Conte, i “discorsi del re” e la democrazia

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«Beato chi ha fame e sete di opposizione», diceva David Maria Turoldo. Ebbene, non sembrano molti i beati, nella sinistra di oggi, protesa a difendere il Governo anche quando è francamente indifendibile.

Prendiamo l’ultimo dei “discorsi del re”, quello del Venerdì Santo: è pressoché unanime, a sinistra, il coro che si sgola a dire che il presidente del Consiglio ha fatto benissimo ad attaccare frontalmente l’opposizione. Ebbene, io non sono d’accordo.

Non giochiamo con le parole: quelli di Giuseppe Conte non sono conferenze stampa, ma discorsi alla nazione in piena regola. La loro forma è cambiata (dall’esordio sulla pagina facebook personale), ma nonostante la progressiva apertura alle domande dei giornalisti il loro impianto retorico rimane quello del discorso diretto agli italiani. Ed è così che essi sono recepiti: quando le televisioni e i siti annunciano che si terrà un discorso di Conte, la vita degli italiani, chiusi nelle case e perennemente connessi, si interrompe. Nell’attesa generata dagli immancabili, drammatizzanti ritardi si rimandano cene, si interrompono film o compiti: tutti pendiamo dalle labbra del Presidente del consiglio, col cuore in gola, per capire quale altra libertà perderemo, cosa ci aspetta domani, quale altro disastro si profila all’orizzonte. In tutte le democrazie questo tipo di discorso alla nazione è riservato al capo dello Stato, non a quello del governo: e quando le due figure di fatto coincidono (come nella Francia presidenzialista), i discorsi sono comunque rari, di registro alto e di carattere davvero istituzionale (come nel caso dell’ultimo discorso del pur pessimo Macron). La ragione è semplice: se si parla alla nazione (e specialmente a una nazione prostrata dalla paura), bisogna parlare a tutta la nazione, evitando ogni accento di parte.

Invece da noi, in Italia, si sta verificando una situazione inedita: con il presidente del Consiglio che prende il posto del Presidente della Repubblica, il quale lo insegue con altri messaggi. Nella forma mutuata dal discorso dal Quirinale (il presidente che parla direttamente “in camera”, con le bandiere dietro le spalle e rivolgendosi direttamente a ogni italiano) il contenuto è però diverso: a Palazzo Chigi c’è un capo che si rivolge direttamente alla folla, facendo saltare ogni intermediazione. I giornalisti ammessi alle domande sono, con ogni evidenza, comparse.

Da questo punto di vista, l’uscita di Enrico Mentana non è sbagliata: perché se la difesa di Conte si gioca sull’ipocrita affermazione che non si tratta di un discorso alla nazione ma di una conferenza stampa, ebbene i giornalisti hanno il diritto e dovere di esercitare quella intermediazione critica che la politica di ogni populismo mira a far saltare. Non si tratta di santificare Mentana: si tratta di discutere nel merito di questa situazione.

Una situazione che sarebbe già grave così: ma diventa gravissima quando il capo del governo usa questa nuova e pericolosa formula per bastonare violentemente le opposizioni e i loro leaders. Capisco che a sinistra prevalga un tifo che fa comunque esultare di fronte alla pubblica umiliazione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma io credo che questa esultanza sia un grave errore. E non solo perché Conte è quello che ha firmato i decreti sicurezza di Salvini senza fiatare, e che si è ben guardato dal ritirarli (anzi, ha appena chiuso i porti con la firma del ministro “di sinistra” Roberto Speranza): il che derubrica i suoi scontri con Salvini a astiosi regolamenti di conti tra ex. Ma soprattutto perché non si difende la democrazia violandone le regole.

La funzione e la dignità dell’opposizione parlamentare sono sacre: qualunque cosa scelga liberamente di dire quell’opposizione. Il punto non è se Salvini e Meloni mentono sul MES (come in effetti mentono) e se Conte invece dice la verità (come in effetti la dice). Il punto è che un discorso del capo del governo che entra in tutte le case italiane in un momento di Costituzione sostanzialmente sospesa non può essere usato per massacrare l’opposizione. Siamo già in una condizione di democrazia sospesa: chi si è trovato nel grave compito di assumere di fatto poteri straordinari non può nemmeno per scherzo abusare di questa esplosiva situazione. Bisogna avere nervi saldi e senso dello Stato: due cose palesemente assenti in quel discorso.

Un presidente del Consiglio ha mille altri modi per sbugiardare un’opposizione che gioca sporco: può andare in Parlamento, per esempio. Mille modi: ma non può mescolare l’annuncio delle riaperture, dei divieti e delle mascherine con la battaglia politica. Immaginiamoci cosa avremmo pensato se fosse stato un Salvini premier a usare così un discorso alla nazione in tempo di emergenza: saremmo, giustamente, andati in piazza, per quanto a un metro di distanza e con la mascherina.

Peggio: immaginiamoci che uso farà di questo pessimo precedente Salvini, o un Salvini qualunque, quando a Palazzo Chigi ci arriverà davvero. Tutti immersi nella ricerca quotidiana del “meno peggio” abbiamo perso, anche a sinistra, la dote principe della generazione dei costituenti: quella “presbiopia” che permetteva di non guardare alle presunte convenienze immediate e di essere invece lungimiranti, cioè di guardare al bene comune futuro. Forse avere oggi fame e sete di opposizione significa “volere la luna”: ma è proprio quello che oggi vogliamo, perché dopo non sia tutto come prima, anzi peggio di prima.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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4 Comments on “Conte, i “discorsi del re” e la democrazia”

  1. Mi sembra che pure il movimento 5 stelle difenda il governo di cui fa parte; che in vari modi si sia sgolato anch’esso a dire che il premier ha fatto bene ad attaccare l’opposizione: opposizione con la cui frazione più cospicua (lega) era alleato. Tanto per capirsi.

  2. …non sono assolutamente d’accordo,…il punto cruciale sta nella frase che tu stesso riporti…. “Il punto non è se Salvini e Meloni mentono sul MES (come in effetti mentono) e se Conte invece dice la verità (come in effetti la dice)”…. il punto è invece è proprio questo…. ad un’opposizione becera e bugiarda ci vuole qualcuno…e il presidente del consiglio è sicuramente la persona giusta… che di fronte a milioni di italiani dica con onestà e sincerità che l’opposizione sta mentendo… di questa opposizione non sappiamo che farcene…. e i sondaggi in costante calo di consensi la dicono lunga sul fatto che sempre più italiani stanno aprendo gli occhi…anche grazie al presidente del consiglio Giuseppe Conte

  3. Che gran casino che è diventata l’Italia nessuno che riesce a stare al suo posto e svolgere al meglio il suo ruolo

    1. Il discorso, in astratto, non fa una grinza. Ma un interrogativo vorrei porre a Tomaso Montanari: ma di quale cultura parlamentare e istituzionale sono portatori Salvini e Meloni, il primo fautore, quando era ministro pochi mesi fa, dei “poteri illimitati” dell’esecutivo e la seconda spudoratamente ancorata all’esperienza fascista di cui si ancora vanto? Come è noto non siamo in presenza di statisti ma di ciarlatani e millantatori. In questo contesto Conte ha fatto bene a rintuzzare le loro menzogne pretestuose, spia di uno scarso senso dello stato in un momento molto particolare della vita della nazione!

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