Il “popolo” della Costituzione e quello dei populismi

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I movimenti, le forze politiche nuove e vincenti degli ultimi anni, il M5S e la Lega, non si definiscono attraverso idee sociali o politiche ma attraverso dichiarazioni identitarie, immagini, slogan, richieste eversive.

Salvini ha chiesto addirittura i “pieni poteri”, una investitura popolare totalitaria. Continua a ripetere di rappresentare i 60 milioni di italiani, mentre rappresenta il 30% dei votanti, che sono il 60% degli aventi diritto al voto.

Il programma del M5S, approvato sulla piattaforma Rousseau con poco più di 14.000 voti – il numero degli elettori di un comune non grande – è un insieme di slogan, di richieste di mutamenti istituzionali, che si presumono a vantaggio di tutti. Gli unici cui la piattaforma si contrappone sono i criminali, i corrotti, i grandi evasori. Forse i piccoli evasori sono troppo frequenti, troppo parte del popolo, troppo poco importanti, per contrapporsi a loro. Riporto di seguito l’elenco dei punti del programma dei 5S: 1) Nuova Europa: più democrazia diretta e stop ai privilegi; 2) Stop austerity: piena occupazione e sviluppo sostenibile; 3) Tutela delle persone, della salute e dell’ambiente; 4) In Europa per il made in Italy; 5) Politica migratoria comune per la redistribuzione europea; 6) Lotta alla grande evasione, alla corruzione e alla criminalità. È difficile non essere d’accordo.

L’unico punto controverso, che vede contraria la maggioranza degli italiani, incluso me, naturalmente, e che rovescerebbe il sistema istituzionale e politico italiano, è la democrazia diretta, l’identità stessa del Movimento, che viene però predicata ma non praticata, anche dove sarebbe possibile praticarla. Non si prevedono i partiti, in nessun senso, né i conflitti sociali. La contrapposizione dichiarata di questo come di altri populismi più truculenti (che hanno visto e vedono il popolo definito, generato da terra e sangue) è tra popolo e palazzo; tra popolo ed élites. Il popolo dei nazionalisti è unito, come la gente italica del manzoniano Marzo 1821 che è «una d’arme, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue e di cor».

Il popolo dei populisti, e dei commentatori che ne adottano il linguaggio, il popolo che si oppone al palazzo e alle élites non è costituito, nella rappresentazione che se ne fa, da tutti i cittadini ma dalle classi popolari, da chi sta economicamente e socialmente peggio: una definizione che può includere la classe operaia, l’insieme dei lavoratori, contrapposto ai padroni, ai capitalisti. In questo senso molti commentatori hanno sostenuto, in base a qualche sondaggio e alla distribuzione del voto per quartieri che questa volta il popolo ha votato a destra.

Del resto il maggior partito della sinistra, il PD, che non ha realizzato una politica di sinistra, sarebbe diventato il partito dei ceti medi riflessivi, se non dei benestanti. O meglio, avrebbe perso i voti soprattutto dei lavoratori e dei ceti popolari (vedi ricerche Cise e Ipsos). Ma chi sono, cosa pensano, i ceti popolari? Cosa pensa il popolo?

Popolo chi?

Cercano di dare una risposta Niccolò Bertuzzi, Carlotta Caciagli, Loris Caruso, autori di Popolo chi? Classi popolari, periferie e politica in Italia, Ediesse 2019.

La parte empirica del libro si basa su 60 interviste in profondità realizzate nei quartieri popolari di Milano (Giambellino), Firenze (Le Piagge), Roma (Tor Pignattara) e Cosenza (Centro e Rende). Naturalmente 60 interviste non riescono a dare un’idea di cosa pensano le classi popolari italiane; né gli autori pretendono che lo facciano. Consentono però agli autori di sostenere in modo convincente che le avversioni delle classi popolari non costituiscono una ideologia compatta. Si tratta piuttosto di risposte varie, contraddittorie. Non c’è avversione per la politica, un’attività che, secondo gli intervistati, potrebbe cambiare, migliorare, le cose. C’è avversione per la corruzione, il degrado, della politica; per i politici corrotti, per le persone che svolgono male, che degradano, quell’attività. L’amarezza di molti intervistati riguarda il degrado percepito delle periferie, la sporcizia delle strade – «il sindaco manda gli spazzini solo nella strada principale» – la difficoltà di arrivare a fine mese, la scarsa attenzione per i vecchi, i comportamenti asociali dei ragazzi, dei figli.

Un intervistato rovescia il buon senso di chi sostiene che importante non è fornire un servizio ma fornire gli strumenti e insegnare a svolgerlo da sé. G. 26 anni, di Roma, sostiene: «Non bisogna rivolgersi per far funzionare la città al senso civico e al volontariato. Dare gli attrezzi alle persone per pulire il marciapiedi o il giardinetto. È sbagliato. Bisogna far lavorare le persone nei servizi. […] Da cosa dipende il degrado? Dalla mancanza di lavoro nei servizi e nella pulizia».

Le proteste, le critiche, qualche volta, riguardano anche i comportamenti visti o riferiti degli stranieri: «sugli stranieri sento cose molto brutte». Ma non sono critiche più astiose di quelle sui ragazzi italiani. Non c’è xenofobia o razzismo nelle risposte di chi se la prende con gli stranieri, con gli immigrati. C’è una contrapposizione che deriva dalla «competizione per ottenere risorse scarse», come sostenevamo, anche noi a Torino, 20-30 anni fa. Le risorse per lo Stato sociale sono scarse, i posti sui mezzi pubblici sono limitati, le case pubbliche sono poche. Se compaiono nuovi concorrenti in condizioni economiche pessime, o presunte tali – «che ne sai che cosa hanno a casa loro» – che scavalcano tutti nelle graduatorie per la casa e il sussidio, occupano le strade e i mezzi pubblici, allungano le code per gli ospedali, non ti fanno piacere. Non per questo pensi che non siano uomini come te. Non li odi perché hanno un aspetto diverso da te, o parlano una lingua materna diversa dalla tua, o cucinano i cibi diversamente. Li critichi perché ti scavalcano nelle graduatorie. Critichi lo Stato che ha troppe attenzione per loro e poca per te. Li trovi ingombranti perché occupano gli spazi pubblici, disturbano.

Questo non vuol dire che non ci siano razzisti in Italia. Chi si occupa di immigrazione è in grado di citare senza sforzo casi sgradevoli. Un mio vecchio amico che abita sotto il Gran Sasso, dove sono nato, mi ha citato di recente il caso di due suoi compaesani, operai, già emigrati in Belgio, come tanti, per lavoro, che odiano i negri. Non ci sono neri lì. Ce ne sono pochi anche sulla costa, dove i migranti numerosi arrivano dall’Albania. Ma loro odiano i neri. Forse hanno cominciato a odiarli in Belgio. Non c’è modo di fargli cambiare idea. Si può solo prendere le distanze, contrapporsi in pubblico. I razzisti, in quanto individui, segnalano mancanza di comunicazione, di informazione, ma non sono un problema politico. In Italia diventano un problema politico se sono sostenuti dai movimenti populisti.

Il popolo dei cittadini e dei migranti

Per la Costituzione «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita secondo la Costituzione e le leggi». Il “popolo” della Costituzione, cui appartiene la sovranità, è l’insieme, aperto, di tutti i cittadini attuali e potenziali. Non si è cittadini solo per nascita. Si può acquisire e perdere la cittadinanza. Si diventa cittadini oltre che per nascita o per matrimonio, per residenza regolare prolungata, se si è immigrati, per motivi umanitari, se si è profughi, per meriti speciali.

La cittadinanza non deriva da una caratteristica intrinseca, fisica o culturale, della persona, ma dalle leggi. La Repubblica tutela i diritti del cittadino non solo come singolo, ma anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (art 2, Cost.). I cittadini possono essere diversi, divisi, anche contrapposti nei costumi e nelle opinioni. È previsto che fondino partiti e vi aderiscano, che eleggano rappresentanti con voto libero e segreto.

È così che viviamo, più o meno imperfettamente, da 72 anni e così vorremmo continuare.

Vorremmo continuare a scegliere rappresentanti, a poter criticare i potenti e i politici, e anche chi è nella nostra stessa condizione sociale, quando riteniamo di doverlo fare. I timori dei populismi, i confronti tra i populismi contemporanei e quello fascista, nascono dal timore di perdere i nostri diritti costituzionali, individuali e collettivi. La concezione del popolo della Costituzione, opposta a quello dei populisti, non è un ideale, un desiderio ingenuo, irrealistico e fragile. È semplicemente la nostra realtà sociale, un sistema forte. Più forte della colla ideologica che ci vorrebbe tutti fusi in una etnia o in una nazione, che vede chi non è nato qui ma risiede qui stabilmente, vive e lavora con noi, non come un concittadino, insieme individuo e parte di vari gruppi sociali e politici, ma come inglobato nella sua etnia o nazione, come noi nella nostra, e perciò nostro potenziale o reale nemico.

Il popolo della Costituzione è più realistico, più funzionale, più forte, di quello desiderato dai populisti, fuso in una massa indistinta e dipendente da un Capo. È vero che gli italiani un secolo fa, più o meno, si lasciarono sottomettere da un Capo. Ma è possibile che, tra le cause dell’asservimento di allora, oltre a quelle economiche, sociali, culturali, ci fosse anche una causa istituzionale. Non eravamo, allora, cittadini di una «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

A inizio del secolo scorso l’intensità dei conflitti sociali, la partecipazione, la giovinezza stessa dei manifestanti, erano molto maggiori di adesso. Ma tutte le rivolte erano state sconfitte. Oggi la Repubblica è realizzata e forte. Sulla forza della Repubblica però non possiamo addormentarci. La nascita di movimenti potenzialmente totalitari e la scarsa partecipazione dei cittadini, giovani o vecchi che siano, la mettono in pericolo. La Costituzione è viva fino a che i cittadini la difendono. Se la abbandoniamo, come è stato autorevolmente ricordato, la Costituzione può diventare lettera morta. Possiamo svegliarci in un paese che non riconosciamo più.

Francesco Ciafaloni

Ha lavorato come ingegnere per l'AGIP mineraria fino all'estate del 1966, ho lavorato per Paolo Boringhieri editore dall'agosto '66 al 1/1/1970. Poi ha lavorato per Einaudi fino all'estate del 1980. Da allora ho lavorato per la CGIL. È stato collaboratore dei Quaderni Piacentini, di Inchiesta, di Ombre Rosse, dello Straniero, degli Asini, di Una città.

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