A lezione dal Coronavirus. Prendiamo appunti / 2

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Il Coronavirus è un implacabile maestro di vita: sta mostrando a tutti noi lo scheletro poco visibile delle nostre società, l’architrave che regge(va) la vita collettiva e i sistemi di produzioni. L’emergenza è globale e la lezione prosegue. Continuiamo a prendere appunti (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/29/a-lezione-dal-coronavirus-prendiamo-appunti/). Perché non dovremo tornare alla “normalità”.

7.

Grazie a un articolo dell’infaticabile Giorgio Beretta (www.unimondo.org/Notizie/Il-coronavirus-la-Lombardia-e-quell-agenzia-per-la-riconversione-194242), abbiamo constatato che in Italia esistono 231 aziende impegnate nella produzione di armi e munizioni e solo una in grado di realizzare i preziosissimi respiratori artificiali usati nei reparti di rianimazione, macchinari salva-vita dall’influenza Covid-19 e drammaticamente carenti nei nostri ospedali. Situazione oscena di questi tempi, coi malati che muoiono soffocati e gli ospedali al collasso, mentre l’industria delle armi è dichiarata “essenziale” e quindi prosegue regolarmente la propria attività. Per anni l’azione disarmista e pacifista è stata ignorata e derisa dalla politica ufficiale (per non parlare del sistema mediatico), ma ora si vede come ci sia ben poco da ridere. In un libro recente (Economia della pace, Il Mulino, www.mulino.it/isbn/9788815267566) l’economista Raul Caruso ha dimostrato come l’industria bellica italiana, che alcuni propongono ancora come gioiello industriale di cui vantarsi, sia in realtà una zavorra per l’economia del Paese: sottrae risorse materiali, umane e finanziarie ad attività produttive e di ricerca ben più utili e urgenti per la collettività. La drastica riduzione della spesa militare e la riconversione dell’industria delle armi sono priorità politiche ineludibili.

8.

Proprio nei giorni dell’esplosione della pandemia in Europa, era in programma nel continente (soprattutto Polonia e paesi baltici) Defender 20, la più grande esercitazione della Nato dal dopoguerra, con oltre 30mila soldati in arrivo dagli Stati Uniti e un enorme dispiegamento di mezzi, con 17 paesi coinvolti e un convitato di pietra: la Russia, individuata come rivale strategico e potenziale nemico dai vertici dell’Alleanza atlantica (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/03/13/rambo-il-coronavirus-e-le-manovre-militari-usa-in-europa/). Nel frattempo la pandemia ha preso alla sprovvista non solo il potere politico ma anche il sistema sanitario e della protezione civile, non solo in Italia. Nel nostro Paese la carenza di protezioni individuali per il personale sanitario, l’altissimo numero di medici e infermieri contagiati, le incertezze nella gestione delle zone rosse e dei divieti sono state l’esito di un grave deficit di prevenzione e preparazione specifica. L’esercitazione Nato è stata bloccata dal virus, mentre le esercitazioni per affrontare un’epidemia virale non sono state mai nemmeno pensate: il virus ci insegna che il concetto di sicurezza deve spostarsi dall’ambito militare a quello sanitario e civile, con corrispettivo spostamento di risorse economiche, umane, tecnologiche. Più prevenzione (sanitaria), meno esibizione (militare).

9.

La recessione da Covid-19 si annuncia pesante, come pesanti saranno le conseguenze sui processi di globalizzazione. In pochi giorni è cambiato moltissimo nelle prassi di politica economica, fra emissioni straordinarie di titoli, elargizioni a fondo perduto, ammortizzatori sociali di massa, aperture di credito quasi illimitato. Le regole auree dell’austerità sono saltate in un baleno, vincoli che parevano rigidissimi sono stati spazzati via senza esitazione. La religione economica del mercato, col suo disprezzo per lo Stato e l’intervento pubblico nelle produzioni e nei commerci, ha mostrato il suo vero volto, una religione appunto, e non una scienza, o addirittura l’unica scienza. Il pensiero economico non aveva previsto l’ipotesi di una pandemia, e la pandemia, d’altra parte, sta mostrando la necessità di ridefinire un adeguato e coerente pensiero economico, che ancora non c’è. La lezione è dunque che dovremo ricostruirne uno, a partire da ciò che stiamo capendo in questi giorni: serve un’economia che assicuri innanzitutto i bisogni essenziali, un capillare sistema di sanità pubblica e di sicurezza sociale; un’economia che produce meno, consuma meno, sposta meno merci e si pone l’obiettivo di durare nel tempo. Torna in mente Alex Langer, che scelse di lasciarci quasi 25 anni fa: il suo motto per il futuro era “lentius, profundius, suavius”, più lenti, più profondi, più dolci. Quasi una profezia.

10.

Nel triste e improprio linguaggio bellico utilizzato in questi giorni da molti politici e molti media (la guerra al Covid, i guerrieri e gli eroi in prima linea, la linea del fronte negli ospedali), il dopo-Covid è indicato come l’epoca della ricostruzione, con esplicito accostamento all’uscita dalla seconda guerra mondiale. La metafora è sbagliata, nonostante tutto, e per vari motivi: la guerra causò molti milioni di morti, aveva intenzionalità politica, l’Europa fu un campo di battaglia coperto di macerie eccetera. Sembra semmai più interessante, volendo rimanere agganciati a quel passaggio cruciale del secolo scorso, il riferimento alla resistenza, specie se la spogliamo della sua dimensione militare (che del resto fu solo una delle forme di resistenza, ne sono state contate dieci: www.ilibridiemil.it/index.php?main_page=product_book_info&cPath=11&products_id=631). La resistenza fu davvero un momento generativo, e se vogliamo rigenerativo, per la popolazione italiana, dopo decenni non solo di oppressione ma anche di servilismo. Chi scelse la via della resistenza (e prima ancora dell’antifascismo attivo) lo fece col proposito di cambiare l’ordine delle cose, senza tema di sfidare il potere. Il virus ci sta insegnando che proprio di questo abbiamo bisogno: una resistenza attiva, una lotta (non una guerra) di liberazione non solo dal virus ma anche da ciò che causa le pandemie (vedi i punti precedenti). Abbiamo bisogno di una stagione che possiamo definire rivoluzionaria, una rivoluzione pacifica, nonviolenta, ma una rivoluzione. I partigiani, i resistenti, gli antifascisti osarono pensare in grande, lo fecero in forma organizzata e cambiarono il paese. Il post-pandemia sarà denso di pericoli: la shock-economy, lo abbiamo già sperimentato, esaspera il peggio del sistema neoliberale e sa come sfruttare guerre e catastrofi più o meno naturali; in aggiunta, il prolungamento indefinito di una qualche forma di stato di emergenza sarà una tentazione per molti governanti (l’ungherese Orban è subito passato all’azione e altre volte si è rivelato un anticipatore… https://volerelaluna.it/mondo/2020/04/01/ungheria-attenti-a-orban/). Oggi i dissidenti, i refrattari, gli esclusi dal banchetto del consumo, i precari, i gruppi e le associazioni che si battono per la giustizia sociale, per la difesa di madre terra, per l’uguaglianza fra le persone, tutti i persuasi che l’economia debba essere al servizio della persona e non viceversa, tutti siamo chiamati a resistere, a manifestare pensiero critico, ma domani ci sarà da lottare, creando una grande coalizione e dando vita a un movimento globale per il cambiamento e l’abbandono di questa “economia che uccide” (copyright papa Francesco): questo insegna la pandemia, e non possiamo farci trovare impreparati. Sarebbe imperdonabile.

Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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