultato di salvare vite in modo proporzionato alle conseguenze sugli individui e sul paese. Prenderò allora in considerazione chi sono coloro che si ammalano e subiscono esiti gravi. Dai dati salta subito all’occhio che ci sono grandi differenze fra le diverse classi di età. In pratica, i bambini e gli adolescenti che si contagiano sono pochissimi (solo l’1,8% del totale) e nessuno di loro corre alcun rischio di morte (fatality rate uguale a 0). Anche la fascia di età successiva, da 20 a 40 anni, gode di ottime protezioni (costituisce il 25% dei contagiati totali), soprattutto nei confronti del decesso (solo 1,1% dei decessi totali, con tasso di letalità uguale a 0,2), sebbene, per lo stile di vita e la condizione lavorativa, dovrebbe essere la più esposta. Secondo dati ISS, al 16 aprile, i soggetti deceduti con età da 0 a 40 anni, su un totale di 19.996, erano solo 42, dei quali almeno 28 erano affetti da gravi patologie, dei restanti 14 non si sa.

A essere contagiati sono dunque in larghissima maggioranza anziani, con un’età media di 62 anni, mentre a morire sono persone con un’età media ancora più avanzata (addirittura di 78 anni), con la mediana a 80, tutti portatori di almeno una patologia (96,7%), e in grande maggioranza di tre o più (61,8%). Fra i malati e i deceduti, inoltre, sono molto numerosi i ricoverati presso residenze per anziani non autosufficienti, le ormai famigerate RSA. Non esistono dati precisi, ma la stessa Protezione Civile, finalmente allertata dalle denunce dei parenti e dalle inchieste giornalistiche, stima che almeno il 60% dei decessi sia avvenuto appunto in tali residenze. A questi si devono aggiungere i numerosi contagi fra i degenti in ospedale per altra patologia. Non è irrealistico, pertanto, ritenere che la gran parte di chi è andato incontro alla morte fosse persona molto anziana, malata e da tempo ricoverata in qualche struttura.

Con questo, non intendo sottovalutare la tragedia dei tanti decessi, sia che riguardino anziani, sia in piccola misura persone più giovani e nel pieno della loro vita, bensì evidenziare che chi ha meno di 60 anni, se non è gravemente malato, ha quasi nulle probabilità di contrarre il virus in modo grave e anche chi è più in là negli anni, se gode di buona salute e vive autonomo a casa propria, corre rischi davvero molto modesti, ancor più se donna.

La concentrazione dell’epidemia nelle sue forme gravi fra gli anziani ci dice anche che è molto improbabile che i contesti lavorativi siano (stati) importanti luoghi di propagazione del contagio, se escludiamo naturalmente gli ospedali e le RSA. E in effetti né fonti ministeriali, né l’INPS, cui tali dati devono essere obbligatoriamente comunicati dai datori di lavoro, danno notizia di situazioni critiche. Peraltro, nemmeno le organizzazioni sindacali, pure attentissime alla salute dei lavoratori, sembrano essere a conoscenza di casi preoccupanti. Anche se non fosse intervenuto il decreto del Presidente del Consiglio a chiudere buona parte delle aziende, non c’è ragione di ritenere che si sarebbe verificato un grande numero di casi gravi, vista la buona salute di chi oggi sta lavorando in tutte quelle imprese rimaste in funzione perché di pubblica utilità.

A questo punto, la situazione appare veramente paradossale e inquietante. Per un canto, l’epidemia, imponente nel numero dei malati e dei decessi, non è affatto dilagata nella società, ma è penetrata e poi rimasta confinata solo nelle fila delle persone fragili e degli anziani portatori di gravi patologie, preferibilmente quelli ricoverati in strutture assistenziali o negli ospedali, nella grande maggioranza residenti nella pianura padana e in piccoli centri. Con loro ha colpito anche chi li stava curando, medici e infermieri. Una grande tragedia umana che ha travolto un sistema sanitario colpevolmente sottodimensionato, ma molto circoscritta socialmente e territorialmente. E che non pare sia stato il lockdown a frenare.

Dall’altro lato, i decisori, anziché modellare le loro politiche di salute pubblica sull’evidenza del “chi e dove” l’epidemia stesse colpendo, prima non hanno ostacolato il moltiplicarsi dei focolai in ospedali e RSA inadeguati per impianti e personale; poi, caduti nel panico per l’appello degli anestesisti davanti all’insufficienza dei posti in terapia intensiva, hanno chiuso l’intero paese, comprese le regioni praticamente immuni e la gran parte delle aziende, dove nessun segnale faceva davvero presagire il manifestarsi dell’epidemia. Hanno quindi imprigionato in casa sessanta milioni di cittadini, i bambini, gli adolescenti, gli adulti, gli anziani in salute, tutte categorie di persone che non hanno mai incontrato rischi apprezzabili di ammalarsi gravemente. Gli unici che sarebbero dovuti essere protetti, le persone fragili, i disabili gravi, gli anziani già ricoverati, sono rimasti completamente abbandonati a infettarsi e morire, privati perfino del conforto dei loro parenti.

Per quelle decisioni che oggi, avendo a disposizione un maggior numero di dati e informazioni, si può dire essere state sproporzionate e male indirizzate, l’economia è al tracollo, migliaia e forse milioni di famiglie stanno precipitando nella povertà, tanti moriranno proprio in conseguenza dell’indigenza, molti vedono peggiorare le condizioni di salute perché il sistema sanitario non ritiene più essenziali le cure di cui necessitano. Spaventata e disorientata, la politica si è consegnata nelle mani di scienziati del tutto indifferenti nei confronti delle conseguenze sociali delle loro imposizioni. E noi, senza più possibilità di voce, e neppure di exit, sgomenti assistiamo sugli schermi alla presa del Palazzo d’Inverno. Il nuovo ordine, «dovete imparare a convivere con il virus», non propone di accogliere l’idea della malattia e della morte, così come facevano le nostre madri negli anni 50, o noi stessi quando, nel mondo di ieri, attraversando una strada o imbarcandoci su un areo, accettavamo il rischio di un incidente. Al contrario, ogni sera, gli scienziati, minacciosamente, ci ricordano il nuovo comandamento «non avrete altro fine all’infuori del blocco totale dei contagi» e per questo dovremo rinunciare alla nostra libertà, nei tempi e nei modi da loro unilateralmente stabiliti.

L’Italia che si infetta e muore soffocata proprio nelle sue regioni più orgogliosamente ricche è una metafora drammatica delle logiche del mercato globale, le stesse che hanno imposto di organizzare sanità e assistenza con le regole del business e di produrre altrove quelle mascherine e quei respiratori che avrebbero potuto salvare la vita a migliaia di nostri concittadini. È stato assurdo e colpevole illudersi di poter essere liberi, ricchi e sani in pochi, in un mondo fatto di poveri che premono ai cancelli delle nostre dimore e ai confini delle nostre nazioni, in un pianeta sempre più malato. Ma ora analogamente imperdonabile sarebbe accettare di perdere le libertà garantite dalla nostra Costituzione, consegnandoci a un nuovo totalitarismo di una scienza disumana.

Che si facciano allora, immediatamente, poderosi investimenti in sanità pubblica e ci siano restituiti i nostri diritti, anche quello di ammalarci ed essere curati. Potremo così pensare a ricostruire dalle macerie un modello di mondo che non sia troppo uguale a quello collassato sotto le bordate di un virus.

 

Riferimenti

ISS, Epidemia Covid-19. Aggiornamento nazionale, 6 aprile 2020

ISS, Epidemia Covid-19. Aggiornamento, 7 aprile 2020

ISS, Epidemia Covid-19. Aggiornamento, 17 aprile 2020

ISS, Report sui pazienti deceduti positivi a Covid-19 in Italia, 7 aprile 2020

Maria Luisa Bianco

Maria Luisa Bianco (marialuisa.bianco@uniupo.it), dopo l’Università di Torino e di Venezia Ca’ Foscari, è stata professore ordinario di Sociologia presso l’Università del Piemonte Orientale. È studiosa delle implicazioni sociali della tecnologia e delle disuguaglianze. Attualmente è responsabile scientifico del Laboratorio di Sociologia delle Disuguaglianze e Differenze.

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4 Comments on “Covid-19. La gestione dell’epidemia: un’analisi controcorrente”

  1. Per ciò che può valere , completamente d’accordo con la dottoressa Bianco. Di sentire che andrà tutto bene (ma cosa, poi?) e di stare a casa si incomincia a non poterne più

  2. Non sono d’accordo.
    Alla base di tutto il ragionamento c’è un cinismo nei confronti della vita delle persone anziane che mi spaventa.
    La fredda “razionalità” della Bianco mi sembra simile a quella applicata dai nazisti nei campi di concentramento.
    La Bianco, se vuole, ha tutto il diritto di ammalarsi di una malattia qualsiasi, ma non infettiva, visto che se si ammala lei ci possiamo ammalare tutti. E dato che gli ospedali non si fanno in un giorno, io direi che per il momento la signora Bianco e gli isterismi corporativi di certi settori della società si diano una calmata. La libertà non è un valore assoluto. La libertà di ognuno finisce dove comincia quella degli altri.

    1. @ Damiano
      Mi piacerebbe sapere se ha realmente l’articolo. Perché a nessun momento la Bianco parla di sacrificare gli anziani. Anzi denuncia la situazione nelle RSA. I loro gestori dovrebbe paragonarli ai nazisti visto che ha voglia di usare paroloni.
      In quanto agli ospedali si fanno in un giorno ma parecchi sono stati distrutti in pochi giorni. La sanità pubblica macellata da una trentina d’anni. Mi piacerebbe sapere dove vive.

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