Il socialismo del XXI secolo di B. Sunkara e l’esperienza jugoslava

23/03/2020 di:

Il libro di Bhaskar Sunkara Manifesto socialista per il XXI secolo pubblicato in Italia per i tipi di Laterza (2019, pp. 290) è un saggio di politica e di storia utile e ben scritto. Si legge piacevolmente, diletta con le sue allegorie senza perdere il necessario rigore analitico e concettuale. Soprattutto, è la prova di come la ricerca intorno al pensiero marxiano e per una alternativa al capitalismo sia oggigiorno più produttiva oltreoceano, dopo decenni di egemonia europea su questo terreno. «Ed è forse significativo che ciò avvenga – scrive Alfonso Gianni recensendo proprio l’opera in esame – mentre la centralità del colosso americano nei processi di crisi, trasformazione e dominio del sistema capitalistico è messa in discussione su molti fronti dallo sviluppo originale dei sistemi economico-politici asiatici, della Cina in particolare»[1].

Nella prima parte, l’autore prova ad abbozzare quello che potremmo definire uno scenario socialista possibile nelle condizioni date, dopo aver fatto tesoro degli errori, degli orrori e delle ingenuità del passato. Decisamente un passo in avanti, dopo tanti anni spesi, soprattutto da parte di una certa intellettualità di sinistra e marxista europea, ad analizzare storture, contraddizioni e sviluppi del capitalismo dalla fabbrica fordista alle attuali piattaforme digitali. Per troppo tempo, «invece di esprimerci a favore del socialismo, ci siamo espressi contro il capitalismo. Io ho preso un’altra strada: ho illustrato l’aspetto di un diverso sistema sociale, dando indicazioni per raggiungerlo», rivendica con un pizzico d’orgoglio Sunkara. Coniugare democrazia, libertà e superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione da cui discende la schiavitù del lavoro salariato: questo dovrebbe essere l’obiettivo del socialismo del XXI secolo. Perché il capitalismo, per quanti stadi abbia superato dai tempi delle malsane e abbrutenti fabbriche di Manchester del XIX secolo, rimane pur sempre quel sistema nel quale, per la stragrande maggioranza degli individui, non c’è alternativa all’«affittare sé stessi» a chi detiene i mezzi per produrre, «in cambio di un salario che di fatto è solo un modo per avere le risorse che servono a sopravvivere». Con un’aggravante, si potrebbe aggiungere. Oggi, quella della subordinazione del lavoro al potere del capitale non è più soltanto una questione che riguarda la sola classe operaia. Tutta la società, compreso il mondo delle professioni, della ricerca, del lavoro intellettuale più in generale, è coinvolta – in regime di sottoccupazione – nel processo di estrazione di valore dallo sfruttamento del lavoro vivo. Sfruttamento e squilibrio di potere. «Sebbene Mr. Bongiovi abbia bisogno di operai, lui ha bisogno di te, in quanto singolo dipendente, meno di quanto tu abbia bisogno di denaro per fare la spesa», scrive l’autore. Sintesi perfetta di una condizione che accomuna miliardi di persone su tutto il pianeta. Ecco perché il suo superamento è, ancora, il compito dei socialisti (perché no, anche dei comunisti!). Il compromesso socialdemocratico dei decenni passati, prima che la controrivoluzione neoliberista ne spazzasse via molte conquiste, aveva fatto fare dei passi in avanti alle classi popolari, salvo poi soccombere dinanzi alle «sfide strutturali» del capitalismo. Costruire il socialismo nel capitalismo è una contraddizione in termini. Per questo, secondo l’autore, oggi l’alternativa non è più tra il «tornare a Stalin o prendere la strada della socialdemocrazia», come disse Olof Palme nel 1976, bensì tra il «ritorno all’ortodossia economica o il cammino verso la tradizione più radicale del socialismo».

Nella sua parte centrale, il libro offre una rilettura critica dei passaggi salienti, sia teorici che pratici, della storia del movimento operaio. Dalla Prima Internazionale di Marx ed Engels alle correnti socialiste americane del secolo scorso, passando per la socialdemocrazia tedesca, Karl Kautsky, Eduard Bernstein, Rosa Luxemburg, il «socialismo funzionale» di Tage Erlander e Olof Palme in Svezia, un’ampia parentesi sulla rivoluzione cinese, le rivoluzioni nel Terzo mondo e, naturalmente, la Rivoluzione d’Ottobre. Non cita mai, però, un esperimento, per quanto incompiuto e contraddittorio, che assomiglia molto alla suggestione che viene proposta in apertura: quello dell’autogestione operaia (esteso poi anche ad altri settori della società) tentato nel dopoguerra in Jugoslavia. Eppure, leggendo le prime pagine del volume, quelle che Guido Liguori in una recensione pubblicata sul quotidiano Il Manifesto ha definito «un romanzo utopistico, ambientato nel New Jersey nel 2036», la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di già conosciuto, studiato, analizzato e criticato, è fortissima. Leggiamo qualche passo. «Adesso tu e i tuoi colleghi controllate la vostra azienda in forma collettiva. […] Gli operai di ogni ramo aziendale eleggono i propri delegati in un consiglio operaio eletto in forma proporzionale». In questo nuovo sistema «i lavoratori non ricevono un salario», bensì «una quota di profitti». E pagano un’imposta progressiva sul reddito «per finanziare i servizi sociali e altre spese delle Stato». Sono «cittadini di una comunità più che proprietari». Fine del lavoro alienato, venduto, sfruttato. Pianificazione, autogestione, democrazia dal basso, territorio. «I consigli di quartiere – scrive Sunkara – potrebbero preparare un elenco delle merci di cui hanno bisogno per far quadrare queste richieste con la volontà e le possibilità dei produttori nei luoghi di lavoro democratizzati». New Jersey 2036 o Jugoslavia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta?

Lo scisma jugoslavo del 1948 non fu soltanto il frutto di frizioni geopolitiche tra Belgrado e Mosca. Come scrisse il filosofo marxista croato Predrag Vranicki, che fu tra i fondatori della rivista Praxis (1964-1974), «nello scontro erano in causa due diverse concezioni del marxismo»[2]. Secondo i teorici del nuovo corso jugoslavo, lo «sfruttamento dell’uomo sull’uomo» non si eliminava passando dalla proprietà privata alla proprietà statale dei mezzi di produzione. Perché, sia nell’uno che nell’altro caso, non cambiava la natura dei rapporti di produzione e i mezzi per produrre rimanevano «estranei a chi produce» (come il prodotto del lavoro). Da qui, il grande tema «ritirata dello Stato» dalla sfera economica, non nell’accezione liberista, ovviamente, bensì per lasciare spazio alla «gestione diretta» delle imprese e dei servizi da parte dei «produttori associati» e dei cittadini, anche attraverso nuovi istituti di autogoverno locale. Dalla proprietà privata alla «proprietà sociale» dei mezzi di produzione. Il caso jugoslavo è importante perché queste conclusioni non rimasero nella sfera della teoria. Per quasi un quarantennio diedero il volto all’economia e alla società di quel Paese. Si fecero storia. Alla base del sistema c’era un complesso reticolo di relazioni economiche e politico-istituzionali, dal più piccolo villaggio al centro del potere federale. «Quel che colpisce un osservatore straniero, uno studioso, un politico non jugoslavo allorché si accosta a questo Paese è la molteplicità istituzionale che dà vita a un complicato intreccio fra sfera economica e sfera sociale»[3], scrivevano Assunta Antonino e Mario Pacor nel 1982, a due anni dalla morte di Tito. Ogni unità produttiva (si puntò su piccoli stabilimenti, in controtendenza con la regola della grande fabbrica fordista) era gestita direttamente dai lavoratori (con rotazione degli incarichi), mediante un «consiglio del lavoro associato», che stabiliva anche i criteri di ripartizione degli utili, tenendo conto delle esigenze dei lavoratori e degli «obiettivi sociali» dell’attività economica. Le decisioni sulla produzione venivano assunte in simbiosi con il livello politico locale («consigli delle comunità locali»), nell’ambito delle strategie di sviluppo complessivo del Paese. L’idea era un po’ quella della Comune, come dichiarò lo stesso Edvard Kardelj, tra i principali teorici dell’autogestione, nel 1954: «È necessario creare organismi politici ed economico-sociali che siano il più possibile vicini al produttore […]. Attraverso la comune si realizza la distribuzione del pluslavoro che rimane all’interno della comune». Col passare degli anni lo schema dell’autogestione (e dell’autogoverno) venne esteso anche al settore della cultura, dell’istruzione, della sanità, dei servizi sociali, dei trasporti (anche i bambini delle elementari sperimentavano l’autogestione). In tali ambiti sorsero le cosiddette «comunità di interesse autogestite» (Samoupravna interesna zajednica), costituite sia dai lavoratori che dagli utenti dei servizi pubblici.

Sembra un’unica narrazione. Ma Sunkara si guarda bene dal citare il caso jugoslavo. Perché? Forse una spiegazione c’è (nel libro c’è posto perfino per l’Afghanistan e la Tanzania). Dopo il crollo dell’URSS e dei regimi ad essa collegati nell’est dell’Europa, le forze anticapitaliste, socialiste, comuniste, con l’eccezione di alcune minoranze, hanno assunto quasi tutte la tesi secondo cui quelle esperienze, al netto di alcuni slanci iniziali, avevano sostanzialmente tradito i presupposti su cui si erano formate. Al socialismo reale è stato così contrapposto una sorta di socialismo ideale, puro, immacolato. Una posizione anti-materialistica, a ben vedere. Con la quale è stato eretto un muro altissimo, invalicabile, tra un prima e un dopo nella storia del socialismo e del comunismo a livello mondiale. Prima dell’Ottantanove, dopo l’Ottantanove. «Quel che non è perdonabile – scrive Sunkara – è che un modello costruito con errori ed eccessi, forgiato nelle peggiori condizioni, diventi sinonimo dell’idea socialista». In questo modo, però, si è finito per rimuovere dal campo della riflessione, della ricerca, anche gli aspetti meno compromessi e più interessanti della vicenda novecentesca del socialismo, in quanto parti integranti di un’unica storia infame. L’autore del libro propone, in ultima analisi, un modello autogestionario di società socialista, ma non può dire che il Socialismo del XXI secolo riparte dal maresciallo Tito! In realtà non ce n’era bisogno, almeno in questi termini. Quello dell’autogestione jugoslava non fu un fenomeno statico e conchiuso, ma un processo che andò avanti per continui aggiustamenti. Non fu facile coniugare decentramento politico e autonomia decisionale delle imprese, delle municipalizzate, delle scuole, degli ospedali, e prerogative dello Stato federale, che non solo non si «estingueva», ma manteneva le sue fondamentali esigenze di coordinamento delle attività economiche tra le varie repubbliche, d’altra parte attraversate anche allora da forti tensioni nazionalistiche. Come non fu sempre facile tenere insieme democrazia operaia ed efficienza produttiva. «Autogestire comunitariamente, invece che avere un padrone con il frustino che tiene sotto scacco i suoi dipendenti perché impegnato nella ricerca del massimo profitto, è sicuramente più difficile e più costoso», ha giustamente fatto osservare Alessandro De Luca in un suo articolo di pochi anni fa[4]. «Svolgere riunioni, organizzare elezioni, dedicare tempo ad analizzare e a risolvere i problemi, gestire le assemblee e prendere collettivamente le decisioni» è una cosa ben diversa dell’inquadramento dell’operaio atomizzato nella fabbrica taylorista o nella più recente e disciplinata fabbrica integrata ispirata al Toyota Production System. Senza contare, come scrive ironicamente lo stesso Sunkara, che i consigli operai «corrono il rischio di diventare noiosi, come quel genere di cose apprezzate solo da tipi che amano le riunioni infinite». D’altro canto, i limiti dell’autogestione camminarono di pari passo con i limiti di un regime politico pur sempre autoritario, imperniato sul monopartitismo e la figura del capo. La democrazia politica fu l’anello mancante di questo esperimento (va detto comunque che quello di Belgrado fu il regime di gran lunga più «liberale» tra quelli del blocco socialista). Ma ciò non può esimerci dal riconoscere che quello jugoslavo fu il tentativo più concreto, più lungo e più ostinato, di realizzare, non senza risultati, il sogno di una società finalmente liberata dalla schiavitù del lavoro salariato. L’unico laboratorio al mondo in cui la questione fu presa sul serio. Trarne i dovuti insegnamenti, indagarlo ulteriormente, comprenderne i limiti, oggi potrebbe essere più utile che mai, nell’ottica della rifondazione di un pensiero politico che sappia tenere uniti il tema della liberazione del lavoro e quello di tutte le altre libertà.

 

NOTE

[1] A. Gianni, Marx renaissance negli Usa, in Alternative per il socialismo, n. 56, dicembre 2019- marzo 2020.

[2] P. Vranicki, Il marxismo e la rivoluzione jugoslava, in Storia del marxismo vol. II, Editori Riuniti, 1973, p. 505.

[3] A. Antonino e M. Pacor, Democrazia, pluralismo e partecipazione nel lavoro associato, in L’autogestione jugoslava, Istituto Gramsci, 1982, p. 111.

[4] A. De Luca, L’autogestione operaia, in Società e conflitto, n. 45-46, gennaio-dicembre 2012.