Ridurre i parlamentari? No grazie

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La riforma costituzionale del M5S sulla riduzione dei parlamentari sta per essere approvata. Anche dal PD che ha sempre votato contro e solo pochi mesi fa la definiva: «Una ferita alla democrazia parlamentare»».

È una riforma debole nelle motivazioni, a partire da quella più proclamata: 500 milioni di risparmio a legislatura. Il contenimento dei costi della politica ha comprensibile presa emotiva e grande forza propagandistica (Renzi inserì addirittura la frase nel titolo della “sua riforma”, poi riportata nel testo del referendum). Un serio lavoro in tal senso dovrebbe però tener conto di tutte le spese di funzionamento degli organi della pubblica amministrazione di natura politica. Quindi Parlamento, gabinetti dei ministeri, enti istituzionali di Comuni e Regioni, direzioni delle Asl e organi delle società partecipate al funzionamento del Parlamento (Osservatorio CPI). Ma si può seriamente sostenere che questa sia una ragione fondamentale per ridurre i parlamentari? Tanto varrebbe allora eliminarli tutti: il massimo del risparmio! Paradossi a parte i Costituenti, nonostante il momento storico ben più difficile di quello attuale, non si fecero condizionare dai costi (pur evidenziati). Inoltre, come ribadì Einaudi (II Sottocommissione 18 settembre 1946): «la spesa relativa dev’essere messa in rapporto al bilancio». In questo caso il risparmio (non i 500 milioni dichiarati ma circa 285 milioni, al netto del mancato gettito fiscale) è calcolato dello 0,007% della spesa pubblica! Praticamente nulla, altro che i “concreti risultati” dichiarati – ufficialmente – dai proponenti. E poi: perché non si è iniziato col taglio degli indennizzi, a impatto zero sugli assetti istituzionali e da sempre bandiera del M5S?

Un’altra motivazione (meno enfatizzata, forse per il diverso appeal) è quella di avere un Parlamento più spedito, più efficiente. Statistiche alla mano, però, non si fanno poche leggi e i tempi della produzione legislativa sono collegati più alla composizione e alla tenuta delle maggioranze (“volontà politica”) che al numero dei parlamentari. Inoltre non è vero che occorre sempre tanto tempo per fare una legge: per alcune sono bastati pochi giorni (a esempio otto per la manovra correttiva del 2011 e 20 per il Lodo Alfano). Poi la velocità non è di per sé una garanzia per i cittadini. Per il “Salva Italia” di Monti e Fornero occorsero solo 16 giorni e forse con qualche riflessione in più e maggior confronto si sarebbe evitato il problema degli esodati. Meno parlamentari potrebbe certo significare una minor produzione di emendamenti ma non è detto che sarebbe così significativa. Infatti, per rispondere a esigenze comunque presenti, potrebbero aumentare quelli dei parlamentari superstiti visto che (al momento) ognuno può presentarne quanti ne ritiene opportuni. Una “maggior velocità” nelle dinamiche parlamentari è comunque già ottenuta attraverso i regolamenti parlamentari (contingentamenti dei tempi). Attenzione però a comprimere eccessivamente il dialogo politico come è accaduto con tutti gli ultimi Governi che hanno fatto un maggior ricorso a decreti legge e questioni di fiducia ridimensionando la funzione del Parlamento (e quindi dei parlamentari)!

C’è un’ultima motivazione: adeguarsi agli “standard europei”. I proponenti evidenziano che l’Italia ha il maggior numero di parlamentari elettivi in Europa. Vero, ma è una lettura semplicistica (se non manipolatoria). Lo stesso Servizio Studi del Senato, sottolineata le difficoltà di confronto fra Stati con storie e sistemi diversi (alcuni monocamerali), ritiene che «più agevole a rendersi è la comparazione tra le Camere “basse” […] che sono tutte elettive dirette». Inoltre non ha senso confrontare il numero dei parlamentari senza tener conto delle popolazioni. Come fra Germania (quasi 83 milioni) e Malta (poco meno di 55mila). Così, da un confronto più congruo (Camere Basse in rapporto alla popolazione) si riscontra che, già in linea con gli altri grandi Stati europei, con questa riforma l’Italia andrebbe all’ultimo posto. Motivazioni quindi inconsistenti: ci si potrebbe fermare qui!

Il rapporto con la popolazione ci porta però a riflettere sulle concrete conseguenze di questa riforma: la rappresentanza del corpo elettorale, la rappresentatività del Parlamento. Aspetti fondamentali in una democrazia rappresentativa. A tal fine, per determinare il numero dei Parlamentari, i Costituenti valutarono opportuno stabilire delle proporzioni in merito alla popolazione (differenti per Camera e Senato): un deputato ogni 80mila abitanti e un senatore ogni 200mila. Nel 1963 si passò ai numeri fissi attuali e i rapporti oggi sono: 1 ogni 96mila alla Camera (poco più alto e vicino a quel 1 ogni 100mila inizialmente considerato) e 1 ogni 192mila al Senato (sostanzialmente invariato). Con la riduzione i valori salirebbero rispettivamente a 1 ogni 151mila e 1 ogni 302mila. I rapporti sono ancora maggiori ribaltati sui collegi elettorali.

Ora, è evidente che più ridotto è il numero dei rappresentanti, più ampio è il rapporto numerico con gli elettori e tanto meno facile, diretto e continuativo finisce per essere il rapporto “umano” tra loro. Come per la difficoltà a mantenere contatti reali, soprattutto per gli elettori territorialmente più lontani dai candidati, ricorrendo sempre di più ai mezzi di comunicazione multimediale. La riduzione dei parlamentari comporterebbe poi verosimili forme di compressione in danno delle formazioni politiche minori, eventualmente aggravate dalle formule elettorali adottate (soprattutto se maggioritarie). È stato calcolato che al Senato si creerebbero soglie implicite dal 10% in su escludendo così anche formazioni politiche con risultati ragguardevoli. Conseguenze si avrebbero anche nei lavori parlamentari e, in particolare, nella partecipazione alle Commissioni. Soprattutto al Senato, dove si passerebbe dagli attuali 20 componenti circa a 12 o 13. I gruppi maggiori potrebbero mandarne in ciascuna 2 o 3. Quelli medi e piccoli solo 1. Inoltre il taglio non “colpisce” omogeneamente tutte le Regioni: il Trentino Alto Adige riceve un “trattamento privilegiato” con 3 seggi per Provincia (omaggio alla autonomia) a danno, nella ripartizione, di altre Regioni.

Con la riforma sale anche il peso politico dei senatori a vita. Infatti si confermano in 5 quelli nominati dal Presidente della Repubblica, precisando (giustamente) che il numero non è superabile. Con un Senato ridotto però il peso degli stessi aumenterebbe dall’attuale 1,6% a 2,4% (la soglia attuale per i partiti è al 3%), arrivando sino al 10% nelle votazioni a maggioranza semplice. È come se, fermo il numero dei senatori, dagli attuali 5 si passasse a 8: un partitino di non eletti in una sede con piene funzioni legislative (mentre si riduce la rappresentanza ai cittadini).

In conclusione, tra motivi inconsistenti, conseguenze sulla rappresentanza e incongruità varie, quali reali vantaggi deriverebbero da questa “indispensabile” riforma? Forse solo che capi politici e segreterie potrebbero esercitare maggior controllo sui candidati (prima) e sui parlamentari (poi).

Il PD comunque è pronto ad approvarla a fronte di (successive) modifiche costituzionali di “garanzia” e di una legge elettorale che non cambieranno la sostanza delle cose. Infatti le modifiche di garanzia annunciate (voto ai diciottenni anche al Senato, introduzione della sfiducia costruttiva ecc.) non c’entrano nulla con la riduzione e una legge proporzionale non potrà eliminarne del tutto le conseguenze. Inoltre le leggi elettorali, ordinarie e più facili a realizzarsi rispetto a quelle costituzionali, sono più esposte alle maggioranze politiche che, la storia insegna, non hanno esitato a modificarle per obiettivi congiunturali (come il Rosatellum anti M5S e la prossima che si annuncia anti Lega). Con sempre minor confronto con le opposizioni, finanche con voti di fiducia. Alcune poi addirittura dichiarate incostituzionali come il Porcellum e l’Italicum (per alcuni lo stesso Rosatellum potrebbe/dovrebbe fare la stessa fine).

Non mancano spunti per riconsiderare questa riforma, magari valutando una minor riduzione o anche una riconsiderazione del Senato. La cui differenziazione originale dalla Camera verrà del tutto meno qualora dovessero passare le annunciate riforme sull’età degli elettorati (resterebbe la sola distinzione “regionale”). La forte mobilitazione avutasi nel 2016 fa pensare che il tema potrebbe essere affrontato con un maggior coinvolgimento dei cittadini e una più puntuale informazione (per una partecipazione realmente consapevole). Indipendentemente da un referendum che potrebbe non arrivare. Dovrebbe essere interesse anche di chi si batte per una democrazia più partecipata e diretta ma non per questo meno rappresentativa. Senza far ricadere sui cittadini i “costi politici” di un risparmio effimero.

About Francesco Montorio

Francesco Montorio, nato a Napoli nel 1961, è laureato in Giurisprudenza, vive in Brianza e lavora in un importante Gruppo Aziendale. Si è occupato prevalentemente di formazione e ha tenuto docenze seminariali presso l’Università Insubria di Varese. È attivo nel Comitato per la democrazia costituzionale di Milano e aderisce all’associazione “Comma2-Lavoro è Dignità”. Scrive su Area Pro Labour-Fatto Quotidiano e Vorrei (rivista on line non profit).

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One Comment on “Ridurre i parlamentari? No grazie”

  1. Parlare di “riduzione delle poltrone” è offensivo per l’Istituzione parlamentare.
    I seggi in Parlamento non sono “poltrone” = privilegi.
    I seggi in Parlamento rappresentano i cittadini: non sono quindi “privilegi”.
    Anche l’uso del lessico la dice lunga sullo spirito con cui è stata pensata questa “riforma”…

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